la piccola impresa (racconto lungo per l’estate)

1 Ago
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by c.calati

 

 

 

La camerata a otto letti era immersa nel silenzio. Suor Clementina aveva appena finito il giro d’ispezione. Gli altri forse dormivano veramente, loro due erano rimasti immobili con gli occhi chiusi mentre lei li illuminava con la pila, salvo poi mettersi a confabulare non appena l’avevano sentita lasciare la stanza.

Dai, Giacomo, ripassiamo tutto.

Ancora? Ma l’abbiamo già fatto tante volte!

Con una zucca come te la prudenza non è mai abbastanza.

Luca, sempre a offendermi tu. E intanto ho dovuto fare tutto io.

Per forza, io sono la mente, tu sei il braccio, e anche le gambe al posto delle mie, eheh.

Già, devo sgobbare per tutti e due. Non è mica giusto, però!

Su piantala. Dimmi, biscotti?

Presi. Ne ho rubato un pacco al giorno dalla dispensa. E anche il tonno, ne abbiamo cinque scatole.

Acqua?

Tutte le bottigliette che ci possono stare sulla carrozzina.

Bravo. Coperte?

Sì, ne ho prese tre dall’armadio grande, anche se non so che cosa ce ne facciamo in luglio.

Tonto, all’aperto di notte è fresco. Non sarà mica come starsene a soffocare comodi di caldo nella sala della televisione. Piuttosto, fiammiferi e candele?

Sì, ho  fatto man bassa in cappella.

Bene. Sciarpe e berretti?

Presi. Ma dico io a che ci servono in estate?

Zuccone, non ti ricordi? Dovrai sparpagliarli sul ciglio della provinciale per far credere che ce ne siamo andati di là.

Ah, già. Me n’ero dimenticato. Sai, con queste medicine che mi danno, dimentico le cose.

A proposito, le tue pastiglie?

Eh, niente da fare. Suor Bruna le tiene sotto chiave in infermeria, non sono riuscito a sgraffignarle. Ma sono più contento così, almeno non avrò quella sonnolenza che non mi fa vedere le cose. Voglio vederlo bene, io, il mondo lì fuori.

Mmhm, Giacomo, rischi di stare male senza le pastiglie. Ma ti capisco, amico mio, cazzo, se ti capisco. Si vive una volta sola, perdio, e questa è la nostra occasione.

Non bestemmiare, Luca, non mi piace. Senti, piuttosto, non potremmo partire dopo la messa? Sai, vorrei fare la comunione. Avrei più coraggio, dopo.

Accidenti, il coniglio che sei! Possibile che se non hai dio con te ti tremino le gambe! Svegliati Giacomo, se scappiamo durante la messa del mattino, nessuno se ne accorgerà. È l’unica occasione che abbiamo, lo capisci, testone?

Sì sì, non t’arrabbiare. Ma come faremo con la suora al portone? Quella è un mastino, abbaia e sbraita appena uno mette un piede fuori dal portone.

Ci penserà la Wanda della cucina, non ti ricordi? La Wanda, quella che ride sempre e dice che sono il suo fidanzato segreto. Ha promesso che distrarrà la suora mentre noi ce la filiamo dall’ingresso principale.

Prima Antonietta, adesso la Wanda. Ma com’è possibile che, brutto come sei e storpio, le femmine s’innamorano tutte di te?

Si dice disabile, ignorante!

Nel buio dello stanzone Luca sollevò un braccio a disegnare un gesto ampio nell’aria, come un sottile compiacimento, ci voleva altro che una menomazione per scalfire il proprio fascino innato. E a quel gesto quasi ieratico i due amici si addormentarono, sognando la fuga.

 

 

*

 

Sulla strada polverosa arrancava una carrozzina da invalido, spinta a fatica da un vecchio allampanato in pantofole di feltro.

    Giacomo, la senti l’aria in faccia? Te lo ricordavi, tu, quanto è bella l’aria fresca     in faccia? Dio, che meraviglia.

   Sì, Luca, è bellissimo. Ma sto sudando come un caprone, pesi come un accidente.

  Forza amico, stringi i denti. Dobbiamo arrivare al sentiero del boschetto, lì ci    potremo riposare.

   Ma di che cosa ti devi riposare tu che stai seduto?

   Non lamentarti tu, che hai le gambe buone. Spingi, Giacomo. Spingi, sennò ci beccano.

    Sì, sì, spingo, ma non lo faccio mica per te, non ti credere. È che non voglio tornare là dentro e senza i tuoi consigli so che non andrei lontano.

   Ecco, bravo. Chissenefrega se non lo fai per me, l’importante è che ci togliamo al   più presto di qua.

    Luca, la provinciale! Come facciamo ad attraversarla con questo traffico?

    Non ti preoccupare. Sventolo la sciarpa, così le macchine ci vedono e si fermano..

   Ho paura di non farcela, Luca.

  Mi raccomando, al mio via devi darci dentro come un disperato.

    Mi verrà una crisi, lo sento.

   Finiscila di frignare. Adesso! Vai, Giacomo. Forzaaa. Spingi, non ti fermare, facciamogliela vedere a questi giovani bastardi di che pasta siamo fatti.

   Dio sia lodato, ce l’abbiamo fatta!

   Seehee, dio. Le tue gambe e le tue braccia, fidati. Se era per Dio ci stiravano sull’asfalto come pasta per le tagliatelle.  

   Sono esausto.

   Ancora uno sforzo, amico mio. Aiutami a imboccare quel sentiero, ti aspetterò qui mentre tu vai a seminare sciarpe e berretti in bella vista sulla strada, ma ben lontano da qui.

Luca lo osservò allontanarsi con quei passetti patetici, frenetici e lenti allo stesso tempo. Giacomo non era un’aquila ma aveva la gran dote dell’ubbidienza, seminò in modo meticoloso i loro oggetti lungo il ciglio della strada ad almeno cinquecento metri da dove in realtà si sarebbero infilati nella boscaglia. Luca guardandolo da lontano mormorò tra sè un “bravo Giacomo” pieno di ammirazione, ma quando, dopo quasi un’ora l’amico tornò stravolto dalla missione, lui preferì accoglierlo con un rimbrotto per il troppo tempo impiegato. Giacomo chinò la testa come uno scolaro che non osa opporsi all’ingiusto rimprovero del maestro.

 

*

 

Alcune candele rischiaravano il piccolo accampamento. Accanto alla carrozzina carica di sacchetti e cianfrusaglie, due corpi distesi sulle coperte. Giacomo aveva appena avuto una crisi. Luca allungandosi come una biscia lo aveva preso tra le braccia e ripulito dalla schiuma a mano a mano che si formava sulla bocca serrata spasmodicamente. Poi, appoggiatosi con le spalle a un albero aveva aspettato che le convulsioni cessassero tenendolo per mano.

Luca, che cos’è successo? Mi sento strano.

È tutto passato, Giacomo. Una delle tue crisi, ma eri già per terra per cui non ti sei fatto male cadendo.

         Forse dovevo restare all’ospizio e prendere le pastiglie della suora.

Finiscila di frignare. Anche lì qualche crisi l’hai avuta e non è che le suore ti aiutassero più di quel che ho fatto io. Sai cosa fanno le suore quando tu sei in convulsioni?

No.

Si fanno il segno della croce e ci costringono a pregare, dicendoci: “Questo è il castigo di Dio perché voi non siete stati buoni.”

Davvero è un castigo?

Cazzate, Giacomo. A loro fa comodo dire così per impaurirci e tenerci buoni buoni.

Io credevo che mi curassero quando stavo male.

Macchè. E allora, dico, che differenza fa per te essere qui o lì? Guarda piuttosto quante stelle ci sono in cielo, mica le vedevamo noi sempre chiusi tra quelle mura. Non ti fanno sentire libero le stelle?

Sì, mi sembra di poterle toccare. Siamo liberi, Luca. E fra poco spunterà la luna. Che spettacolo sarà.

Eheh, pensa: stanotte apri gli occhi e vedi una luce bianca e tonda. Per una volta non sarà la torcia di quella nazista “Silenzio, dormite. Dormite, silenzio.” Sarà la luna piena a dirti“Giacomino, dormi se vuoi… o fai il cazzo che ti pare, se preferisci.”

