il levigatore

24 Nov
by c.calati

by c.calati

 

 

Camminava per vicoli traversi, per accorciare il percorso diceva lui, per evitare la gente sostengo io. A guardarlo di profilo sembrava un geroglifico, tanto si teneva rasente i muri con quel suo mento aguzzo e quel braccio rinsecchito proteso in avanti a fendere una folla inesistente. Aveva passi frettolosi e fiato a sbuffi di vapore come temesse di perdere il treno e invece andava verso un luogo suo dove non esisteva ritardo. Una costruzione bassa dalle ampie vetrate opache all’interno di un cortile, forse in passato era stato un garage o un magazzino, lui lo aveva adibito a laboratorio, ma non crediate che vi svolgesse una qualunque attività realmente lavorativa, tanto meno remunerata. Entrava, accendeva la stufa a gas e si sedeva su una poltroncina lisa senza togliersi il cappotto. Tutta la fretta era sparita. Era capace di stare così delle mezz’ore a osservare, senza intervenire, la schiera dei suoi attrezzi e il materiale sparso sul bancone, pietre, pezzi di legno, ferri arrugginiti. Sembrava meditare sui destini del mondo o pregare un qualche dio che conosceva solo lui. Poi si alzava, si sfilava il cappotto, afferrava un oggetto tra quelle cianfrusaglie e, con la solennità di un chirurgo prima di un intervento a cuore aperto, sceglieva fra i tanti lo strumento adatto, una lima, una raspa, una piccola pialla o della semplice carta vetrata. Piallava, limava, raschiava per ore con l’unico obbiettivo di levigare il materiale ruvido che aveva tra le mani. Non gl’importava dargli una forma comprensibile, non era uno scultore, gli interessava solo la superficie dell’oggetto, che divenisse liscia come ghiaccio.

Camillo era un levigatore.

So tutto questo perché lo conosco da tempo, una conoscenza saltuaria, mai approfondita, non ero attratto dalle stranezze che aveva manifestato ad ogni età. Ma un giorno lo incontrai per strada e lui, di solito così schivo, mi invitò nel suo laboratorio. Pochi convenevoli mentre si camminava, difficile strappargli parole ovvie, e una volta lì si comportò come se io non ci fossi.

Ero strabiliato dalla frenesia che metteva nei gesti, sfregava, levigava, lucidava quasi con furore. Un perfetto imbecille, la prima cosa che pensai vedendolo all’opera. Ma poi, standogli accanto, mi resi conto che non si trattava di frenesia, tantomeno di furore, era piuttosto un fervore, sì, c’era qualcosa di mistico nella sua azione. E allora gli chiesi perché lo fai, Camillo?

Tocca, mi rispose porgendomi il tubo di ferro su cui aveva appena lavorato. Era incredibilmente liscio, l’avrei definito di seta se avessi chiuso gli occhi e lasciato parlare solo i polpastrelli.

Devo correggere le asperità del mondo, non tollero la ruvidezza degli affetti, gli spigoli vivi di certi sguardi. Aveva occhi sereni e nessuna incertezza nelle parole, nessun timore che io potessi non capire. Riprese delicatamente in mano il pezzo di ferro, questo era mio padre, uomo severo. Gli ho appena restituito la gentilezza che lui per timidezza nascondeva sotto i modi burberi.

Ora sì che divenne frenetico, per vincere le mie perplessità si mise a frugare nella confusione del bancone, mia madre, mi disse esultando come mi presentasse una persona e non una pietra ollare finemente levigata. Donna dolcissima, solo la perfidia di mia zia a volte le induriva i tratti del viso, che io ho restituito alla loro autentica morbidezza. E continuò per un bel pezzo a tirar fuori dall’ammasso di rottami oggetti senza forma ma dalla superficie più liscia della guancia di un neonato. Erano conigli cavati dal cilindro, a cui dava un nome e un breve resoconto mentre me li offriva al tatto. E questo?, gli chiesi prendendo in mano un pezzo di legno biondo dove era evidente il lavoro meticoloso della lima. Camillo arrossì, è Giulia, mormorò impacciato, quella dell’edicola qui vicino, in fondo a via Bellotti. È una brava ragazza, non fosse per le liti continue con sua madre. E con naturalezza m’indicò un sasso non ancora levigato. Lo afferrò e dimenticandosi di me si mise a raschiarlo con il consueto fervore.

