less is more*

4 Feb
padiglione tedesco Expo1929 Barcellona

padiglione tedesco Expo1929 Barcellona

 

 

1928

Il treno mi stava portando rapidamente lontano dalla Catalogna.

Avevo trovato posto in uno scompartimento quasi vuoto e ora, sprofondato nei soffici velluti della prima classe, mi beavo a guardare il sole ancora basso sopra il mare. Erano stati giorni vorticosi, ricchi di affari e di avventura. “Barcellona è una femmina elegante”. Mi piacque quella definizione inventata lì per lì, così la ripetei a voce alta, rivolto al mio sconosciuto compagno di viaggio. Questi era un uomo corpulento con un paio di baffoni neri che gli nascondevano la bocca. Annuì educatamente alle mie parole, ma non ne aggiunse di sue. Piuttosto approfittò di quel primo contatto per cavare dal taschino due grossi sigari cubani ancora sigillati e offrirmene uno. Mescolammo silenziosamente il fumo dolciastro a quello più aspro della locomotiva che penetrava dal finestrino socchiuso. Poi, quando già eravamo passati in Francia, disse:
– Elegante forse, sinuosa di certo. Le morbide curve di Barcellona.
– Bè, morbide curve. Ha viali rettilinei che l’attraversano per chilometri e quartieri squadrati come Torino, non so se ci è mai stato.
L’uomo fece un sorriso comprensivo, poi disse:
– Barcellona è donna sensuale, prosperosa nelle facciate dei palazzi d’ottocento tondeggianti come seni, ed elegante sì, ma fin troppo curata, negli abbellimenti dei balconi, occhi ripassati con la matita nera e dei comignoli, come orecchini elaborati ai lobi. I viali sono il sesso maschile che prepotente la possiedono. E lei con discrezione si lascia fare, ricordando forse le sue origini.
Io avevo in mente Anita, che sera dopo sera era sembrata cedere e concedersi, un poco almeno, a me che la sognavo già dal viaggio precedente. Le sue risa discrete ad arginare i miei assalti, il fuoco nei suoi occhi e il lieve affanno che le ondeggiava il petto nel dirmi “non ancora”. Avevo in mente Anita e mi disturbavano quei “viali dritti che la possiedono con prepotenza facile”. Mormorai sovrappensiero:
– Anita, no.
– Scusi, non comprendo.
– Volevo dire, la città non la vedo così. Ma mi mancano le parole per dirle che cosa rappresenta per me Barcellona. Sa, io sono un uomo d’affari che si è fatto da solo. Confesso che non ho cultura, mi fido del mio istinto, di ciò che provo. Ma poi non so spiegare il come e il perchè.
– Era in città per lavoro?
– Sì. Qualche anno fa ho escogitato un nuovo sistema per grandi ponteggi costituito da tubi in ferro componibili che sta avendo un discreto successo in tutta Europa. E qui a Barcellona in previsione dell’Esposizione Mondiale del prossimo anno, molte ditte stanno acquistando i miei tubi.
– Ah, so di che parla. Le faccio i miei complimenti.
– Anche lei nel settore?
– Solo indirettamente.
– Lei è un imprenditore spagnolo?
Il signore di fronte a me scoppiò in una risata molto mediterranea che mise in evidenza una dentatura candida e irregolare.
– Mi scambiano spesso per spagnolo, per via dei baffi scuri e della carnagione olivastra, ma sono tedesco, nonostante il mio cognome sia di chiara origine olandese. I miei progenitori devono aver vagato per mezza Europa e qualche donna di famiglia non deve essere stata del tutto irreprensibile.
Un’altra violenta risata scosse lo scompartimento. Risi anch’io, un po’ per educazione e un po’ perchè l’uomo aveva un buonumore contagioso. Questi aggiunse:
– Non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Ludwig Mies van der Rohe*, permette?

