mi stan sul culo quelli che (attenzione, contenuto esplicito)

21 Set
schiele

by web

 

 

Quanta nebbia. Non che gli dispiacesse, a lui la nebbia faceva l’effetto di un indumento supplementare, ma questa aveva la consistenza di un cappotto siberiano, di quelli lunghi fino alle caviglie e con il collo di coniglio. Per ora era un cappotto ancora appeso alla sua gruccia, la nebbia la stava guardando dai vetri della cucina, bevendo un latte tiepido generosamente allungato con del rum. Doveva trovare la giusta gradazione di grigio, per questo fissava la nebbia. 
La madre entrò ciabattando ed interruppe i suoi pensieri.

Non vorrai uscire con questo tempo? Almeno andassi a cercarti un lavoro, invece di ubriacarti in qualche postaccio.
Mamma, piantala. Io un lavoro l’ho già.
Disegnare quattro scarabocchi osceni è un lavoro? Divento rossa ogni volta che li vedo.
Uhff, sono dipinti, opere d’arte. La mia Arte.
Che nessuno ti compra.
La gente non capisce un cazzo.
Sei un fannullone e un maleducato. Ci fosse ancora tuo padre, saprebbe come raddrizzarti.
Almeno lui ha avuto il buon gusto di crepare, tu invece sei ancora qui a spaccarmi le palle in quattro. 

La donna si scagliò urlando contro il figlio, ma questi la spintonò di lato facendola ruzzolare a terra. Poi, senza badare a lei, infilò la porta e uscì.
Per le scale incrociò la signora Pina che tentò di fermarlo:
Ciao Franco, tua mamma è in casa?
Lui rispose con un grugnito, senza rallentare il passo.
Nell’androne del caseggiato quasi travolse il postino che stava per chiedergli un’informazione. Franco gli lanciò un’imprecazione e si precipitò fuori.
Fuori, finalmente, la nebbia. A nasconderlo. E soprattutto a non fargli vedere gli altri. Non li sopportava “gli altri”, quelli con sorrisi e lacrime pronto-cassa, quelli della buona creanza e i cabaret di paste la domenica, quelli che si alzavano presto e presto andavano a dormire, ma anche quelli alternativi…”mi stan sul culo quelli che si credono diversi, quelli che non vanno in chiesa, quelli che vanno con gli uomini, quelli che vanno a rubare, andassero affanculo piuttosto, che sottosotto sono uguali agli altri, tutti a sera se ne tornano a casa. SOLO IO SONO DIVERSO.” Aveva preso a gridare, mentre camminava veloce fendendo una folla di ombre senza vederla. Comprò una bottiglia in una vineria e andò a scolarla al parco.

Il suo umore non migliorò, ma il vino almeno lo fece concentrare sul colore della nebbia. Sì, ora aveva idea di come dipingerla. Una tela di nebbia e sulla destra uno squarcio, il suo sputo al mondo.
Lanciò la bottiglia contro un albero mandandola in frantumi e si avviò a passo spedito verso la casa di Diletta. Suonò al cancello e chiese della ragazza. Naturalmente non gli fu aperto, a lui era interdetto l’ingresso in villa, né lui ci teneva a entrare in quel luogo dove odiava tutto, persone e cose. Diletta lo salutò da una finestra aperta. Franco le rispose con un secco “vieni fuori.”
Non posso, ho la casa piena di parenti. 
Sbrigati. Ho bisogno di te per un quadro.
Ma dai, non è proprio possibile. Cerca di capire.
Stronza. Fanculo te e i tuoi parenti tutti. 

Si allontanò mentre ancora Diletta lo scongiurava di essere comprensivo. Al diavolo, avrebbe dipinto senza di lei. Entrò nel cortile di una casa di ringhiera, in fondo al quale c’era una costruzione bassa con una porta mezzo scardinata e qualche vetro rotto, che lui utilizzava come studio. Appena entrato si diede da fare per tappare con del cartone i buchi delle finestre, accese la stufa, poi sistemò il cavalletto alla luce e preparò sulla tavolozza una gran quantità di bianco e di nero a cui aggiunse una minima dose di giallo. Mescolò a lungo i tre colori fino ad ottenere un grigio chiaro, vagamente paglierino, che iniziò a stendere sulla tela con piccoli tocchi di pennello. Franco lavorò per ore dando fondo al proprio estro che credeva immenso e ad un’altra bottiglia di pessimo vino. Tre quarti del quadro erano occupati da un grigiore slavato, privo di profondità. La parte destra della tela era ancora vergine.
Diletta arrivò a metà pomeriggio. Abbracciò alle spalle Franco che non smise di dipingere. Pallida e paffuta, la ragazza dimostrava meno dei suoi anni. Il suo aspetto delicato contrastava con i tratti duri del suo uomo; il loro legame costituiva un vero mistero, niente li univa, almeno in apparenza.
Toh, la signorina di buona famiglia. 
Ti prego, non essere sarcastico, ho fatto il possibile per liberarmi presto.
Non metterti a frignare che mi dai sui nervi. A vent’anni sei ancora attaccata alle gonne della mamma e al portafoglio di papà.
Non ricominciare, dai.
Franco si voltò verso di lei e le alitò in faccia la propria rabbia.

Ti dà fastidio la puzza di vino, eh. Tu che ti lavi i denti dieci volte al giorno, tu, perfettina e a modo, che cazzo ci fai qui?
Diletta tentò una carezza, ma lui si ritrasse in tempo e riprese con astio.
Io lo so perché sei qui. Ti piace il brivido della scopata fuori dalle convenzioni. 
Mi piace l’amore con te, è diverso.

Lui rise.
  Più troia delle troie di strada. Loro la danno senza tante cerimonie.
Io non faccio cerimonie.
Ah sì? 

Franco la spintonò sul letto e le fu sopra senza allegria. Diletta accennò un “no dai, non così” che assomigliava ai complimenti che era abituata a fare quando le offrivano una tazza di tè nei migliori salotti della città. L’uomo la frugò sotto il vestito e le strappò le mutandine. La prese così, come un castigo. Lei con ancora indosso il cappotto aveva subito aperto le gambe, facendosi inchiodare con quel brivido che aveva appena detto lui.
Diletta avrebbe voluto continuare ma Franco schizzò in piedi e tornò alla tela.
Spogliati e spalanca le cosce più che puoi. 
Ma perché? Non mi va se tu non sei qui con me.
Piantala e sbrigati. Ti voglio ritrarre.
Lì?
, chiese lei sbigottita, ma intanto si stava già spogliando.

Lui si avvicinò, la sistemò come aveva in mente, in una posa volutamente volgare e le versò tra le cosce il resto del vino, indifferente alle sue proteste. Poi tornò al cavalletto e riempì quasi con furore la parte di tela ancora bianca.
  La tua figa insanguinata che squarcia la nebbia e sputa in faccia al mondo, esultò Franco contemplando il quadro finito.
La ragazza non osava muoversi nonostante lo schifo per il vino che andava rapprendendosi sui peli. Forse sperava che ora il suo uomo tornasse da lei con una minima dolcezza, ma Franco prese la tela e uscì dallo stanzone senza nemmeno salutarla. Rimasta sola, finalmente potè piangere.

 

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35 Risposte to “mi stan sul culo quelli che (attenzione, contenuto esplicito)”

  1. rodixidor 21 settembre 2016 a 11:21 #

    Ben scritto, la tua nebbia sa avvolgere il lettore.

  2. lamelasbacata 21 settembre 2016 a 12:47 #

    Il quadro di Schiele è la pennellata finale di un affresco brutale che hai descritto in modo perfetto. Senza pietà, solo la verità nuda e cruda, puro realismo e disperata incomunicabilità. La tenerezza contrapposta al sesso brutale, la nebbia giallina e asfittica (quella che conosco e temo quando chiude i miei polmoni asmatici) contrapposta al rosso sfacciato che sfregia la tela e la dignità di una persona.
    Mi è entrato dentro. Eccellente mio caro!

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 12:55 #

      Ho pensato che c’e’ un alone eccessivamente romantico attorno a parecchi artisti come Modigliani o Schiele, che in realta’ erano violenti e ubriaconi, piu’ da bordelli che da salotti. Senza nulla togliere alla loro grande arte, ho voluto tratteggiare un carattere emblematico, egoista e rude.
      Grazie Mela per la tua sentita lettura.
      ml
      (ho rinviato a domani la partenza per troppa pioggia)

      • lamelasbacata 21 settembre 2016 a 12:58 #

        Hai fatto bene, l’arte andrebbe giudicata anche conoscendo il reale contesto storico che l’ha generata, non solo il romantico aspetto bohemien del pittore puro e squattrinato.
        Un ottimo racconto.
        (Mi dicono che stanotte qui da me è venuta una “bomba d’acqua” ma dormivo il sonno dei cherubini e non mi sono accorta di nulla :D)

      • massimolegnani 21 settembre 2016 a 13:01 #

        (da me comincia ad aprirsi ora, speruma 😄 )

  3. Daniela 21 settembre 2016 a 14:11 #

    un racconto avvincente letto con molto piacere.Ciao

  4. T 21 settembre 2016 a 14:45 #

    ho molto gradito il tratteggio egregio dell’alleanza tra un ambiente, un contesto, e una umana esistenza. Ma anche porti bene in emersione alcuni aspetti d’un tipo di relazione (Franco e Diletta) che apre molte questioni e su cui forse non ci si interroga abbastanza.

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 16:48 #

      apprezzo molto il tuo intervento, T. Grazie. Il rapporto tra Franco e Diletta vorrebbe essere il prototipo di quei misteriosi (e in qualche modo affascinanti) legami tra due elementi che in teoria dovrebbero respingersi e che inevitabilmente a volte sfociano nella distruzione ma che raramente creano qualcosa di indissolubile (penso alla donna di Modigliani, di cui ora mi sfugge il nome, suicida per amore appena dopo la sua morte)
      ciao,
      ml

  5. redbavon 21 settembre 2016 a 16:07 #

    Della brutalità di Franco che la nebbia se lo inghiotta: Ah Franco, te lo dico genuinamente: mi stai enormemente sulle balle. Neanche io faccio cerimonie. La ragazza non sta bene: si chiama Sindrome di Stoccolma.
    Due temi: moderno e vecchio, insieme.
    1) Gli “Altenativi” che per non conformarsi si confromano in un’alternativa, che diventa a sua volta un conformismo all’estremo opposto. Ritengo sia un tema moderno, una reazione al conformismo, quelli malati della Sindrome di Lester Bangs, quelli come un conoscente che sapeva davvero tutto di musica, distruggeva sistematicamente le tue preferenze e gli piacevano solo i gruppi sconosciuti, sfigati e destinati al fallimento economico e artistico.
    2) la vita degli artisti può non rispecchiare la bellezza dell’arte che gli viene accreditata. Gaughin era un gran figlio di…Preferisco, infatti, Van Gogh, una delle sue vittime.
    Perdona la prolissità, ma mi hai fatto venire voglia di scrivere.

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 17:01 #

      ottima prolissità, red 🙂 che mi vede d’accordo su tutta la linea.
      un abbraccio
      ml

  6. remigio 21 settembre 2016 a 19:21 #

    Il quadro di Schiele sopra riportato mi rimanda al celebre dipinto di Courbet “L’origine del mondo” al quale, probabilmente, Schiele si ispirò per dipingere quella donna nuda. Mentre Courbet adottava uno stile quasi fotografico, il pittore austriaco,invece, attraverso quelle figure femminili contorte e sgraziate, quasi sempre nude, aveva l’intenzione di rappresentare il suo disagio esistenziale e il suo complicato rapporto con le donne. Un po’ come faceva Franco, il personaggio del tuo racconto 🙂

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 20:09 #

      Concordo con te sulla differenza tra i due quadri. Dissento in parte sul significato del quadro di Schiele: forse condizionato dall’aver scritto di Franco, trovo nei dipinti di schiele e in questo in particolare una sorta di misantropia, una provocazione, un odio per i borghesi che avrebbero comprato la sua opera. Ma probabilmente mi sono fatto un film tutto mio
      Ciao Remigio
      buona serata.
      ml

  7. pj 21 settembre 2016 a 21:36 #

    La narcisistica arroganza di una diffusa tipologia di artista molto ben rappresentata!

