il sangue della rosa

6 Lug
foto

by c.calati

 

 

Appena buio contrabbandieri turchi varcavano i confini con il loro carico, prezioso più dell’oro nero, e silenziosi si spargevano come formiche tra le case. Un lieve picchiettio sui vetri e le porte si schiudevano assetate in uno scambio muto di merce e di denaro. Tutti sapevano di quel commercio proibito e molti per necessità azzardavano il rischio. Rischio concreto, che ogni notte echeggiava qualche sparo e non c’era settimana senza che qualcuno venisse impiccato sulla piazza principale del villaggio, dopo un processo frettoloso dall’esito scontato.
Anche Hèrvat per qualche tempo era ricorsa all’aiuto turco, ma ora era troppa la paura e quasi alla fine i suoi risparmi. Così fu costretta ad altri sacrifici, rinunciando a sé pur di mantenere in vita la sua rosa. La rosa, cresciuta sul retro della casa, nascosta agli occhi altrui da rovi e sterpaglie disposte con sapienza, la rosa, ultima e unica, era divenuta simbolo, solo a lei noto, della resistenza al cataclisma che si era abbattuto sull’intera regione. La donna, come tutti del resto, da tempo viveva nell’angoscia. E con l’angoscia lo sconcerto. Un anno terribile l’aveva attraversata con la furia di una tempesta che aveva cancellato i punti cardinali, fede, amore, patria e quiete. Hèrvat cercava di resistere a qualcosa di tremendo che non arrivava a comprendere. Lei davvero era aszbeka? Non sapeva, si era sempre creduta di stirpe circassa, ma ora una cosa così naturale non poteva nemmeno più pensarla.
Perché l’Aszbekian era stato inventato a tavolino, forse vinto ai dadi, da un gruppo di militari che, dopo il crollo dell’impero sovietico, era rimasto intrappolato nella regione più incolta del Caucaso, con troppe armi e molta smania di muovere le mani. In nome dell’unità di un popolo che di fatto proveniva da diverse etnie, quattro ufficiali, autopromossisi generali, avevano strappato agli stati confinanti territorio e gente, sufficienti a farci stare una capitale, tante caserme e qualche villaggio sparso tra strette valli e alti dirupi. La Nazione era nata come un fungo in una umida notte estiva, tra lo stupore dei suoi abitanti, contadini di origine persiana, pastori di Georgia, mercanti armeni, nomadi ceceni.
E da allora, estate e inverno, le notti si erano fatte tragiche e le giornate erano vissute con terrore, perché sempre nuove leggi, le più assurde, venivano prodotte a tambur battente e fatte rispettare da una soldataglia rozza. L’islam dei padri al bando, Allah misericordioso sostituito da un dio fantoccio al servizio della guerra, che sempre c’era una guerra, per la conquista o la difesa di qualche nuda pietra. La vita pigra dei villaggi stravolta dai divieti, niente più musica e canti ai matrimoni, ai funerali solo i parenti stretti, vietati i dialetti in cambio di una lingua nuova che nessuno sapeva parlare. In Aszbekian regnava un silenzio mesto.
E da poco quell’ultima follia: vietato l’uso domestico dell’acqua, ogni risorsa idrica destinata alla coltivazione del papavero controllata dallo Stato. Chiuso l’acquedotto, l’approvvigionamento di una quantità razionata d’acqua era garantito porta a porta dall’esercito. Naturalmente era proibita qualunque coltivazione privata, considerata contraria allo sforzo dello Stato a produrre quanto più oppio possibile.
Hèrvat amava le rose. Le aveva sempre coltivate con passione ma ora le aveva viste morire una dopo l’altra, lutti da patire nel silenzio. Le era rimasta quell’unica rosa dalla corolla sofferente e dal colore indefinibile, tra l’arancione, l’ocra e il rosa, in sfumature sempre più spente, come muta e scolora il volto umano in agonia. Per la sua sopravvivenza la donna si toglieva di bocca gocce preziose d’acqua in un sacrificio assurdo che la faceva sentire viva.

