nelle ore della notte

4 Set
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by c.calati

 

 

Quando si fa buio il cielo mi muovo per casa silenzioso, passi felpati e gesti morbidi, taccio per non disturbarmi, cerco di essere un lago di quiete che protetto dai monti si appiattisce in un sonno senza onde.

Ma queste stanze a una cert’ora si accendono di suoni come lampadari scintillanti. Raccolgono i rumori dell’intero caseggiato, li scovano con una perseveranza da segugi in mille anfratti e in cento variazioni, trasformandoli in frastuono.

Queste stanze, le mie stanze, di notte mi sono insopportabili. Il borbottio della caldaia cresce nei tubi fino a diventare, al quinto piano dove abito, un respiro moribondo che però non muore mai. Lo stillicidio della pendola sulla parete del vicino sega il mio tempo in tante briciole inservibili. Musiche metalliche, ballabili italiani, opere liriche, salgono intrecciate lungo i muri dai piani bassi alle mie orecchie, come la vite vergine, l’edera, il glicine che s’arrampicano e si spandono nelle case diroccate di campagna in un groviglio inestricabile. E dalla strada in sottofondo i freni, le sgommate, le sirene. Ecco il frastuono. Ma più dei suoni sono i rumori umani a raggiungermi ovunque mi nasconda. La pisciata oscena, interminabile, del vecchio dalla prostata malsana che ha il cesso sopra la mia testa, il rodeo di colpi assatanati e gemiti esplosivi degli sposini che non bastano tre piani a stemperare e poi tutto l’assortimento d’incerta provenienza, le risate grasse, i pianti isterici, le grida sgangherate, le scoregge in solitudine, i rutti sparati in compagnia, tutti i rumori assieme mi cingono d’assedio. Così ti scrivo per evadere. Carta e penna, vorrei pensarti bene, ma il mio pensiero incespica, non passa la barriera, è sopraffatto dal frastuono, i rumori invadono anche il foglio, finisco col parlarti delle voci dei vicini, squillanti o bitonali come le trombe nello stadio, ti dico dei lattanti che reclamano col pianto il seno o la bottiglia, e delle madri che gemendo si alzano dai letti cigolanti e in sottofondo ronfano i mariti indifferenti come gatti, ti racconto di anonime parole, dichiarazioni di belligeranza o incaute frasi d’amore, che non voglio sapere a chi appartengano, perché rifiuto di essere coinvolto dai suoni altrui. Ti scrivo per evadere e resto intrappolato, appena poche righe e già mi arrendo. Così abbandono la mia penna, appallottolo la carta e mi lascio sommergere da questa marea, sonora e immonda. Resto in ascolto e riconosco il ragionier Trompetti che sproloquia in disperati soliloqui, i coniugi Malfatti che fanno del litigio un’arte da poltrona, e poi il catarro catramoso di Giovanni Pipoli che si spolmona e sputa e non sono certo che sia nel lavandino, i gargarismi lirici della signorina Lea, secca e tignosa, la flatulenza poderosa di Lalla Gentili e il marito che timido protesta. Tutti riconosco e odio. Provo un rancore preciso per ciascuno, sano e sterminato il mio rancore, capace di una strage.

Ma poi sento la tosse stanca di Tommaso e il pianto soffocato di sua mamma. M’irrigidisco come un mulo che fiuta lo strapiombo. Non bastano le mani sulle orecchie e i muscoli contratti nel rifiuto, quei due suoni penetrano dentro assieme all’aria che respiro. Appena dietro la mia nuca, lei, la fronte appoggiata alla parete, sommessamente piange. Ha gli occhi rossi come li vedessi, e le sue lacrime mi scorrono sul collo. Resisto ancora qualche istante, ma la mia resa è prossima. Mi alzo di scatto dalla sedia, tento qualche passo per fuggire dalla camera ma vengo trafitto dai lamenti al di là del muro. Mi volto, guardo la parete di confine come vedessi oltre, vedo lo sfinimento del bambino, la desolazione della madre, mi avvicino incerto e passo la mano sopra il muro in una carezza faticosa. Bacio l’intonaco dove so i suoi occhi che sono sempre rossi. Spalanco le braccia come crocifisso in un abbraccio.

Poi scivolo per terra e resto lì insonne a vegliare la loro notte. Che i rumori non disturbino la tosse e il pianto.

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42 Risposte to “nelle ore della notte”

  1. Daniela 4 settembre 2016 a 10:48 #

    un racconto che tocca il cuore e dimostra l’ormai rara tolleranza e rispetto per le sofferenze altrui.Complimenti e buona domenica

  2. Stefi 4 settembre 2016 a 10:57 #

    La notte ha un verbo: amplificare. Che siano paure, dolori, insoddisfazioni o gioie, che sia la normalità delle azioni ripetute o l’eccezionalità di quelle transitorie, la notte dilata tutto ed entra dentro. Il tuo animo è sensibile e sa cogliere gli altri con rispetto e con empatia, ma dalla giusta distanza.
    A scivolare per terra ci si placa, quasi sempre.

    • massimolegnani 4 settembre 2016 a 21:52 #

      hai usato il verbo giusto, amplificare, ma ogni parola mi piace in questo tuo commento.
      grazie Stè,
      ml

      • Stefi 5 settembre 2016 a 08:32 #

        Allora un sorriso 🙂

      • massimolegnani 5 settembre 2016 a 08:35 #

        buona giornata a te 🙂

  3. Giuliana 4 settembre 2016 a 11:02 #

    mi hai fatta piangere, non riesco a smettere

    • massimolegnani 4 settembre 2016 a 21:53 #

      un po’ mi spiace, un poco no perchè lo considero il segno di una lettura partecipe.
      un sorriso,
      ml

      • Giuliana 5 settembre 2016 a 06:04 #

        arriva dritto dritto, cosi’ dovrebbe essere quando si scrive ma non sempre ci riusciamo 😊

      • massimolegnani 5 settembre 2016 a 08:13 #

        grazie Giuliana, è un bel complimento

      • Giuliana 5 settembre 2016 a 08:20 #

        meritatissimo 😍

      • massimolegnani 5 settembre 2016 a 08:36 #

        ! 🙂

  4. menteminima 4 settembre 2016 a 11:52 #

    Mi è piaciuto moltissimo.

  5. lamelasbacata 4 settembre 2016 a 13:20 #

    “taccio per non disturbarmi” è struggente.
    Dalle tue parole affiora il tuo animo delicato e attento. Un microcosmo raccontato con disincanto e affetto. Splendido, mio caro 🙂

    • massimolegnani 4 settembre 2016 a 21:59 #

      in fondo questo è un brano pieno di ottimismo, l’uomo è capace non solo di odio ma anche di amore per chi vive oltre il muro divisorio del proprio ego.
      ciao Mela,
      ml
      (grazie!!)

  6. malachina 4 settembre 2016 a 14:39 #

    Molto, molto, molto bello.

  7. remigio 4 settembre 2016 a 15:20 #

    Mi verrebbe da dire, sorridendo: ma in quale condominio abita ‘sto Camillo? Come al solito, ottima e ironica riflessione. Ciao Carlo 🙂

    • massimolegnani 4 settembre 2016 a 22:02 #

      povero Camillo, gli trovato un appartamentino che nemmeno nei peggiori incubi 🙂
      ciao Remigio
      un sorriso,
      ml

  8. tramedipensieri 4 settembre 2016 a 16:08 #

    Tutto in un crescendo…da un risveglio di calma, da uno scrivere è un ripensarci ecco che si scatena il quotidiano…noioso, chiassoso che nemmeno la scrittura è riuscita a sconfiggere

    .l’essenza dell’assenza

    • massimolegnani 4 settembre 2016 a 22:06 #

      però alla fine Camillo separa nettamente i rumori molesti dai suoni di vita sofferta al di là del muro e solo da questi ultimi si lascia commuovere.
      ciao .marta
      un sorriso
      ml

  9. Tati 4 settembre 2016 a 20:00 #

    il confine tra chi veglia, in silenzio, e chi è vegliato… è così sottile, nemmeno lo spessore dei mattoni…
    cinico, rabbioso ( di quella rabbia covata e tenuta a denti stretti) e poi la resa: delicatezza e dolcezza si fanno cascata…
    bello, molto.