Ne avevo abbastanza della sua follia, una pretesa assurda voler correggere il mondo, a questo modo poi! Lo salutai, nemmeno mi sentì, e tornai  in strada. In via Bellotti mi fermai a prendere il giornale. Nel gabbiotto due donne, una giovane l’altra meno, sorseggiavano del tè sorridendosi e scambiandosi tenere carezze. Le guardai a lungo come fossi stato al cinema e poi mi allontanai senza giornale per non rompere l’incanto.

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22 Risposte to “il levigatore”

  1. remigio 24 novembre 2016 a 11:47 #

    C’è molto da imparare da questi tuoi meravigliosi personaggi che stanno sempre in bilico tra il sogno e la realtà :-). Un saluto

    • massimolegnani 24 novembre 2016 a 14:15 #

      Penso al battito d’ali della farfalla che provoca reazioni dall’altra parte del mondo. Qui Camillo è come la farfalla.
      Sì sempre in bilico i miei personaggi:)
      Ciao Remigio
      ml

  2. labloggastorie 24 novembre 2016 a 12:39 #

    Bello! E bello questo manifestarsi dell’anima dell’uomo attraverso l’opera delle mani.
    È un caso ma se anagrammi
    “il levigatore” esce “egli rivelato”.
    Un abbraccio e una buona giornata 🙂

  3. Donatella Calati 25 novembre 2016 a 00:05 #

    con Camillo dai il meglio di te stesso; un giorno melo dovrai presentare.
    ma con la foto ti sei tradito … Camillo già lo conosco e mi piace come sa levigare la realtà!

    • massimolegnani 25 novembre 2016 a 00:32 #

      è il caso di dire che mi sono tradito con le mie mani, anzi con la mia mano 🙂
      (però Camillo non sono io, anche se un po’ mi assomiglia. Diciamo che è come un amico immaginario.
      ciao Dona,
      io

  4. lamelasbacata 25 novembre 2016 a 00:36 #

    Levigare le asperità per rivelare l’essenza dell’anima. È un pensiero così delicato che incanta.

    • massimolegnani 25 novembre 2016 a 00:52 #

      quando si smussano gli spigoli e si abbassano i toni affiora la parte migliore di noi. Il problema è che nessuno vuole smussare e abbassare per primo. E allora forse ci vuole un camillo che lo faccia per gli altri.
      Un abbraccio di buona notte, Mela.
      ml

  5. Patrizia 26 novembre 2016 a 00:52 #

    è un condensato di contenuti e spunti narrativi, lmentre leggo si snoda tra le righe un racconto più lungo. Mi piace molto e adoro il finale. tocca corde profonde.

    • massimolegnani 26 novembre 2016 a 11:31 #

      Il finale e’ una scelta del lettore, se assurdita’, caso, utopia, possibilità’ per un istante reale.
      Un saluto e un grazie, Patrizia
      ml

  6. Stefi 26 novembre 2016 a 15:09 #

    Lisciare significa anche appianare, magari le cose della vita, magari le storture che non riusciamo a mandare giù.
    Bentornato Camillo!

    • massimolegnani 26 novembre 2016 a 19:30 #

      Si, il sogno di Camillo (che ricambia il tuo saluto) e’ proprio quello di rendere piane le cose della vita agendo su oggetti inanimati.
      Ciao Ste’, buona serata
      ml

  7. melakiwilimone 28 novembre 2016 a 11:38 #

    Interessante Camillo! Una dolcezza saggia combinata, con misura, a una punta di irritante generosità. Almeno così pare a me, dopo questa breve conoscenza.

    • massimolegnani 28 novembre 2016 a 12:24 #

      ogni tanto Camillo fa la sua comparsa tra queste pagine con il suo passo sghembo e il suo cuore che insegue l’utopia.
      ciao Kiwi 🙂
      ml

  8. alessialia 28 novembre 2016 a 11:41 #

    Che bel viaggio nell’ animo di camillo che nel suo mondo particolare racchiude tante verita!

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