inverno inoperoso

3 Mar
by c.calati

by c.calati

 

 

 

L’inverno mio operaio per una volta è fermo.

Tacciono le sgorbie, non gira il tornio, riposano ciliegio e cirmolo sbozzati a grandi ciocchi che mi limito a sfiorare, come vi leggessi in braille coi polpastrelli ciò che non saranno.

C’è un piacere sottile, che rasenta pace e tristezza, nel sottrarsi alla mietitura delle emozioni, lasciarle lì, appese al cuore o ben visibili all’esterno, senza il mio tocco che le faccia vive.

Tre stagioni a lanciare semi e ami, solo l’inverno per raccogliere le reti e i frutti e trasformarli in legno. Questo il mio ritmo da sempre, nove mesi fermo in attesa, come una gravidanza a rischio, dicembre a far riemergere quel che mi è rimasto dentro del passaggio delle cose e infine loro, gennaio e febbraio, fasi di genio e febbre, appunto, a dare forma e qualche senso ai sentimenti che mi hanno attraversato. Che poi il senso i più non lo capiscono, si fermano alla forma, le superfici lisce o non sempre levigate, i ritocchi o le sbavature del pastello e le figure belle ma che poco somigliano al reale. “Manca verismo”, sentenziano i saccenti accartocciando il labbro, e non sono in grado di guardare l’anima del legno né tantomeno quella mia. I più sono gli stessi che in quest’inverno insolito già si aprono al sogghigno ascoltando il silenzio dell’artista mentre passeggiano davanti al mio laboratorio. Entrano, talvolta, per una consolazione che ha qualcosa di indecente. È la pietà pelosa di chi sguazza nel dolore altrui e lo misura al metro corto del proprio essere piccino. Mi battono mani sudate sulle spalle e confondono il mio mutismo di voce e opere con una sorta di paralisi.

Loro non sanno che non sono stato mai tanto ricco come ora di fervore.

Allargano le braccia, “L’ispirazione per ora se ne è andata, poi vedrai che torna, come farà lei del resto.” Alludono e credono con questo di sistemare capra e cavoli e rifilarmi anche il contentino di una speranza in cui non sperano.

Poveri imbecilli, luridi sciacalli.

Certo ho sofferto e soffro la sua assenza, ma è così bello rivederla nascosta nel legno dove sembrava altro agli altri e vera solo a me. È così pieno e tondo il suo ricordo che non mi sento solo.

Non siamo stati mai nemici, noi, semmai amici in guerra e in odio qualche volta, in amore sempre. E già su questo vorrei e avrei da lavorare, raccontare noi con il linguaggio sobrio della sgorbia. Ho in mente quale legno e quale foggia, ma non si muovono le mani se non per carezzare il pezzo scortecciato, immaginarlo nei dettagli e ricomporsi inerti al grembo.

E ancor di più saprei come tradurre il suo sguardo di quella sera a giugno, noi tre a cenare tra fiaccole e cicale, io che bevevo vino e lei intanto centellinava le parole di Riccardo come un vino raro. Due piccole incisure avrei segnato in un legno morbido, forse betulla, ai lati di un accenno rosso, a raccontare le fossette che le si andavano formando tra bocca e guance nell’ascolto. Lei lo ascoltava, io mi baloccavo tra la soddisfazione di saperla esattamente e il rammarico di vederla scivolare via  senza un mio gesto a trattenerla.

Ho in mente pure loro due insieme, che a guardarli con il distacco del perdente erano troppo belli per esserne geloso. Avrei poco da scolpire, basterebbe scorticare una radice adatta, di quelle aggrovigliate in un intrico di rami sotterranei. Sarebbe il loro abbraccio che non ho mai visto, l’intimo groviglio che è nato loro dentro quella sera e che hanno impiegato qualche mese a riconoscere. Di mio ci metterei la lima a fare liscio il legno come la sua pelle e qualche colpo con la raspa a far più duri certi tratti, le mani di lui nodose e aspre.

 

Potrei, quest’anno, uno scaffale intero di sculture, ma resto fermo. Non impugnerò i miei arnesi per narrare quel che è stato. L’intima emozione che mi avvolge e che mi muove a stare inerte non è materia da far spolpare agli avvoltoi.

Così contemplo una perfezione mai raggiunta che racchiudo nella teca dell’immaginario e mi sento soddisfatto del volto tuo che più non sfioro di dita e sgorbie.

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46 Risposte to “inverno inoperoso”

  1. Deserthouse 3 marzo 2017 a 10:03 #

    che bella analogia col legno le stagioni e l’amore, una poesia tutto il brano.