È notte fonda quando picchiano alla porta, sembra che la vogliano abbattere a spallate. Hèrvat balza in piedi, indossa la pesante veste che la copre tutta e si precipita in cortile. Non ha un istante d’esitazione, recide la rosa e infila il lungo stelo tra i seni. Neanche sente le spine ferirle la carne, tanta è la paura di quanto può succedere. Dietro la porta non può che esserci la ronda che opera controlli a sorpresa.
Hèrvat apre e subito si mette in un angolo a capo chino, in una posa che susciti il minor interesse e la minor irritazione nei soldati. In tre irrompono in casa e le fanno domande brusche sulle sue scorte d’acqua. Lei mostra le taniche regolamentari, negando di possedere riserve illegali. I tre si mettono a frugare ovunque, convinti che a saper cercare si trova sempre qualche prova di colpevolezza. La casa viene messa sottosopra senza risultato. I soldati, scuri in volto, per dispetto spaccano sedie, mandano in frantumi vasi e bicchieri, poi perlustrano il cortile. Scovano l’arbusto spoglio di rose, sospettano qualcosa ma la donna spiega che la pianta risale a tempo addietro, quando ancora era permesso coltivare i fiori. I tre uomini non si danno per vinti, guardano la donna tra voglia e rabbia, di sicuro non se ne andranno a mani vuote. Sono di nuovo baldanzosi, sanno come rifarsi quando una perquisizione va a vuoto. Trascinano per i capelli la donna in casa e mentre due la bloccano al pavimento e le tappano la bocca il terzo si china su di lei. Hèrvat ha occhi di terrore mentre quel bestione le solleva la veste sulle gambe. L’uomo in piena foia si paralizza all’improvviso, inorridisce alla vista del sangue che cola tra le cosce della donna. “Il sangue della luna! Non possiamo toccarla, è proibito.” I tre sono smarriti, la picchiano con rabbia, ma non osano altro. Alla fine se ne vanno, a cercare rivalse altrove.
Hèrvat non si è ancora rialzata.

Piange sommessamente e stringe tra le mani la rosa.

Accarezza i petali avvizziti, bacia le spine che l’hanno salvata.

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26 Risposte to “il sangue della rosa”

  1. teti900 6 luglio 2017 a 07:08 #

    fantasia, stile, trama, tutto ineccepibile e poi la chicca di quella ‘foia’ buttata lì… ogni tanto fa piacere ritrovare parole desuete, ma precise ed educate com’è tutto il racconto nonostante il tema che hai saputo ingentilire trattandolo con l’attenzione che si pone appunto maneggiando una rosa. standing ovation!!

    • massimolegnani 6 luglio 2017 a 10:07 #

      caspita Teti che commento emozionante. Mi rendo conto che questo, per trama, lunghezza-lentezza e ambientazione, non sia un brano che possa riscuotere successo, ma interventi come il tuo mi ripagano ampiamente. Sì mi piace ogni tanto togliere la polvere a vocaboli che hanno il solo difetto di essere fuori moda.
      m’inchino alla tua standing ovation
      ml

  2. Ghiandaia blog 6 luglio 2017 a 07:46 #

    Quanto potere ha la luna per chi ci crede! Per me no. Complimenti sei un Grande!

  3. Evaporata 6 luglio 2017 a 11:13 #

    Le storie perfette che piacciono a me. 😀

  4. Evaporata 6 luglio 2017 a 11:17 #

    L’ha ribloggato su e ha commentato:
    Ecco uno scrittore che in poche parole dice tutto. Proprio come piace a me. Saper emozionare con un racconto asciutto e conciso, che bello!

    • massimolegnani 6 luglio 2017 a 11:22 #

      che onore, doppio, per il reblog e soprattutto per le parole che usi.
      un abbraccio
      ml

      • Evaporata 6 luglio 2017 a 11:25 #

        Amo condividere i miei piaceri. 😀

      • massimolegnani 6 luglio 2017 a 11:27 #

        felice di averti emozionata 🙂

  5. lamelasbacata 6 luglio 2017 a 14:10 #

    Sai stupire sempre e creare suggestioni, atmosfere e ambientazioni perfette, vive e vibranti. Un brano sapido, un uso sapiente delle parole nella narrazione. C’è desiderio di bellezza, rimpianto, bieca ignoranza di chi domina senza governare e usurpa violando i diritti, delicatezza femminile. Bravo come sempre e forse anche di più!

