elementare

2 Feb
by c.calati

by c.calati

 

 

Il maestro, ti dicevo, era un ex-partigiano. Ci raccontava spesso le imprese del suo gruppo e quelle imprese noi le confondevamo, e mettevamo sullo stesso piano, con le avventure che lui aveva vissuto da ragazzo e di cui ci parlava spesso, battaglie epiche assieme alla sua banda contro coetanei di un paese vicino. Ci tiravamo pietre e mattoni da una sponda all’altra del Serchio, ci diceva con occhi sgranati e per noi erano storie ancora più avvincenti della guerra. La guerra! Era finita da una dozzina d’anni, ben prima che noi nascessimo, ma continuava ad aleggiare misteriosa sulle nostre teste. Capivamo che questa era qualcosa di diverso dalle guerre d’indipendenza che ci stava facendo studiare, qualcosa di ancora tiepido, palpitante, di ancora vivo, come quel suo compagno partigiano che i tedeschi avevano appeso a un gancio da macellaio e lasciato lì esposto come un quarto di bue. Impiegò un tempo interminabile a morire, ci disse ancora, e noi i mille e mille morti di S.Martino e Solferino erano nulla di fronte a quell’unica agonia che ci serpeggiava negli occhi e nelle vene.

Il maestro aveva questa dote di rendere viva, visibile, ogni parola che ci diceva. Che fosse il Serchio dell’infanzia, il risorgimento dei libri o la lotta partigiana, nel tragitto dalla sua bocca alle nostre teste tutto si trasformava in Storia. E poi c’era la Storia contemporanea, brevi accenni  a renderla più misteriosa del passato, frasi poco comprensibili su quella terra lontana e sconosciuta, la Russia, dove tutti erano uguali, il comunismo è amore, giustizia, uguaglianza, non come da noi dove ci sono i ricchi e i poveri, i privilegiati e i sottomessi. Ogni parola per noi era meraviglia e verità, il nostro maestro ci portava con naturalezza in un altro mondo. Ma poi c’era la realtà, Angelo Colombo, il più derelitto dei bambini dell’orfanotrofio. Angelo era brutto, poco intelligente e piuttosto indisciplinato. Relegato all’ultimo banco come una causa persa, lui si che sognava un mondo diverso da quello che viveva, dove non ci fossero le nere suore senza amore, i tanti funerali a cui era costretto, gli stanzoni pieni di tristezza. Raccoglieva figurine, ad averle tutte avrebbe vinto un orologio, così almeno credeva. Mentre il maestro ci spiegava le sottrazioni, Angelo cercava di contare a voce alta le figurine che aveva sparso sul banco.

Il maestro gli si avvicinò e fece due cose, lo riempì di botte, le mani pale di mulino sulle sue ossa sfortunate, e, peggio, ridusse in mille pezzettini il suo tesoro. E se alle botte c’era abituato, il secondo gesto fu per lui uno strazio.

Nessuno si mosse, nessuno si offrì al suo posto per essere picchiato, sai quegli atti d’eroismo che forse non esistono, nessuno pensò che avremmo dovuto rimediare a quello scempio con qualche gesto di minima solidarietà, o, avessimo pensato in grande, che un orologio ad Angelo glielo dovevamo. No, la reazione generale della classe fu di sollievo, toccava a lui come sempre, a noi l’ira del maestro ci aveva risparmiato. In realtà era una finzione la paura, perchè a noi l’ira ci risparmiava sempre, in 3 anni neanche un buffetto, uno scappellotto sulla nuca, noi eravamo i diligenti, i privilegiati,eravamo la borghesia, alta, media, piccola, non faceva differenza. Angelo Colombo, Schlegel, Sciuccati e gli altri orfani erano i somari, i derelitti, i predestinati, erano il proletariato. E proprio lui, il maestro che predicava l’uguaglianza, ci aveva diviso in classi, attaccando quella che avrebbe dovuto difendere.

