l’uomo che scolpiva nature vive

12 Feb
foto

by c.calati

 

 

Tra due giorni l’esposizione al Salone Pluriuso.

Camillo si rigirava nel letto, impossibile dormire e impossibile da sveglio passare indenne attraverso quell’attesa.

Il piccolo traguardo, la Mostra-Mercato di Artigianato locale, racchiudeva in sè il germe dell’umiliazione.

Seconda Edizione e ancora gli bruciava la Prima. 

Le sue nature morte ammassate in uno spazio angusto, tra i bottiglioni di grappa del Bepi, sempre ubriaco, e le motoseghe del Vatta che da sole occupavano metà del salone, ma si sa Battista Vatta era lo sponsor principale della manifestazione. Non aveva venduto un pezzo, ma pazienza, non era quello il dispiacere. Erano stati i commenti incompetenti dei paesani che sfilavano davanti a lui come davanti al morto la sera del rosario, solo che, anzichè fare le condoglianze a mezza voce, a mezza voce dicevano “bella questa mela” “carina la zucca”, ma il tono e il senso erano uguali, senza la minima passione.

Camillo si era giurato che mai più.

Così aveva sprangato la porta del laboratorio e gettato la chiave nel naviglio. Aveva resistito un mese, ma dopo un mese aveva chiamato il fabbro.

Quando rimise piede nel suo laboratorio, l’uomo si commosse sentendo l’odore del legno che lo abbracciava come un’amante comprensiva, disposta a perdonare la trascuratezza dovuta al troppo amore.

E aveva ripreso a lavorare con maggior passione. La dolce frenesia della creazione!

Si assopì al ricordo di quel periodo emozionante. Nel dormiveglia ripassò in rassegna le forme che aveva fatto nascere, perchè la forma è tutto, racchiude la sostanza e la protegge, come il frutto fa col seme. Rivide il gesto del polpastrello a seguire la curva della pesca che aveva levigato con delicatezza, seguire la curva e confrontarla con l’idea e la memoria. Così era stato con la prugna e la cotogna, che quello che gli premeva non era il realismo, ma la fedeltà assoluta a ciò che gli balenava in testa.

Le sue non erano opere di natura morta, ma narrazione di una vita, la propria. Metafore, avrebbe detto se fosse stato un letterato, ma lui era un povero ignorante.

Camillo si assopì, è vero, ma durò poco il sonno, che presto lo prese una nuova agitazione per un rivelarsi improvviso della verità. Non era l’incomprensione della gente che gli rodeva dentro, era l’insoddisfazione di sè, la propria mancanza di coraggio. Il coraggio di credere in se stessi a prescindere, il coraggio di partire per l’altrove, in città forse, battere altre strade, esporre con convinzione dove l’avrebbero apprezzato o magari stroncato, ma solo dopo aver inteso il senso delle opere. Il coraggio di…”occorre chiamare le cose col loro nome” ripeteva sempre suo padre. Già, ma lui non avrebbe mai trovato il coraggio di chiamarle col loro nome, apporre quei bigliettini, che pure aveva preparato, figainamore, sotto l’albicocca succosa, tettinenude a indicare due piccole mele laccate, perditadellaverginità, per l’anguria spaccata, acazzoduro, sotto un cetriolo indecente. No, non aveva il coraggio e allora aveva poco da lamentarsi, si sarebbe dovuto accontentare di “bella, carina”.

Non resistette più nel letto. Si alzò di scatto e s’infilò il cappotto sopra al pigiama. Scese nel laboratorio e si sedette nella poltrona sfondata a guardare i pezzi allineati sul bancone, la sua vita. Infilò una mano dentro il cappotto e nel pigiama. Prese ad accarezzarsi lentamente, con determinazione, come un rito dovuto. E venne piangendo.

Poi, ad una ad una, gettò in un secchio le sue nature morte. Portò il secchio in giardino, lo annaffiò di benzina e gli diede fuoco.

Quindi tornò a dormire, quasi sollevato. Non ci sarebbe stata nessuna seconda edizione.