    • massimolegnani 4 settembre 2016 a 22:08 #

      Grazie Tati.
      ..ed è una resa che ha il profumo di una vittoria dell’uomo, sapersi arrendere, lasciarsi coinvolgere!
      un abbraccio
      ml

      • Tati 4 settembre 2016 a 22:42 #

        … Perché a volte l’essere coinvolti passa attraverso il “lasciare andare”

      • massimolegnani 4 settembre 2016 a 22:50 #

        ..e il lasciarsi andare

      • Tati 5 settembre 2016 a 09:16 #

        … esattamente… 😉

      • massimolegnani 5 settembre 2016 a 10:45 #

        🙂

  10. Nidia 6 settembre 2016 a 06:40 #

    Bravissimo!

  11. T 7 settembre 2016 a 17:30 #

    Adoro la parte degli attacchi e della resistenza: la descrizione della notturna amplificazione che assedia in un condominio è un tutto-d’un-fiato delizioso. La parte della resa a me arriva meno diretta, troppo mediata dalla consapevolezza di chi racconta, però è magnifico che ci sia, la resa. Gran post, come spesso qui 😉

    • massimolegnani 7 settembre 2016 a 20:31 #

      Hai colto nel segno, la parte di rancori mi è venuta spontanea, mentre il finale è un po’ forzato nel senso che volevo far arrivare li il protagonista a tutti i costi.
      Grazie per l’apprezzamento, T
      Ciao
      ml

  12. artepsychesabinablogspotit 8 settembre 2016 a 12:32 #

    …che in mezzo alla folla insostenibile dei rumori scorretti ed invadenti tu riesca ad isolare il suono del dolore e a lasciare che ti invada empaticamente, questo sì è la cosa bella che sai fare…

  13. alessialia 14 settembre 2016 a 14:48 #

    senti mi sono emozionata… non è facile provare empatia, o essere partecipe di dolori e gioie altrui… la notte è tutto piu grande… toccante ml!

    • massimolegnani 14 settembre 2016 a 16:01 #

      Mi piace il tuo modo passionale di leggere.
      Grazie Alessia
      ml

      • alessialia 14 settembre 2016 a 17:40 #

        E a me piace molto il tuo modo di scrovere che rapisce!

      • massimolegnani 14 settembre 2016 a 18:53 #

        Grazie!!

  14. Paolo 18 settembre 2016 a 11:27 #

    Non avevo letto questo splendido brano.
    Massimo, hai capacità per me enormi. Hai reso quest’umanità cacofonica, triviale e orgiastica con la precisione di un bisturi e il colore di aggettivi che colpiscono con esattezza e carico emozionale davvero notevoli. Il tuo timbro è chiaro, personale, acceso, potente. E il suono, la reazione, l’insofferenza crescono, palpabili nella mente di chi ti legge. Infine la virata, la sensibilità, la tua, che coglie, in quell’universo discinto, in tutto quel clamore caotico e animalesco, un pozzo di umanità sofferente. E il lago del tuo cuore ci solleva e ci porta con sé, sulla soglia di quel dramma. Esiste solo quello ora. Puro sentire e compatire. Umani. E la poesia delle tue parole.

    • massimolegnani 18 settembre 2016 a 13:30 #

      Mi piace il verbo che hai scelto: compatire, che sicuramente intendi nel suo significato etimologico di sentire, condividere la sofferenza altrui.
      Grazie di cuore
      ml

      • Paolo 18 settembre 2016 a 13:31 #

        (cum-patire, sì)
        Grazie a te!

      • massimolegnani 18 settembre 2016 a 13:39 #

        Sì!

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