Mi alzai in piedi e strinsi la sua mano aggiungendo:
– Alberto Innocenti, molto lieto.
– Ah, ecco come si chiamano i suoi tubi! Non riuscivo a ricordarlo.
Il suo nome, al contrario, non mi diceva nulla, ma l’uomo era simpatico. Festeggiammo la conoscenza con un altro sigaro, che questa volta fui io ad offrire, un Monterrey dal profumo spiccato. Conversammo a lungo, usando il linguaggio tipico dei treni internazionali, una miscela improvvisata di inglese, spagnolo e francese, condita di gesti e ammiccamenti. C’intendevamo a meraviglia. Anche se su parecchi argomenti scoprimmo di avere idee opposte, questo non creò alcun attrito, anzi, ciascuno mostrava di apprezzare la posizione altrui pur non rinunciando alla propria. Dicono sia questa la magia del treno.
Le ore e i paesaggi intorno a noi scorrevano veloci. Ormai non mancava molto a Parigi, dove io sarei sceso.
– Signor Innocenti, vorrei tornare con le parole a Barcellona. Mi preme la sua opinione su un’idea che mi sta frullando in testa.
– Mi dica, le darò volentieri un parere.
Il signor Mies sembrava imbarazzato, temetti che volesse rivolgermi domande troppo personali, magari che gli parlassi di Anita. Fortunatamente fugò presto i miei timori.
– Devo premettere che sono un architetto piuttosto conosciuto. Non lo sto dicendo per vanteria, ma per farle capire. Bene, il mio governo mi ha assegnato l’incarico di progettare il padiglione che tra un anno rappresenterà la Germania all’Esposizione Mondiale di Barcellona.
– Accidenti! Deve essere una bella soddisfazione. Congratulazioni.
– Grazie. Pensi, mi hanno dato carta bianca e io ne voglio approfittare per esprimere la mia visione dell’architettura, senza farmi condizionare dall’ambiente.
– È giusto, ma qual è la sua idea di architettura? La esprima con concetti semplici che anche un profano come me possa capire.
– “Less is more”. Come dire il meno è meglio. Sono per la purezza delle linee, la semplificazione delle forme, la leggerezza della struttura. La mia idea è che chi guardi una mia opera debba essere contagiato dalla sua apparente semplicità.
– Ora capisco il suo discorso su Barcellona. Quel Gaudì non deve piacerle molto.
– Già! Direi che siamo agli antipodi: lui ha reinventato il barocco, io sono innamorato del romanico.
– Immagino che i suoi colleghi staranno progettando padiglioni che ricordino l’architettura catalana.
– Esatto, ed è proprio questo il punto: io non voglio seguire quella strada. Per riprendere la metafora femminile, più che una formosa donna spagnola, ho in mente una parigina snella. Ha presente il tipo, zigomi alti, nasino all’insù e corpo esile?
– Sì. E ho compreso che cosa intende con questa metafora. Comunque io sono per la spagnola formosa.
Il signor Mies rise rumorosamente:
– Meglio! Così non ci succederà di contenderci le stesse donne. Ma torniamo al progetto: ho in mente una struttura snella e ampie superfici lisce.
Aveva tirato fuori un blocco da disegno su cui andava tracciando con rapidità lo schizzo di un edificio. Riprese a parlare:
– Se le dico superficie liscia, lei a che materiali pensa?
Mi piacque il modo con cui me lo chiese, il suo protendersi in avanti, come se la mia risposta potesse essere risolutiva.
– Bè, il vetro, il marmo, ma soprattutto l’acqua.
– L’acqua!- Ludwig Mies mi guardò stupefatto. Poi riprese:
– Sa che all’acqua non avevo pensato? Accidenti, le parlo di semplificazioni, essenzialità e dimentico l’elemento puro e liscio per eccellenza! Idiota che sono. Signor Innocenti lei è un genio.
E subito aggiunse allo schizzo una specie di grande vasca davanti alla costruzione. Poi staccò il foglio dal blocco e me lo porse. Intanto il treno aveva imboccato la gare du Lyon. Ci salutammo calorosamente e ci demmo un ideale appuntamento per l’anno prossimo a Barcellona.