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 12:00 #

      ti ringrazio molto. questo brano è anche un elogio alla rinuncia, il protagonista rinuncia all’amore della sua donna, rinuncia anche ad esprimersi attraverso il legno, non per una sopravvenuta aridità, ma perchè vuole custodire tutto dentro di sè.
      un sorriso
      ml

  2. Tati 3 marzo 2017 a 10:33 #

    .. certi sentimenti devono essere trattati con cura, custoditi e accarezzati nel nostro cantuccio di occhi lucidi, sospiri e faccia arcobaleno…

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 12:02 #

      esatto Tati, la custodia dei sentimenti, come accennavo nel precedente commento. Mi fa piacere che tu abbia colto il senso 🙂
      un abbraccio,
      ml

  3. teti900 3 marzo 2017 a 11:09 #

    capisco… è la sindrome di mastro geppetto che riaffiora…:)
    sembra come il racconto di quando guardi le nuvole e dopo un po’ ci vedi dentro le facce o i musi di esseri evanescenti… ci sono un bel po’ di artisti che lavorano la materia così da fotografare l’immagine effimera che suggerisce la forma naturale… prendo lo spunto per un futuro post, intanto se vuoi scorrere le immagini di questo ‘collega’ quasi in fondo trovi un paio di esemplificazioni di quanto ho cercato di scriverti (a prescindere dalla mia effettiva comprensione del tuo testo)

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 12:10 #

      già mi piace questa definizione, “la sindrome di mastro geppetto” a cui attribuisco un significato positivo (vedere già nell’abbozzo il pezzo finito).
      quanto al “collega” immagino ti riferisca alle sculture di Filippo, animali di legno, alcuni realistici altri lasciati quasi alla forma naturale del legno. “collega” del protagonista più che mio, che saprei a malapena cavare un fiammifero da un tronco 🙂
      ciao teti,
      ml

  4. Paolo 3 marzo 2017 a 12:27 #

    Che pezzo spettacolare. Goduta ogni singola parola, ogni virgola (quanto mai essenziale e profonda!), ogni sfumatura della ricchissima metafora. L’equilibrio e il ritmo del tuo scrivere che ha pari solo il riverbero, la vita e il racconto del sorso di vino barricato al palato esperto e in ascolto. Sempre bravissimo Massimo. Immerso nel vero, maestro nell’uso del proprio strumento (che non è uno solo).

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 13:36 #

      pensare, Paolo, che tutto è nato dall’irrefrenabile desiderio di saper scolpire il legno, una specie di rivalsa sulla mia inettitudine manuale:)
      I tuoi interventi m’inorgogliscono 🙂
      un abbraccio,
      ml

      • gelsobianco 7 marzo 2017 a 02:06 #

        “L’equilibrio e il ritmo del tuo scrivere che ha pari solo il riverbero, la vita e il racconto del sorso di vino barricato al palato esperto e in ascolto. Sempre bravissimo Massimo.”
        Concordo con queste belle parole di Paolo.
        Sei bravissimo, ml 🙂
        gb

      • massimolegnani 7 marzo 2017 a 10:15 #

        ancora grazie a entrambi
        🙂

  5. patalice 3 marzo 2017 a 13:16 #

    la tua scrittura ha un ché di poetico molto piacevole, davvero

  6. PindaricaMente 3 marzo 2017 a 14:03 #

    La tua prosa poetica non finisce mai di stupirmi.
    Intagli le parole come faresti con un ceppo di legno e, ogni volta, ne viene fuori qualcosa di diverso e per questo prezioso.
    Un po’ come i sentimenti che racconti e la rinuncia ad essi.
    Bellissimo post!

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 15:22 #

      il legno, mannaggia, fosse facile da trattare come le parole 🙂
      sì, qui mi è piaciuto tratteggiare una rinuncia che non fosse sconfitta.
      grazie Pindara,
      un caro abbraccio
      ml

  7. alessialia 3 marzo 2017 a 14:05 #

    le emozioni non devono essere per forza lasciate andare… a volte quel flebile dolore ancora serbato nell’emozione e nella forza di lasciare andare ci coccola… già, lui coccola noi prima di dargli una forma esterna, che sia col legno, con le lacrime, con un nuovo inizio…
    e però neanche è detto che esca… magari rimane dentro per sempre, visibile e conosciuto solo a noi. noi che poi diventiamo fieri di poter costudire un segreto così importante con noi stessi e nessun altro…

    mi sa che ti sei accorto che di nuovo ci son caduta dentro… ho letto lentamente per godere di ogni singola parola e ho vissuto l’immobilità insieme del protagonista… che poi tutto mi sembra tranne che immobile, ma invece molto consapevole di se stesso e non ha paura di provare quel che prova…

    uzz. quanto ho scritto. mi fermo senno faccio un poema… non so se si è capito quel che ho scritto 😀
    cmq mi è piaciuto milto il tuo post!

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 15:27 #

      a parte che che hai uno stile tuo quando “ci cadi dentro” che mi affascina,
      hai ragione, il protagonista non è immobile, paralizzato, è fermo, per scelta.
      contento della tua lettura, alessia
      un abbraccio
      ml

      • alessialia 4 marzo 2017 a 02:15 #

        Eh…. gia… non conosco altro modo x caderci dentro… perche è bello lasciarsi trasportare da cio che scrivi…
        Fermo. Una scelta. A volte state fermi in questo modo porta lontano, percorrendo tanti primi passi.
        Sbaciuzz!!!