Annunci

28 Risposte to “l’uomo che scolpiva nature vive”

  1. Daniela 12 febbraio 2017 a 11:43 #

    un bel racconto che apre a varie riflessioni…è comunque sacrosanto che qualunque proprio pensiero,ideale,creazione lo si deve condurre integro (come concepito) al suo morire

    • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 15:53 #

      ..e se non si osa abbastanza è giusto sopprimere il proprio pensiero, ideale, creazione.
      ciao Daniela,
      grazie
      ml

      • Daniela 12 febbraio 2017 a 18:53 #

        forse, è proprio il punto su cui volevo meditare,perchè sopprimerlo è come rinunciare alla propria libertà di espressione,forse bisognerebbe attendere di trovare quel coraggio che manca attraverso degli stimoli più forti…non è semplice…

      • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 19:48 #

        Credo che quello di sopprimere cio’ che si e’ creato sia un impulso che prima o poi prende molti artisti, i piu’ resistono al momento negativo ma qualcuno ne e’ stato travolto.

  2. luminariasprecata 12 febbraio 2017 a 12:50 #

    Tessi dei quadri meravigliosi. Leggendoti, le tue parole si trasformano in immagini e stati emotivi. Parli alla pancia, perché dietro ogni tuo racconto si nasconde uno spunto di riflessione importante. Colgo un invito ad avere coraggio, coraggio di osare, coraggio di chiamare le cose per nome, ma anche coraggio di accettare le proprie debolezze, le insicurezze e quel senso di insoddisfazione che logora l’anima. Ci vuole coraggio a non omologarsi, coraggio per dire “no”, coraggio per essere coerenti, per creare, amare e disfare in nome di un ideale, di un principio che tutto ha guidato e regolato.
    Ti abbraccio.

    • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 15:56 #

      Grazie, centri il nocciolo del racconto, avere il coraggio di accettarsi in toto e di presentarsi agli altri così come si è.
      un abbraccio riconoscente a te per le belle parole
      🙂
      ml

  3. redbavon 12 febbraio 2017 a 15:22 #

    Forse è l’immagine degli altri che ci facciamo noi a essere la prima censura dei nostri pensieri. Forse se l’artista avesse avuto meno preconcetti, avrebbe scoperto che “tettinedure” sarebbe arrivato prima ai suoi paesani: alcuni lo avrebbero schernito, alcuni si sarebbero indignati, alcuni si sarebbero indignati falsamente per apprezzare in animo loro l’opera, alcuni avrebbero plaudito all’onesta’ del messaggio…Insomma in gergo “marchettaro” la clientela si sarebbe auto-segmentata. E qualcuno avrebbe pure acquistato.
    Non so, un’artista così può solo farsi una “pippa”, mentale o fisica, se non accetta il confronto e un’eventuale sputtanamento/apprezzamento.
    Non fraintendermi: ho apprezzato il tuo racconto e modo di raccontarlo. La mia è una “tara” personale: cercare una personale chiave di lettura, a volte porta a sensazioni molto diverse da quelle che l’autore intende trasmettere.

    • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 16:03 #

      non ti fraintendo, red, e condivido le tue parole, incolpare gli altri dei limiti e delle censure che noi stessi ci imponiamo. Confesso che il racconto è nato dalla constatazione che spesso uso un linguaggio metaforico quando avrei dovuto forse essere più esplicito, poi ho lasciato che Camillo andasse per la propria strada 🙂
      ciao red
      e grazie
      ml

      • redbavon 12 febbraio 2017 a 16:06 #

        Metafora mon amour

      • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 16:09 #

        “Metafore, avrebbe detto se fosse stato un letterato..” cit. 🙂

  4. dimitilla 12 febbraio 2017 a 17:19 #

    L’anguria spaccata per la perdita della verginità è un po esagerata 😂😂😂, mi da idea proprio dell’opposto 😉
    A parte gli scherzi, ogni artista è libero nella creazione, quello che fa sono parti di sé stesso, se non li riconosce più o non vuole condividere con altri, è libero di farne ciò che vuole. Ma pensa che Kafka lasciò i suoi scritti ad un amico per distruggerli, per fortuna l’amico non gli diede ascolto.

    • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 19:53 #

      Ecco, stavo giusto dicendo questo! Kafka ne e’ un esempio, ma anche altri, in punto di morte o in piena vita avrebbero voluto distruggere le proprie opere.
      (quanto all’anguria e verginita’ violata, si’ avrei dovuto scegliere un frutto più piccolo, raccolto :))
      Ciao Dimitilla
      ml

      • dimitilla 12 febbraio 2017 a 20:00 #

        Hai scelto l’anguria, è stato un lapsus, volevi l’anguria !!!!!!
        Scherzo.
        Lo sai che tutto quello che avevo scritto sul mio blog fino allo scorso mese di aprile 2016 l’ho cancellato in un attimo? Ho ripreso a scrivere da un paio di mesi. Ci penso ancora al gesto che ho fatto.

      • massimolegnani 12 febbraio 2017 a 20:18 #

        Quindi, secondo quanto dicevamo, sei ufficialmente una scrittrice (e in effetti scrivi bene). Io finora ho resistito ai momenti di autodistruzione 🙂

      • dimitilla 13 febbraio 2017 a 07:43 #

        Nella vita sono una restauratrice, da due anni ho iniziato a scrivere ma senza pretese, il blog lo uso proprio per questo. L’autodistruzione, hai centrato, non c’ero arrivata

      • massimolegnani 13 febbraio 2017 a 10:41 #

        🙂

  5. lamelasbacata 13 febbraio 2017 a 00:33 #

    Credo che la furia iconoclasta sia insita in ogni vero artista. Anzi, forse è proprio il fatto di essere creatore di un unicum che prima non esisteva a far scattare qualcosa. Potremmo anche definirlo atto d’amore o istinto di protezione, per preservare ciò che si è creato con tanta cura dal ludibrio o dalla poca comprensione altrui. Eppure è un vero peccato, si chiudono porte, si perdono occasioni, si lasciano sentieri inesplorati.
    Talvolta la paura di soffrire rende codardi e si soffre ancora di più.
    Comunque…. “bella quella mela!”…… scherzavo! 😉😊

    • massimolegnani 13 febbraio 2017 a 10:41 #

      Esatta descrizione la tua di un fenomeno che come dici tu sembra insito in ogni artista.
      è un “muoia Sansone con tutti i filistei”, in realtà muore solo Sansone o meglio le sue opere.
      E gli altri al massimo se ne dispiacciono.
      un abbraccio, Mela
      ml
      (bella quella mela, eheh)

  6. Patrizia Caffiero 13 febbraio 2017 a 15:14 #

    Un post estremo. Un manifesto

    • massimolegnani 13 febbraio 2017 a 15:26 #

      mi piacciono le due parole che hai usato per definire questo brano:
      sicuramente estremo, quanto al manifesto, sono d’accordo, ma non delle intenzioni quanto delle conseguenze della passione artistica.
      ciao Patrizia,
      un sorriso
      ml

  7. Sabina 13 febbraio 2017 a 15:23 #

    Il coraggio di presentarsi per come si è e la fiducia di aspettare che qualcuno riconosca la “vera forma”, la seconda è ancor più difficile della prima, ma entrambe sono necessarie.
    Un abbraccio.

    • massimolegnani 13 febbraio 2017 a 15:32 #

      necessarie e pericolose perchè nel momento stesso in cui qualcuno comprende appieno i significati reconditi di quello che scrivi (o scolpisci, nel caso di Camillo) sei un’anima messa a nudo, che è ciò che desideri e temi 🙂
      ciao Sabina,
      un caro saluto
      ml

  8. newwhitebear 13 febbraio 2017 a 21:27 #

    un bel racconto. Le riflessioni di un autore di fronte alle sue opere.
    Complimenti

  9. alessialia 15 febbraio 2017 a 12:58 #

    questo è un artista che ama e svolge con passione il suo rito amoroso con le sue creature e con i mezzi con i quali le fa uscire dalle sue mani e dalla sua mente…

    • massimolegnani 15 febbraio 2017 a 16:56 #

      ..le fa uscire dalle sue mani e dalla sua mente..è questo il punto, un apparente realismo che per lui significa altro.
      Grazie Alessia
      ml

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: