la (im)perfezione

26 Gen
by c.calati

by c.calati

 

 

 

Giacomo Ferletti, professore di matematica e geometria alla scuola media di Trausella, era arrivato da qualche giorno, ma ancora non era sceso a mare. La pensione si trovava a mezza costa, circondata da castagni e roverelle e carezzata mattino e sera da un venticello tiepido. Dalla terrazza lo sguardo dominava il golfo.

La padrona, servendogli la colazione gli chiese se quello sarebbe stato il giorno buono per una nuotata. Il professore, costernato, dovette farsi ripetere due volte la domanda, prima di comprendere la sua parlata così chiusa. Allora fece un sorriso un po’ colpevole, accennando un no con la testa:

– Devo ancora prendere possesso dei luoghi, studiare le geometrie del golfo, capire le correnti.

– ‘Na nuotata dovete fare, mica il varo di una nave.

La donna fece una risata massiccia alla propria battuta e si allontanò scuotendo più volte la testa.

L’uomo quel giorno fece una lunga camminata, prima verso la Casa Saracena, poi ai ruderi della Torre dell’impiccato, che segnavano i due estremi del golfo. Da qualunque punto osservasse lo specchio d’acqua sottostante, notava un piccolo riquadro, probabilmente una zattera ancorata sul fondo, che si stagliava nello scintillio del golfo, esattamente al centro di questo. Sembrava il forellino che la punta del compasso lascia sul foglio da disegno, tanto perfetta era la circolarità della costa. Più volte Giacomo con il pollice e l’indice divaricati ripetè il gesto del compasso, guardando incantato il mare.

A sera Giacomo Ferletti andò a dormire soddisfatto, ormai aveva raccolto tutti gli elementi necessari per una buona nuotata.

Il mattino seguente scese finalmente in spiaggia, ma non si tuffò in acqua. Percorse a piedi un lungo tratto di costa, alzando più volte lo sguardo verso i suoi riferimenti, la Torre e la Casa, finchè stabilì di essere nel punto più favorevole per raggiungere la piattaforma con poca fatica, sfruttando la corrente marina che dall’alto aveva notato tingere l’acqua di un blu più intenso.

Solo allora si immerse.

La distanza da coprire era notevole e nonostante il favore della corrente arrivò alla zattera esausto. Con le ultime forze tentò di issarsi sulla piattaforma, ma a metà dello sforzo si ritrovò faccia a faccia con una donna che, distesa, stava tranquillamente leggendo un libro. Fu tale la sorpresa che l’uomo rimase per qualche istante sospeso sulle braccia per poi lasciarsi ricadere a peso morto in acqua. Rifiatò restando nascosto a pelo d’acqua e poi riprese a nuotare sconsolate bracciate verso la riva dalla parte opposta rispetto a quella in cui era entrato in acqua.

Il giorno dopo si svegliò ai primi chiarori, deciso a conquistarsi la solitudine della piattaforma. La pensione ancora dormiva e lui rinunciò alla colazione pur di non fare tardi. Scese il sentiero quasi di corsa e di corsa si mosse tra i ciottoli verso il suo punto d’immersione. L’acqua ancora fredda lo costrinse a bracciate vigorose. Arrivò alla piattaforma senza più fiato, mentre il sole s’alzava faticosamente dall’orizzonte. Il professore provò una breve felicità, tanto che si issò sulla zattera con imprevista agilità.

La donna era già lì.

Esattamente come l’aveva vista il giorno prima, immersa nella lettura di un libro.

La delusione fu cocente. L’uomo fece per tornare in acqua, ma la donna alzò lo sguardo dalle pagine e con un sorriso ineffabile lo invitò a restare, indicando lo spazio libero accanto a sè.

Giacomo Ferletti rimase qualche istante indeciso poi con un contenuto cenno di saluto si lasciò cadere sulle assi di legno.

Probabilmente si assopì perchè quando riaprì gli occhi il sole era alto. Sbirciò la donna, che ancora leggeva. Provò disagio per il proprio silenzio, ma che poteva dire? Lasciò passare del tempo arrovellandosi inutilmente, poi si mise seduto.

– Sa che questa piattaforma è equidistante da ogni punto della………co..sta

Al professore s’erano strozzate le parole in gola. Mentre parlava aveva scorso il corpo della donna fino alle gambe. Una mancava.

Gesùssanto, esclamò in silenzio

Le mancava l’intero arto di sinistra, o forse era il destro, in quel momento lui non avrebbe saputo dire, la donna era sdraiata di pancia e lui non riusciva più a distinguere il lato, destro, sinistro, un vortice la testa a tentare di ragionare. E non riusciva a schiodare gli occhi da quell’assenza, dallo scavo del costume cucito all’inguine.

– Ah, ha notato il mio difetto.

– Mi perdoni. – rispose lui boccheggiando.