      • massimolegnani 4 marzo 2017 a 10:43 #

        vero, uno stare fermi ma attivi, a mente fervida che ti fa viaggiare 🙂

  8. alessialia 3 marzo 2017 a 14:09 #

    ho riletto…. ahahaha!!!!! mi son capita solo io mi sa!
    riformulo il commento solo con…
    …gran bel post!

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 15:27 #

      come vedi ti ho capita al primo colpo e senza traduttore simultaneo 🙂

      • alessialia 4 marzo 2017 a 02:15 #

        Pfui!sospiro di sollievo!

      • massimolegnani 4 marzo 2017 a 10:44 #

        eheh, ti sorrido
        buona giornata

  9. Daniela 3 marzo 2017 a 14:43 #

    “… basterebbe scorticare una radice adatta, di quelle aggrovigliate in un intrico di rami sotterranei. Sarebbe il loro abbraccio che non ho mai visto, l’intimo groviglio che è nato loro dentro quella sera e che hanno impiegato qualche mese a riconoscere”… già solo questo pensiero è meraviglioso, in tutto il racconto si percepisce una grande sensibilità e dolcezza.Molto molto bello!

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 15:30 #

      grazie Daniela,
      e sì, a saperle vedere in certe radici contorte ci sono due anime abbracciate.
      un sorriso,
      ml

  10. Pendolante 3 marzo 2017 a 21:09 #

    Un linguaggio poetico e preciso. Bello

  11. newwhitebear 3 marzo 2017 a 22:01 #

    interessante è questo parallelismo tra stagioni e stagioni della vita.

    • massimolegnani 3 marzo 2017 a 22:46 #

      Tre stagioni di gestazione e una, l’inverno, per realizzare 🙂
      Ciao Orso
      ml

  12. lamelasbacata 3 marzo 2017 a 23:52 #

    Ci sono amori, sensazioni e dolori troppo privati per essere condivisi, crearne una scultura, incatenare le emozioni in una forma, dare corpo a ciò che deve rimanere anima sarebbe quasi pornografia. È giusto che il legno si faccia custodia e preservi intatti i ricordi. Un brano di rara potenza. Meraviglioso.

    • massimolegnani 4 marzo 2017 a 01:32 #

      mi piace molto questa immagine che mi trasmetti del legno che, proprio perchè non diventa scultura, finisce col custodire in sè, proteggere, ciò che avrebbe dovuto simboleggiare.
      grazie Mela di queste parole
      ml

      • lamelasbacata 4 marzo 2017 a 11:33 #

        Grazie a te per le riflessioni che generi e buona giornata 😊

      • massimolegnani 4 marzo 2017 a 14:30 #

        Buona domenica,Mela
        🙂

  13. rodixidor 4 marzo 2017 a 11:47 #

    Nuoto nel mare basso della Rete, mi immergo più nel profondo attratto dal luccichio dal fondale di un blog in apnea a carpirne un’emozione. Poi talvolta, una pesca rara e trovo una perla rara come questa che può essere solo custodita, ché commentarla sarebbe profanarla.

  14. Stefi 5 marzo 2017 a 11:42 #

    E’ il mestiere di chi scrive, anche, che alterna vuoti a pieni, frenate a slanci.
    Che i più non lo capiscono o a loro modo lo interpretano.
    Che ad avercelo dentro fa male e bene, sotterra e riaffiora.
    Bello, ml.

    • massimolegnani 5 marzo 2017 a 23:20 #

      è vero, parlo di sgorbie e raspe ma potrebbero essere penna e tastiera, il modo di accostarcisi è lo stesso.
      qualcosa che parte da dentro e non sempre esce (e non tutti lo capiscono)
      ciao Stè, un abbraccio
      ml

  15. gelsobianco 6 marzo 2017 a 01:26 #

    “L’intima emozione che mi avvolge e che mi muove a stare inerte non è materia da far spolpare agli avvoltoi.”
    E l’ emozione profonda calda colma che è in me dopo averti letto una sola vola è stretta in me. Tu la puoi cogliere. Tu sì.

    Bravissimo ml.
    C’è così tanto nel tuo brano.
    Do una carezza a quel legno che ha già in sé tutto, ma non è scolpito…

    gb

    • massimolegnani 6 marzo 2017 a 10:27 #

      a volte occorre lasciare nascosta nel legno intonso l’emozione e poi passarci sopra i polpastrelli, come fai tu, a riconoscerla con precisione e sensibilità.
      buongiorno gb,
      grazie
      ml

      • gelsobianco 7 marzo 2017 a 00:06 #

        sì, ci sono sensibilità e precisione e altro in quella mia carezza al legno intonso…

        grazie sempre a te per quello che tu mi regali con i tuoi scritti

        buona serata, ml
        un sorriso luminoso
        gb

      • massimolegnani 7 marzo 2017 a 01:40 #

        un abbraccio a te
        buona notte, gb

  16. Francesca 7 marzo 2017 a 23:30 #

    Wow, scrivi davvero bene massimo 🙂

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