Ahahah. A suor Clementina manca proprio la dolcezza della luna.

Ehi, ti andrebbe una sigaretta?

Ma io non ho mai fumato.

Beh, allora è il momento buono per cominciare. Dai te l’accendo io.

Ma dove hai trovato il pacchetto?

Eheh, l’ho sfilato dal camice del dottore mentre mi visitava.

Già, quelli ti dicono questo fa male quest’altro non lo devi fare, ma poi loro i vizi ce li hanno tutti.

Al diavolo i dottori, che ci lascino crepare in pace. Noi ormai abbiamo dato.

Luca, cosa facciamo domani? Torniamo indietro?

Ma sei matto! Ho un’idea meravigliosa per domani.

Dimmela, Luca.

Voglio arrivare al fiume, voglio vedere l’acqua che scorre e va chissà dove. È troppo tempo che vediamo solo acqua ferma.

Ma non c’è mica uno stagno  nel giardino dell’ospizio.

Scemo che sei. Siamo noi,anzi eravamo noi l’acqua stagnante e puzzolente. Lo siamo stati per troppo tempo, era ora di darci un taglio.

Sì, ma poi cosa faremo?

Uffa, che noioso che sei. Un pensiero alla volta. Domani il fiume, poi si vedrà. E adesso dormiamo che domani abbiamo da camminare.

Abbiamo! “abbiamo” un corno. Io avrò da camminare e spingere, tu te ne starai bello bello in carrozza, come sempre.

Ahahahah

E adesso perché ridi?

Sto pensando che domattina avrai pure del lavoro in più: suderai del bello e del buono per rimettermi sulla carrozzina. Ahahah

*

 

In realtà la Dora in quel tratto non era un granchè, poco più di un torrentello in mezzo a un greto sassoso, ma per loro era la meraviglia della scoperta, il raggiungimento di una meta insperata.

Giacomo, abbiamo scoperto le sorgenti del Nilo!

       Il Nilo? Ma non è in Africa?

       Ma certo, testone! Era per dire che siamo come due esploratori in una terra sconosciuta.

        L’avevo capito, cosa credi? Facevo dell’ironia.

        See, tu l’ironia, figuriamoci. Piuttosto la vera ironia è che qui ci venivo da ragazzetto a sguazzare in acqua  e saltabeccare tra  sassi e massi. Com’ero agile e forte! Chi l’avrebbe detto che ci sarei tornato su una carrozzina da invalido.

Che tristezza questa cosa. Forse era meglio non tornarci in queste condizioni.

         Scherzi? Io sono felicissimo di essere qui. L’abbiamo messa nel culo alla vecchiaia, alle suore e anche alla paralisi.

          Luca, non parlare così, mi metti a disagio.

          Per le suore? Sai cosa ti dico? Se Dio esiste (e farebbe più bella figura a non esserci) e ha un po’ di criterio in zucca, di suore in paradiso ne fa entrare pochine.

 

Tra battibecchi, silenzi e qualche sorriso, rimasero tutto il giorno sull’alta sponda del fiume, gustando lo scorrere veloce dell’acqua e quello lento del tempo. Un tempo fermo che avevano rubato come una marmellata dalla dispensa.

A sera, mentre l’ultimo sole arrossava i ciottoli bianchi e faceva brillare la Dora, i due amici si divisero una scatoletta di tonno e gli ultimi bocconi di una pagnotta che Giacomo aveva sgraffignato in cucina, già rafferma prima ancora che inziassero la fuga. Eppure dai loro volti affiorava una beatitudine, piccola e salda, che li accompagnò nel sonno.

Luca cosa faremo domani?

           Domani c’inventeremo altre avventure, vedrai. Ma adesso dormi che è tardi.