    • massimolegnani 6 luglio 2017 a 19:01 #

      Amo le passioni e odio le angherie, cosi’ ho cercato di inventare una storia in cui le cose amate aiutano a salvare dai soprusi.
      Grazie, Mela, sono contento del tuo apprezzamento
      Un abbraccio
      ml

  6. Transit 6 luglio 2017 a 19:03 #

    La rosa è passione, almeno così diciamo noi umani, e anche e soprattutto bellezza, stilando una classifica estetica dei fiori. Paradossalmente, la bellezza ha le sue spine, non perché le spine le abbia la rosa in quanto fiore, ma le spine materiali, simboliche e metaforiche che giocoforza spuntano fuori a contatto con gli altri. Quando per imposizione esterna si vieta alla rosa di abbeverarsi, ella appassisce e muore e così la passione. La bellezza, appare quasi secondaria e per molteplici motivi, in moti di onde e anelli invisibili, muore anche lei. La rosa sia nascosta nell’ombra del sottobosco sia in superficie, alla luce del sole, ovvero ammirata e complimentata apertamente, cosa ci fa tra sterpaglia, arbusti, rami incolti e intricati che minacciosi impediscono la via per crescere? E’ costretta a difendersi, cioè mostrarsi, o lasciarsi morire:la passione trafitta dal tempo si affievolisce e la bellezza, sul viale del tramonto, muore. Le spine, tutti lo sanno, obbligano a sanguinare.

    • massimolegnani 6 luglio 2017 a 22:28 #

      tutto vero e tutto bello quello che dici sulla rosa, però qui anche le spine hanno una funzione positiva, salvifica, sia in senso reale, casuale, sia in senso metaforico (la vera passione fa amare le rose e le sue spine). non a caso lei alla fine le bacia, le spine.
      Grazie, Transit, delle tue parole
      ml

  7. Daniele Verzetti Rockpoeta® 7 luglio 2017 a 09:00 #

    Un racconto in certi passi conclusivi anche crudo con un finale che sorprende. Complimenti.I post lunghi non sono e non devono essere un problema se mentre li si legge non si staccano gli occhi dal computer.

    • massimolegnani 7 luglio 2017 a 09:26 #

      il finale è una piccola speranza contro tutta la violenza del mondo, la rosa è morta, sì, ma la donna è salva!
      Grazie Daniele per la condivisione
      ml

  8. Sabina_K 7 luglio 2017 a 12:05 #

    La storia è bella, anzi bellissima, ma è anche piena di simbologie luminose e di pace, che rappresentano ancora un’altra faccia della bellezza del tuo racconto.

    • massimolegnani 7 luglio 2017 a 13:29 #

      qualche effetto simbolico era voluto dall’inizio di altri me ne accorgo dopo assieme a chi legge.
      grazie Sabina,
      buona giornata
      ml

  9. Stefi 8 luglio 2017 a 19:51 #

    Ha la forza di un racconto di Salgari
    da leggere con le note di Pierangelo Bertoli in sottofondo:
    “…rosa rossa, pegno d’amore
    rosa rossa dalla spina…”
    Piaciuto molto, ml. E’ un mirabile esempio di cosa vuol dire saper scrivere.
    🙂

    • massimolegnani 8 luglio 2017 a 21:58 #

      Che trio originale salgari bertoli legnani:)
      Felice del tuo apprezzamento
      Ciao Ste’, buona domenica
      ml

      • Stefi 9 luglio 2017 a 11:42 #

        Buona domenica a te, ml.
        Sei in Austria anche tu, vero? 😉

      • massimolegnani 9 luglio 2017 a 12:17 #

        eheh..oggi mi devo dividere tra austria e francia che c’e’ un tappone al tour,
        come te del resto tra austria e inghilterra per wimbledon 🙂

  10. Francesca Fichera 9 luglio 2017 a 19:40 #

    Questi sono i racconti in cui mi ritrovo e che mi piace ritrovare per strada. 🙂

  11. Julian Vlad 16 luglio 2017 a 18:10 #

    Un racconto notevole, devo ringraziare Alessia de Ilmioblogpercaso che mi ha fatto scoprire questo blog 🙂

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