Al nostro maestro era sfuggito un concetto elementare, che le parole per quanto belle, se sono contraddette dai fatti, svaniscono rapidamente. E che la crudeltà di certi gesti è come una semina, sul momento non produce nulla, ma col tempo affiora ciò che si è seminato, e che cosa vuoi che abbia seminato lui quel giorno se non la propria condanna e il senso di colpa in chi aveva assistito senza reagire?

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26 Risposte to “elementare”

  1. rodixidor 2 febbraio 2017 a 11:13 #

    Bello questo tuo racconto. Reale e coinvolgente, una storia di tanti anni fa ma ancora attuale per una scuola che dice di includere. La tua storia più vera delle favole che ci raccontava il libro “Cuore”, che tanto andava in quegli stessi anni.

    • massimolegnani 2 febbraio 2017 a 12:56 #

      Grazie, rodix, fughi un mio timore, quello che il brano venisse omologato al libro cuore. Qui non c’e’ l’intento di strappare lacrime ma di suscitare qualche riflessione e tu l’hai fatto 🙂
      Un caro saluto
      ml

  2. lucilontane 2 febbraio 2017 a 11:19 #

    Proprio in questi giorni riflettevo sul concetto di raccontare, ma cosa? Tutto sembra già essere stato detto, emozioni e sentimenti e confetti vari sono già stati scritti e parlati miliardi di volte. E mi veniva da pensare che la cosa che va fatta é raccontare ciò che conta: i fatti. Questo che hai scritto è la prova. Fatti. Non è per denigrare il maestro, sembra affascinante lui no? Ma se i fatti non ci cambiano, allora cosa vale raccontarli? I fatti devono penetrare il cuore e i pensieri, e condurre a emozioni e sentimenti diversi. Ci vuole più osservazione, più semplicità, meno ideologia e superbia. Niente, condivido con te carissimo massimolegnani 😊. Buona giornata.

    • massimolegnani 2 febbraio 2017 a 13:10 #

      Si’ e’ gia’ stato detto tutto, eppure c’ e’ sempre qualcosa che nel tempo non si e’ risolto e dopo decenni e’ ancora li’ a tormentarci e forse e’ di queste cose che dobbiamo raccontare. L’hai detto, Luci, quel maestro era affascinante, affabulatore, entusiasta ed entusiasmante. E tremendamente “sbagliato”. Fosse stato un individuo antipatico, freddo, scontroso sarebbe stato facile vedere in lui unicamente un individuo abbietto da condannare, ma cosi’, per noi bambini era trovarsi dilaniati tra ammirazione e orrore. E a distanza di tanto tempo ti resta un senso di colpa per non esserti schierato nemmeno nel silenzio della tua coscienza.
      Un abbraccio sincero a te,
      ml

  3. Donatella Calati 2 febbraio 2017 a 12:02 #

    meraviglioso questo salto indietro di mezzo secolo (!) così denso di riflessioni: sul rapporto tra parole e fatti, sulla memoria “storica” che riguarda la grande Storia come le piccole storie che si sedimentano nella nostra memoria.
    E da insegnante mi chiedo che cosa ho seminato e quali frutti ne sono rimasti a distanza di decenni. Mi piacerebbe esser ricordata con tanta vivezza, persino anche nel modo non proprio positivo del tuo maestro.
    E mi chiedo anche se oggi che le menti dei bambini sono assediate da tanti “seminatori” non si sia indebolito il ruolo e la responsabilità dell’insegnante nel seminare.

    • massimolegnani 2 febbraio 2017 a 13:17 #

      Grazie Dona, per tutte queste riflessioni e domande che mi fa piacere aver innescato. Io credo che la Storia la si possa comprendere meglio dai piccoli fatti come questo. Giusta domanda la tua, su cosa si e’ seminato insegnando e mi chiedo se anche il mio maestro se la sia mai posta e se abbia saputo darsi una risposta onesta.
      Una buona giornata e un abbraccio,
      io

  4. luminariasprecata 2 febbraio 2017 a 13:19 #

    Racconto impeccabile, come sempre. La tua maestria nel tessere quadri reali e coinvolgenti è confermata anche qui. Da insegnante colgo e condivido la riflessione sottesa alle tue parole. Abbiamo una grande responsabilità, oltre che un onere; nel bene e nel male siamo un esempio, un punto di riferimento, una guida imprescindibile. Il mondo sarebbe davvero migliore se alle parole pronunciate assomigliassero anche i nostri gesti.