– Non si preoccupi, ci sono abituata.

La donna chiuse il libro e gli sorrise serena. Poi con un guizzo rotolò di lato

lasciandosi cadere in acqua. Giacomo si sporse dal bordo e la guardò nuotare. Era incredibilmente veloce, faceva andare quell’unico arto con un movimento flessuoso e potente come fanno i nuotatori in gara, quando appena partiti sono ancora sott’acqua. Ogni tanto riemergeva, sempre più lontana, ma nuotava preferibilmente in profondità. La perse di vista e sobbalzò quando dopo qualche minuto lei lo chiamò alle spalle:

– Mi dia una mano. Sa, la risalita è la parte più difficile.

Il professore le prestò un aiuto piuttosto goffo ma efficace. Ricaddero avvinghiati sulle assi.

– Ahahah, mi ha tirato su come una balenottera appena fiocinata.- disse lei districandosi dall’involontario abbraccio.

– Mi scusi, non volevo.

– Ma sì, non faccia quella faccia, non è successo nulla. Anzi lei è stato molto gentile. Mi spiace averla messa a disagio. Forza, sorrida.

Il tono scanzonato delle parole ebbe un effetto insperato sul professore. Improvvisamente si sentì libero, libero di guardare dove non doveva, libero di tacere per non sottostare a un obbligo di commiserazione, libero di chiedere per soddisfare la propria curiosità.

– Lei viene spesso qui?

– Sempre, questo è il mio luogo.

E su queste parole la donna s’era fatta stranamente seria. Poi, di nuovo affabile, aggiunse:

– …ma nulla le impedisce di dividere queste quattro assi con me. Anzi sarò felice se vorrà tornare a trovarmi.

All’uomo sembrò l’educato commiato di una regina e un po’ a malincuore si congedò dalla donna con la promessa di tornare.

Tornò un pomeriggio sul tardi, nuotando a bracciate lente, senza sapere se avesse scelto quell’ora nella speranza di trovare la zattera deserta o se al contrario avesse sfidato mentalmente la donna ad essere presente anche al tramonto. Raggiunta la piattaforma vi sbirciò sopra restando in acqua. La donna dava le spalle a lui e al sole. Era seduta, l’unica gamba raccolta di lato, piegata a livello del ginocchio e la mano destra appoggiata al piano di legno per controbilanciare lo squilibrio.

Era nuda e sicuramente stava leggendo.

In quella posizione non sembrava monca, ma fatta per natura a quel modo.

Il professore stava per allontanarsi in silenzio quando la donna si voltò.

– Buonasera, l’aspettavo. Non sale?

Quella notte Giacomo Ferletti stentò ad addormentarsi. Troppe cose non quadravano. Le domande che gli mulinavano in testa erano insidiose ed esigevano risposte che la sua razionalità non sapeva dare. Tutte le volte che aveva osservato la zattera dall’alto della costa gli era sembrata deserta, eppure quella donna era lì ad ogni ora del giorno. E quei libri, sempre diversi e sempre asciutti. E quell’agilità sorprendente, illogica, che la donna mostrava in acqua.

E, soprattutto, quell’amore che avevano fatto con incredibile facilità, lui così poco esperto, lei così impedita dalla natura. Era stata solo un’allucinazione?

Il nostro Giacomo tornò ogni giorno alla zattera, senza più pensare al compasso e alle equidistanze.

E senza più farsi domande inopportune.

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4 Risposte to “la (im)perfezione”

  1. lucilontane 26 gennaio 2016 a 20:51 #

    La meraviglia dell'(im)previsto. La felicità di abbandonarsi allo stupore. La gioia nel cogliere gli istanti. Che bello ml…grazie ☺️

    • massimolegnani 27 gennaio 2016 a 01:08 #

      due imperfezioni (lui più imperfetto di lei) diventano una perfezione.
      grazie a te, luci 🙂
      ml

  2. malosmannaja 7 febbraio 2016 a 20:53 #

    bello anche questo. mi piace il senso di irrisolto che nuota tra le righe, anche se ti trovo più favolistico del solito, qui, quasi che tu volessi essere rassicurante, senza però riuscirci del tutto… e meno male! (viva l’imperfezione!)
    : )
    peraltro, sul fatto che l’imperfezione sia la dote più ricca d’umanità della specie umana, sfondi una porta aperta.
    eniuei, non avrei saputo resistere: sul “qualcosa non quadra”, in chiusa avrei fatto scrutare a Giacomo con strenua ostinazione il panorama buio dalla sua camera da letto, fino ad allucinare, a margine dell’oscurità, un orizzonte stranamente lineare, tipo la pagina di un libro.

    • massimolegnani 7 febbraio 2016 a 23:41 #

      la parte favolistica ha anche lo scopo di richiamare indirettamente Andersen, la sirenetta.
      grazie malos
      un abbraccio (il secondo!)
      ml

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