John e Milena (tentativi di ritorno)

14 Feb
c.calati

c.calati

 

 

Su chi fosse quell’omone fermo alla sua porta, Milena non aveva dubbi. Panama sgualcito, scarponi e fango, bastone e zaino zeppo, doveva essere per forza un camminatore solitario, forse proveniente dalla via francigena che passava lì vicino. Come pure non ebbe bisogno di chiedergli che cosa volesse, ovvia la doccia, impellente un letto per la notte. Il Salice, bed&breakfast inaugurato di recente, era privo di ospiti per cui lei lo aveva accolto con particolare entusiasmo.

L’uomo stravolto dalla fatica aveva consegnato il passaporto e, ritirata la chiave, era subito salito alla sua stanza. Quasi certo che si sarebbe addormentato di lì a poco, senza nemmeno cenare.

La padrona, compilando la scheda con i dati del cliente, John McCullough, 45 anni, australiano di Crane, località imprecisata del Queensland, fu presa da una sottile eccitazione, finalmente avrebbe collaudato con uno straniero madre-lingua il proprio inglese, frutto recente di un corso full-immersion, immersione per altro assai salata.

Purtroppo al mattino seguente era riuscita a scambiare solo pochi convenevoli, intuendo più che capendo le risposte dell’ospite. Poi lui aveva saldato il conto ed era ripartito. Lei aveva provato un vago rammarico mentre lo guardava allontanarsi appesantito sotto il carico; la sua mole già così spossata alla partenza ispirava fiducia, qualche parola in più con lui l’avrebbe scambiata volentieri.

Grande fu lo stupore della donna quando il turista riapparve alla sua porta poco prima del tramonto.

La credevo ormai lontano, a scalar le mura di Monteriggioni se non a Siena a riposare all’ombra della Torre– gli aveva detto a mo’ di saluto in un inglese che le era sembrato impeccabile.

John la guardò strizzando gli occhi come si stesse sforzando di capire, poi scosse il capoccione e allargando le braccia iniziò un lungo discorso di cui Milena comprese solo sorry e poco più. Sembrava che l’uomo volesse giustificare la propria ricomparsa o forse cercava di spiegare qualcos’altro, il tono era impacciato e docile, la voce piacevolmente cavernosa, ma le parole erano un alternarsi di suoni duri e altri strascicati che poco assomigliavano alla lingua imparata da Milena.

La stessa scena, con piccole varianti, si replicò nei giorni a seguire, come un disco rotto che non riesce a superare il solco.  Sì, perché l’australiano partiva al primo sole con il suo passo barcollante, dopo aver pagato il dovuto per la notte e averla salutata con calore, anche abbracciandola come non dovesse rivederla mai più, ma nel tardo pomeriggio era di nuovo lì a chiedere una camera con l’imbarazzo di un bambino sorpreso con le mani nella marmellata. E invece nelle mani stringeva qualche fiordaliso o pochi papaveri sgualciti da offrire alla donna che non cessava meraviglia. Sembrava volesse replicare la scena con una cocciutaggine bambina fino a quando non fosse riuscito ad imprimere a questa un diverso andamento.

Lei imparò presto a non chiedere il motivo di quella bizzarria, gioiva ad ogni suo ritorno e sorrideva porgendogli sempre la stessa chiave.

Florence” le aveva detto lui la seconda sera, ma Firenze giorno dopo giorno era apparsa sempre più distante, sembrava che John non riuscisse a staccarsi da quel luogo, un’attrazione più forte dei propositi. A Milena, osservando la sua imponenza in controluce e il tenue smarrimento che conservava negli occhi anche se rideva, venne in mente l’immagine di una balena spiaggiata.

La donna aveva preso l’abitudine di cucinare per entrambi, non tollerando l’idea che lui si nutrisse a scatolette nella solitudine della stanza. Cene consumate con naturalezza in cucina accanto alla stufa accesa, John divorava ogni novità, lei si deliziava alla sua fame. Solo le parole erano ancora faticose come il primo giorno.

Una sera l’uomo cercò di spiegare, scandendo ogni sillaba:

Nel bush parliamo un inglese storpiato che nessun cittadino britannico sarebbe in grado di capire.

Milena annuì come avesse ben compreso, poi in un moto di sincerità chiese:

Bus? What a bus?

ripetendo la domanda a mezza voce anche in italiano,

Quale autobus?

come tentasse di trovare da sola il bandolo del discorso.

 

Un breve imbarazzo quindi risero all’unisono. L’unica certezza tra loro era l’incomprensione della lingua. Così, senza nemmeno stabilirlo decisero il silenzio.

Accantonate le parole come un libro fascinoso ma troppo impegnativo, quella sera non fecero altro che tacere.

Qualche sorriso da una poltrona all’altra, la musica soffusa, il Morellino sorseggiato con lentezza, gli sguardi che s’incrociavano tranquilli, l’ostinazione della pendola che restava inascoltata.

Milena fissò le mani forti e inoperose dell’uomo, ne immaginò il tocco sulla pelle, quasi lo sentì, incredibilmente delicato. John andò fantasticando sui paesaggi appena attraversati e si sorprese a confondere le ondulazioni delle terre di Siena con le forme  morbide di lei, convinto di saperle senza approssimazioni.

 

Una piccola felicità era lì a portata di silenzio.

 

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22 Risposte to “John e Milena (tentativi di ritorno)”

  1. teti 14 febbraio 2016 a 14:17 #

    posso ben capire l’aspetto riassunto nel finale… tanto bene che riesco a trovare anche nel silenzio i pretesti per evidenziare incompatibilità, come se fossi nata per litigare a prescindere… 🙂

    • massimolegnani 14 febbraio 2016 a 16:52 #

      eheh, ma questo è un silenzio pieno di armonia 🙂
      Ciao teti,
      ml

      • lucilontane 14 febbraio 2016 a 17:16 #

        Ognuno vorrebbe una donna (o un uomo) con cui stare in silenzio. (Niente perle di saggezza, una delle battute più belle di Still life, ma è così vero per me…e tu lo hai descritto con delicatezza).ciao ml.

      • massimolegnani 14 febbraio 2016 a 23:11 #

        sì, un silenzio caldo e bastante.Grazie luci,ml

        Date: Sun, 14 Feb 2016 15:16:28 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

      • lucilontane 14 febbraio 2016 a 23:43 #

        Il silenzio é così perfetto…

      • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 00:27 #

        sì, 🙂

        Date: Sun, 14 Feb 2016 21:43:10 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  2. Paolo 14 febbraio 2016 a 17:35 #

    Bellissimo! Nella forma, è scritto in modo ineccepibile – ci sono diversi passaggi degni di sottolineatura, dal “solco del disco” incantato all'”ostinazione della pendola” inascoltata -, come nella scelta di contenuto. Delicato e suadente nell’approssimare e “cantare” (c’è poesia, molta), un sentimento così genuino e confortante (in tutta la sua soggettività). Vero, nel raccontarlo con parole esatte che nulla tolgono e nulla aggiungono di troppo. Davvero un bel racconto, commovente e cesellato con cura. Bravo!

    • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 01:01 #

      grazie Paolo per l’apprezzamento e l’attenzione con cui mi hai letto.
      il silenzio come via di vicinanza.
      ciao,
      ml

      • Paolo 15 febbraio 2016 a 01:38 #

        Si, mi e’ piaciuto davvero tanto il modo in cui ce l’hai fatto vivere. Davvero un bel racconto.

      • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 01:48 #

        grazie ancora 🙂

        Date: Sun, 14 Feb 2016 23:38:41 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  3. lamelasbacata 14 febbraio 2016 a 18:05 #

    Il silenzio può essere più intimo di ogni parola d’amore. Bello davvero,

    • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 01:49 #

      sì, il silenzio può essere apertura all’altro.
      grazie, Mela.
      ml

  4. tramedipensieri 14 febbraio 2016 a 21:52 #

    Sei riuscito a trasmettere l’intensità dei silenzi, dell’incontro … Del desiderio…
    Bravissimo!

  5. LuminariaSprecata 15 febbraio 2016 a 14:23 #

    L’intimità e l’intensità di un silenzio eloquente. Quando le parole sono superflue…

    • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 14:39 #

      ho un amico che sostiene che l’invenzione del linguaggio è stata una sconfitta dell’umanità che ha perso la capacità di comunicare in modo genuino nel silenzio 🙂
      benvenuta qui,
      ciao,
      ml

      • LuminariaSprecata 15 febbraio 2016 a 14:48 #

        Dovremmo davvero recuperare il fascino e il mistero dei silenzi. Due occhi posson dire più di tante parole e solo da uno sguardo puoi capire quanta mistificazione o genuinità ci sia in certi gesti.

      • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 15:36 #

        vero! 🙂

        Date: Mon, 15 Feb 2016 12:48:20 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  6. gelsobianco 15 febbraio 2016 a 16:23 #

    Hai saputo trasmettere il “poco” di alcuni momenti divenire il “tanto”, il “tutto” di quello stesso tempo con una delicatezza estrema e la tua “poesia”.

    “l’ostinazione della pendola che restava inascoltata.”
    Oh, la tua attenzione ai particolari fa sentire di più tutto con emozione.

    “Una piccola felicità era lì a portata di silenzio.”
    Un silenzio caldo, rotondo, senza spigoli, solo curve, un silenzio intimo (che sempre più spesso non siamo in grado di reggere purtroppo).
    Questo silenzio può portare invece a una piccola-grande felicità con i desideri tenuti in sè in silenzio, pronti a rivelarsi senza bisogno di parole, ma con la più naturale naturalezza.
    “e si sorprese a confondere le ondulazioni delle terre di Siena con le forme morbide di lei, convinto di saperle senza approssimazioni”

    Bravo davvero, ml.

    Ti sorrido
    gb

    • massimolegnani 15 febbraio 2016 a 21:51 #

      Mi piace la tua descrizione di questo silenzio. E’ cosi’ che l’avevo immaginato. Ed e’ vero fatichiamo a reggere il silenzio, cosi’ spesso lo roviniamo con parole scontate.
      Grazie gb,
      un sorriso a te
      ml

  7. alessialia 20 febbraio 2016 a 16:08 #

    e ma che bello massimo…. davvero… ho trovato un profumo di intimità, di casa, di sensualità…. un silenzio avvolgente e che riscalda gli animi e il corpo…
    quasi quasi volevo essere io la protagonista!

    • massimolegnani 20 febbraio 2016 a 16:40 #

      questo è un gran bel complimento, sentirti la protagonista della storia
      Grazie per l’immedesimazione.
      ml

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