quel che resta del rosso

29 Ott
by c.calati

by c.calati

 

 

Da Trieste a Torino un ritorno interminabile, come un contrordine al senso giusto delle cose, in quell’autostrada che troppo precisa corre da est ad ovest.
Paolo era seduto a fianco dell’autista, un po’ per il mal d’auto, un po’ per la bisboccia esagerata dei compagni, che dai sedili del fondo facevano girare cattivo vino e scherzi da bambini. Sembrava una gita scolastica, dove l’importante è fare casino fino all’ultimo chilometro. 
Ma Paolo aveva quasi cinquant’anni e gli altri non erano da meno. Avrebbe voluto alzarsi e gridare “state zitti, non c’è nulla che vada festeggiato” e invece stava lì seduto a fissare l’asfalto sempre uguale e inascoltare le risa e il vino.
Era stato lui ad organizzare la trasferta da massacro, mille chilometri in giornata, per portare la solidarietà degli operai di Torino ai compagni dei Cantieri Navali del Friuli, in lotta per il posto di lavoro. Un fallimento. Era riuscito a mettere insieme un solo pullman e già questo era stata una vergogna. E poi il Partito e il Sindacato che, anzichè appoggiarlo, avevano tentato di dissuaderlo, “Paolo, morire per Danzica? Lascia perdere.” Quell’ironia, zeppa di cultura e qualunquismo, lo aveva ferito. Come non vedere che battersi per Danzica, anzi contro Danzica dove volevano trasferire le maggiori commesse navali per i costi più contenuti, era battersi perchè non si ripetesse altrove quanto già era successo a Torino con la FIAT? Ma a chi importava più? Chi faceva ancora l’operaio? Sembrava fosse rimasto solo lui alle presse a Mirafiori. Gli altri nel frattempo erano diventati altro.
E Trieste si era rivelata una delusione. La città grigia e indaffarata aveva snobbato la manifestazione. “I xè comunisti!” borbottava la gente e tirava dritto, tra la bora che sapevi e la boria inaspettata. Invece troppo poche erano state le bandiere rosse, quasi una timidezza. E i suoi stessi compagni a squagliarsi come un gelato a ferragosto caduto sull’asfalto. Lui in testa al corteo ed ogni volta che guardava indietro qualcuno era sparito, chi dentro un bar, chi da un amico, chi da un amore di vent’anni prima. Ognuno aveva trovato un buon motivo per far fruttare il viaggio.
Ed ora quel ritorno mesto, tutto sulle sue spalle, che gli altri sembrava non percepissero il fallimento. O forse non gliene importava.
Paolo aveva viaggiato per ore con il sole negli occhi ed ora aspettava l’ultima speranza, il tramonto. Laggiù, ad ovest, una corona di nuvole bianche sopra le montagne presto si sarebbe tinta di rosso.
Per la seconda volta chiese all’autista di andare più veloce e non era la fretta di arrivare. È che avrebbe voluto essere più vicino a quelle montagne, come un appuntamento, lo stesso di quando da ragazzo, finito il turno, si arrampicava sul RocciaMelone a godersi lo spettacolo. E, quando il cielo all’improvviso s’infiammava, a lui si riempiva il cuore di fiducia. Come se il rosso, ovunque visto, avesse un solo significato.
Ma intanto il vento stava spazzando via le nuvole che già andavano tingendosi di rosa.
E, dopo un rosso fiacco e fugace, fu subito la notte.

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20 Risposte to “quel che resta del rosso”

  1. lamelasbacata 29 ottobre 2016 a 09:05 #

    Un po’ di rosso a riscaldarlo gli è sicuramente rimasto nel cuore. Quando ideali e realtà fanno a pugni se ne esce sempre acciaccati e delusi. Ciao Massimo 😊

    • massimolegnani 29 ottobre 2016 a 18:54 #

      Una fiammella rossa ce l’avra’ sempre nel cuore, ma la delusione e’ cocente.
      Ti abbraccio Mela
      ml

  2. rodixidor 29 ottobre 2016 a 09:55 #

    Il sole dell’avvenire è un sole nascente, Paolo tristemente contempla il sole del tramonto, ma dopo ogni tramonto arriva sempre una nuova alba, o almeno si spera …

    • massimolegnani 29 ottobre 2016 a 18:56 #

      Giusta osservazione, quel cercare il rosso nella direzione sbagliata forse e’ una predestinazione al fallimento di Paolo.
      Ciao rodix
      buona serata
      ml

  3. tramedipensieri 29 ottobre 2016 a 22:48 #

    Mi ricorda la poesia di Bertolt Brecht…

    • massimolegnani 29 ottobre 2016 a 23:08 #

      quale?
      (per intanto grazie dell’accostamento!)
      ciao .marta
      ml

      • tramedipensieri 29 ottobre 2016 a 23:13 #

        Non ricordo il titolo ma recita così..”prima di tutto vennero a prendere gli zingari…”..
        In sostanza quando non si è solidali con gli altri al momento del bisogno quando si ha bisogno noi…non c’è nessuno…”

      • massimolegnani 29 ottobre 2016 a 23:23 #

        nemmeno io ricordo il titolo ma ho presente bene la poesia, molto bella. A Paolo sarebbe stata di consolazione 🙂
        un abbraccio da parte sua

  4. Pendolante 31 ottobre 2016 a 09:19 #

    Quando hai ideale si schiantano contro al muro della realtà. Che mestizia. Un dipinto molto attuale il tuo

  5. Alessandra Bianchi 31 ottobre 2016 a 19:14 #

    Io sono vicina a lui.
    Un post davvero notevole.

    • massimolegnani 31 ottobre 2016 a 19:57 #

      Mi piace questo tuo condividere le sorti di Paolo e ti ringrazio per l’apprezzamento
      Ciao Alessandra
      🙂
      ml

  6. Tati 31 ottobre 2016 a 21:12 #

    Un vento freddo… Prima di tutto nei pensieri, fa salire la malinconia.
    Bello… Spero resista al freddo dei pensieri e dei colori 😉

    • massimolegnani 1 novembre 2016 a 00:41 #

      questo Paolo non sta al passo coi tempi, è il suo modo di resistere 🙂
      grazie Tati
      ml

  7. alessialia 2 novembre 2016 a 15:03 #

    e queste persone sono rocce…

  8. ribni1980 2 novembre 2016 a 23:54 #

    “un ritorno interminabile” … Alle cose che bisogna lasciare andare.
    I sentimenti espressi attraverso le immagini della natura mi piacciono sempre. V*

    • massimolegnani 3 novembre 2016 a 00:05 #

      a volte è difficile lasciarle andare.

      anch’io amo le metafore “naturali” 🙂

      Grazie e benvenuta V
      ml

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