 

 

 

 

 

Cronaca dalla Provincia

 

“Sono stati ritrovati sani e salvi i due ospiti della Residenza Sabauda, Luca Baldissero di anni 75 e Giacomo Giaudrone di anni 79, che con la loro scomparsa avevano tenuto in apprensione l’intera popolazione locale. Dopo affannose ricerche a cui hanno partecipato centinaia di volontari, i due sono stati rintracciati sulle rive della Dora. Pare si fossero allontanati dalla casa di riposo per una breve passeggiata ma poi non siano più stati in grado di riprendere la via del ritorno. Al momento del ritrovamento erano in evidente stato confusionale e sembra che, credendo di trovarsi di fronte a dei malintenzionati, abbiano accolto i loro soccorritori a male parole, rifiutandosi di seguirli. I due sono apparsi in discrete condizioni di salute, considerate l’età avanzata e le vicissitudini sopportate in questi giorni. In via cautelativa sono stati accompagnati al locale ospedale per una serie di controlli, prima di essere nuovamente affidati alle amorevoli cure delle Pie Sorelle della Carità Cristiana.”

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16 Risposte to “la piccola impresa (racconto lungo per l’estate)”

  1. lamelasbacata 1 agosto 2016 a 13:51 #

    Quanta tenerezza! Ho fatto il tifo per loro fino all’ ultima riga! Sei sorprendente 🙂

    • massimolegnani 1 agosto 2016 a 18:32 #

      Ma loro anche se ripresi hanno vinto su tutto!
      Grazie Mela, ti abbraccio
      ml

  2. LaLetteraVi 1 agosto 2016 a 16:45 #

    sarebbe bello arrivarci come luca alla vecchiaia. 🙂

  3. gelsobianco 2 agosto 2016 a 03:31 #

    A caldissimissimo
    ” “Per una volta non sarà la torcia di quella nazista “Silenzio, dormite. Dormite, silenzio.” Sarà la luna piena a dirti“Giacomino, dormi se vuoi… o fai il cazzo che ti pare, se preferisci.” ”
    Grande ml 🙂
    Ti abbraccio
    gb
    Sai che torno.

    • massimolegnani 2 agosto 2016 a 10:07 #

      la luna che permette a Giacomino di fare “il cazzo che gli pare” è la cifra della riconquistata libertà.
      grazie gb 🙂
      un sorriso
      ml

      • gelsobianco 2 agosto 2016 a 20:03 #

        e credi che gb non abbia colto immediato il significato che quella luna ha? 😉
        è la luce della libertà che si sono riconquistati
        – non ha importanza per quanto tempo – è il momento a valere –

        ancora… bravo ml 🙂
        ti abbraccio (dopo questo racconto ci vuole un abbraccio)
        gb

      • massimolegnani 3 agosto 2016 a 00:02 #

        sorrido: era una conferma alle tue parole, un dirti di essere sulla tua stessa lunghezza d’onda!

        Abbraccio te

        ________________________________

      • gelsobianco 3 agosto 2016 a 02:52 #

        siamo, sì, sulla stessa lunghezza d’ onda.
        ce lo diciamo a vicenda.

        abbraccio e sorriso, ml
        gb

      • massimolegnani 3 agosto 2016 a 10:03 #

        🙂

        ________________________________

  4. Cose da V 2 agosto 2016 a 14:20 #

    Bellissimi personaggi che vogliono riappropriarsi della vita (mi è piaciuto il paragone con l’acqua ferma). Mi sembra un inno alla libertà questo tuo racconto con una punta di dolcezza e tenerezza per i personaggi che hai descritto. Bravo.

    • massimolegnani 2 agosto 2016 a 16:06 #

      ..e a me è piaciuto molto il verbo che hai usato per caratterizzare l’azione dei due vecchietti: “riappropriarsi della vita”. Loro si sono ripresi la vita quando sembrava che potessero essere solo gli altri a decidere per loro.
      ciao V
      (e grazie per il bravo)

  5. Prishilla 5 agosto 2016 a 10:25 #

    Perfetta la plumbago ad accompagnare questa avventura 😉 Prish

    • massimolegnani 5 agosto 2016 a 14:55 #

      Mi sembra una pianta dalla bellezza fragile simile alla loro
      Ciao Prish, un abbraccio a
      ml

  6. remigio 5 agosto 2016 a 13:44 #

    Per i diritti d’autore che faccio? Ti mando un bonifico? A parte gli scherzi: complimenti vivissimi 🙂 ciao ml

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