Per una serie di circostanze sono rimasto lontano da Barcellona per quasi vent’anni. Ho dimenticato Anita e la Spagna, ho vissuto in altre direzioni. Ora che le guerre tacciono e che mi sono ritirato dagli affari, ci sono voluto tornare. La città non è cambiata, ma forse sono cambiati i miei occhi e di certo la donna che mi sta a fianco, mia moglie.
Barcellona mi piace sempre, ma non più per le sue curve che trovo troppo morbide.
Ieri andando verso il Museo Nazionale ho visto le indicazioni per il quartiere dell’Esposizione del 1929. Non pensavo fosse rimasto in piedi qualcosa dopo vent’anni. Istintivamente sono andato a cercare il padiglione tedesco. È in fondo a una spianata, di poco rialzato rispetto al terreno circostante: niente di faraonico, una costruzione a un piano, dalle grandi vetrate e dai marmi levigati. Pochi ambienti dalle forme pure che circondano un cortiletto interamente occupato da una vasca in cui si riflettono le linee dritte dell’edificio.
Qui ho provato uno strano senso di pace. Non so dire meglio, ma il signor Mies avrebbe compreso il mio stupore e probabilmente ne sarebbe stato felice.

* Ludwig Mies van der Rohe è stato il capofila del Bahuhaus, movimento d’architettura tedesco. Il padiglione da lui progettato è ancora visibile a Barcellona. Il resto è immaginazione.

 

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8 Risposte to “less is more*”

  1. teti 4 febbraio 2016 a 13:15 #

    c’ero quasi cascata, ma è storia di pura fantasia… l’inventore dei tubi è Ferdinando non Alberto. mi piace la lealtà degli indizi rivelatori e anche la storia!

    • massimolegnani 4 febbraio 2016 a 17:25 #

      Ferdinando, mi sono fidato della memoria (sono poco scrupoloso, raramente verifico la veridicita’ dei riferimenti storici.)
      Ho usato Innocenti per dire alcune cose che avevo in mente io, l’importante che la vicenda fosse credibile.
      Ciao teti, grazie.
      ml

  2. lamelasbacata 4 febbraio 2016 a 15:13 #

    Una storia molto intensa, mi è piaciuta! M.

  3. Enzorasi 4 febbraio 2016 a 19:38 #

    Che fosse un miscuglio di reale ( carnale) e immaginario l’avevo capito subito. Ma non ha importanza, spesso le nostre verità devono essere comunicate per metafore; si scivola su un sogno e ci si rialza trovandolo parzialmente modificato. E’ il belllo della vita. Dentro il tuo racconto ne ho trovati molti altri… c’è un richiamo a mie esperienze personali, ad altri treni, altri sigari, altri incontri. Il senso di pace finale, non ti sembri strano, è stato anche il mio: pace attenta e consapevole come solo una certa vecchia Europa sa regalare. Bravo Massimo.

    • massimolegnani 4 febbraio 2016 a 20:01 #

      Inventiamo storie per dire (nostre) verità’ 🙂
      Ciao Enzo
      ml

  4. malosmannaja 7 febbraio 2016 a 20:39 #

    ottimo affresco più storiesco che storico (ergo più ricco di valore aggiunto). quando dai corpo ai dialoghi, la tua scrittura prende corpo…
    : )
    tocco di classe il cambio d’opinione in prospettiva (“sono cambiati i miei occhi”) circa le curve di Barcellona, mediante cui Innocenti, in qualche modo mostra di aver compreso, viaggio dopo viaggio, vita facendo, che mettere a nudo l’essenziale (“meno è meglio”) è la chiave di lettura più potente di cui dispone il cervello umano.
    alla faccia dell’aneddoto che gli amici lo prendessero per il culo dicendo: “non capisci un tubo”.
    : )))

    • massimolegnani 7 febbraio 2016 a 23:11 #

      assolutamente storiesco, che non penso proprio che i due si conoscessero. E ne ho approfittato per dire cosa penso di Gaudi 🙂

      ciao malos
      ml

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