    • massimolegnani 2 febbraio 2017 a 13:43 #

      “Amelie”, mi fa molto piacere la tua presenza in questa occasione.
      Si’ i gesti devono essere in armonia con le parole dette, queste vale per qualunque genitore ma ancor piu per chi insegna e forma bambini.
      Un sorriso
      ml

  5. Tati 2 febbraio 2017 a 15:22 #

    che schiaffo!… ed è arrivato limpido, ho visto la luce entrare dalla finestra e fare brillantini sulla pelle della mano! Hai descritto magnificamente la scena, talmente bene che ci si sente sollevati da terra nella prima parte, leggeri e speranzosi… e talmente inconsapevoli che alla fine il tonfo a terra lo si fa con gran rumore…
    Bravo, scritto così l’osservazione alla fine entra dentro senza nemmeno passare dal via… come quando da bambini ci prendono per il culo con belle parole seguite da fatti diametralmente opposti a quelle…

    • massimolegnani 2 febbraio 2017 a 18:23 #

      Ne ho voluto prima parlare bene, perche’ era un ottimo insegnante, ma poi ho voluto affondare lo schiaffo come aveva fatto lui.
      Quello che ferisce come uno schiaffo e’ la malvagita’ di azzerare con un gesto i sogni di un bambino.
      maestro in gamba, uomo imperdonabile.
      Grazie Tati delle calorose parole,
      ml

  6. PindaricaMente 2 febbraio 2017 a 18:46 #

    Un bellissimo racconto.
    Amaro, ma vero.
    E mi hai fatto venire in mente il mio prof. di filosofia del liceo, che invece ho amato tantissimo e che mi ha insegnato con parole ed esempi. (Mi sa che ci scriverò un post, va’ 😊)

    • massimolegnani 2 febbraio 2017 a 20:08 #

      Si, e’ l’amarezza a prevalere qui.
      E’ una bella fortuna per gli studenti quando parole e azioni di un insegnante corrispondo positivamente, e tu ce lo racconterai 🙂
      Ciao Pindara,
      a presto
      ml

  7. Patrizia Caffiero 3 febbraio 2017 a 02:06 #

    ci sono episodi che segnano, restano per tutta la vita. tornano a bussare alla porta. d’altronde non sono solo i buddisti a dire che conta più l’esempio che la dottrina, per una buona educazione. I bambini sono abili, ancora acuti e colgono con amarezza e delusione il gap fra il dire e il fare degli adulti. qui si unisce la delusione per se stessi, per non aver difeso il più debole. chissà se questa omissione ha prodotto altre gravi omissioni, negli anni successivi, o invece ha armato le coscienze dei testimoni del gravissimo atto del maestro, per prendere posizione a dispetto di tutto. questo tuo pezzo mi ha fatto riflettere e ho cercato i momenti in cui mi sono esposta. Mi sono apparsi anche quelli in cui avrei potuto fare e agire di più.

    • massimolegnani 3 febbraio 2017 a 10:11 #

      delizioso il tuo commento, mi ci ritrovo.
      e aggiungo che i bambini (questo bambino, almeno) anche quando non hanno apparente consapevolezza degli errori degli adulti, in realtà seppelliscono l’accaduto nell’inconscio come un’ascia di guerra da dissotterrare a uso futuro.
      ciao Patrizia,
      buona giornata
      ml

  8. Sabina 3 febbraio 2017 a 17:27 #

    Che imperdonabile contraddizione in quest’uomo…pure era passato per vicende terribili e feroci, aveva conosciuto l’impossibilità e l’impotenza di fronte alla crudeltà più bieca (mi riferisco al dolore “irreversibile” di veder morire un uomo, per di più a quella maniera da lui raccontata).
    A volte, di fronte a contraddizioni così eclatanti, mi viene da pensare che la ferocia della guerra possa incrinare per sempre l’umanità delle persone, indipendentemente dalla parte per la quale si trovano a combattere.
    Uccidere o trovarsi nella “possibilità” di farlo/doverlo fare è un passaggio che, forse, non ti può restituire mai più alla stessa vita di prima.