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 22:34 #

      ..e solo pochi di quegli artisti hanno un talento tale che gliela si perdona 🙂
      un saluto
      ml

  8. Alidada 21 settembre 2016 a 22:40 #

    Ben scritto! Brutto tipo quel Franco, ma di certo Picasso o Modigliani (tanto per dirne due..) fossero poi meglio di lui. L’arte è così, è rabbia e anche follia… E’ l’esasperazione del sentire.

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 23:57 #

      giusto, esasperazione del sentire e, aggiungerei, ipertrofia dell’ego
      ciao Alida
      ml

      • Alidada 21 settembre 2016 a 23:59 #

        sì, un ego smisurato e smodato…

      • massimolegnani 22 settembre 2016 a 00:03 #

        ..non sempre giustificato dai risultati 🙂

      • Alidada 22 settembre 2016 a 00:05 #

        vero! Certi individui, anche se grandi artisti, sono odiosi per i loro comportamenti. Però c’è da dire che certe donne, invece che isolarli, li fanno esaltare ancora di più, annullandosi

      • massimolegnani 22 settembre 2016 a 00:15 #

        e ci sono quelli che del grande artista hanno solo gli atteggiamenti odiosi e la spocchia ma non la sostanza!

      • Alidada 22 settembre 2016 a 00:16 #

        presuntuosi e basta… vero!

      • massimolegnani 22 settembre 2016 a 00:18 #

        🙂

  9. Deserthouse 21 settembre 2016 a 23:34 #

    mi piace molto come scrivi, li rendi benissimo, miseri entrambi nelle loro vite.

    • massimolegnani 21 settembre 2016 a 23:58 #

      ti ringrazio per l’apprezzamento.
      ben arrivata
      un sorriso
      ml

  10. massimolegnani 22 settembre 2016 a 08:15 #

    Saro’ assente per alcuni giorni.
    Un saluto a chi passa di qua.
    ml

  11. Stefi 22 settembre 2016 a 16:02 #

    Perdonami se accantono la prosa (quasi perfetta) e l’attrazione (quasi amore) fra Franco e Diletta. E’ che fin dalle prime righe di questo racconto esplicito ho pensato ad Antonio Ligabue, pittore della mia terra, che vagava per le campagne reggiane in preda a crisi psichiche. Entrava nelle case e regalava quadri in cambio di bicchieri di vino. Era un genio della tela e il mondo l’ha capito solo dopo la sua morte.
    Bello il racconto, bello il ricordo.

    • massimolegnani 28 settembre 2016 a 09:15 #

      me lo ricordo Ligabue, lo sguardo folle e, in fondo, un carattere più limpido di altri artisti come Franco o Schiele.
      ciao Stè,
      un abbraccio
      ml

  12. alessialia 23 settembre 2016 a 10:37 #

    ho letto il commento che sarai assente…
    ma io ho letto ora questo racconto… ammazza che bello… mi ha catapultato dentro a quella nebbia… hai fatto uscire benissimo gli animi di molti artisti di cui si conosce solo la loro arte… che poi puo essere anche nmetafora di certi amori…
    non ti conoscevo sotto questa veste… ancora una volta avvolgente ml!

    • massimolegnani 28 settembre 2016 a 09:19 #

      ed eccomi di ritorno, Alessia 🙂
      vero, il racconto può essere metafora di certi legami tossici e intensi.
      un sorriso a te
      ml

      • alessialia 28 settembre 2016 a 10:10 #

        ohhhh!!!! eccotiiii!!!!! assolutamente si! ben scritto come al solito e particolare!
        sbaciuzzi a te ml!

      • massimolegnani 28 settembre 2016 a 10:59 #

        grazie Ale, ti sorrido

        ________________________________

  13. La Prof 2 ottobre 2016 a 00:46 #

    Mi piace. Seriously!
    E’ un racconto a puntate o finisce qui?

    • massimolegnani 2 ottobre 2016 a 01:07 #

      Grazie!
      finisce qui, raramente mi capita di scrivere un seguito a un racconto
      ciao 🙂
      ml

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