    • massimolegnani 3 febbraio 2017 a 19:53 #

      hai detto giusto, imperdonabile contraddizione, non per niente avevo citato il maestro tra gli “ossi(mori)” di pochi post fa.
      quanto alla responsabilità della guerra sulla modifica del carattere sono d’accordo solo parzialmente con te. penso che abbiano giocato anche altri fattori: un’impulsività di base, il fatto che a quell’epoca fosse socialmente accettato che un insegnante picchiasse i propri alunni, un senso distorto di giustizia per cui andavano castigati quelli dal rendimento più scarso (che guarda caso erano anche i meno dotati e meno seguiti e più sfortunati) e soprattutto una colpevole cecità del maestro (o ipocrisia?) che non credo si rendesse conto di sconfessare con quei gesti la propria ideologia.
      grazie Sabina per il bell’intervento
      ml

  9. lamelasbacata 4 febbraio 2017 a 00:09 #

    Hai reso bene il fascino del “cattivo”, che alla fine forse era solo un uomo senza coraggio, pronto ad abbracciare i grandi ideali protetto però dalla coperta delle convenzioni e dei pregiudizi sociali, che non aveva saputo scrollarsi di dosso. Mi fa molta rabbia e molta pena, ha sprecato la sua vera occasione di essere un uomo migliore.

    • massimolegnani 4 febbraio 2017 a 02:13 #

      sì Mela, grandi ideali cancellati dall’aver lui ripercorso i peggiori pregiudizi sociali.
      e hai detto giusto, alla fine fa pena quest’uomo sprecato, anzi che si è sprecato!
      un abbraccio
      buonanotte,
      ml

  10. alessialia 6 febbraio 2017 a 12:40 #

    Questo era…

  11. Arianna 6 febbraio 2017 a 16:34 #

    Condanna, senso di colpa ma anche, se non in tutti speriamo nella maggior parte di voi, il senso della giustizia e quello più vero di tante parole, come “uguaglianza” che spesso riempiono solo la bocca.
    Bellissimo post, come sempre, Massimo!

    • massimolegnani 6 febbraio 2017 a 18:08 #

      Il senso di (in)giustizia e’ stata una consapevolezza lenta a venire, ci sembrava impossibile che il nostro maestro tanto bravo fosse ingiusto e crudele.
      Grazie Arianna,
      ml

  12. intempestivoviandante 6 marzo 2017 a 23:55 #

    Il nostro senso di giustizia si forma sulla base di tante cose, di tanto tempo, tanti tasselli, i bambini lo hanno quasi sempre e capiscono la distanza tra le parole e i fatti, ma hanno (avevano, specialmente a quei tempi) anche soggezione degli adulti, e un maestro… come si può contraddire un maestro? Non solo per timore, ma anche perché il rispetto che si ha per lui come figura autorevole e persona capace di affascinare e insegnare, probabilmente faceva pensare che avesse “ragione” anche nei suoi comportamenti. Questo forse ha aggravato il danno: insinuare il dubbio che fosse giusto così, perché “lo faceva il maestro”. Probabile che anche il maestro non fosse del tutto consapevole della sua contraddizione, non ci so ponevano tanti problemi all’epoca, Franti “docet”, visto che si parlava di Cuore. Povero Angelo, cresciuto in un tempo in cui se nascevi con poche speranze, perdevi anche quelle poche strada facendo,

    • massimolegnani 7 marzo 2017 a 01:53 #

      hai spiegato benissimo, Alex, non era tanto il timore del maestro quanto la sua autorevolezza, il carisma che s’era guadagnato, a far traballare la nostra capacità di giudizio, come ci avesse tolto il diritto a inorridirci per le botte ad Angelo.
      ti abbraccio,
      ml

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