la via dell’odio (r)

30 Set

by c.calati

 

 

 

 

Guardo le candele che ancora bruciano sul tavolo. Le fisso da quando mi sono ripreso dal torpore che mi assale a ondate, non so se mi assopisco o se rifletto, tanto sono simili incubi e pensieri. Stanno lì, consumate e resistenti, non lontane dal mio letto infermo, assieme ai resti del pasto e a quattro mosche che banchettano indisturbate. Quanto assomigliamo, io e lei, a quelle due candele, una quasi al lumicino, l’altra che ancora cola cera incandescente e fiammeggia, ma pure lei in qualche modo sofferente. Vorrei gridarlo a Gabriela, farle vedere come ci siamo ridotti, ma ho un delirio che mi confonde il dentro e il fuori, il reale dall’inesistente. Avessi fiato e saliva sputerei a quelle due fiammelle, spegnere finalmente le nostre vite idiote. Ma  lei chissà dov’è, figurati se sta qui ad ascoltare i miei vaneggiamenti. Scompare per ore forse per giorni, non so quanto stia via, da questo letto mi è difficile dividere il tempo in fette tutte uguali, per me il tempo è una torta ormai immangiabile.

Poi lei torna come se niente fosse, con la faccia di chi è appena stata con un uomo. Mi guarda e sogghigna con il solito disprezzo a cui se riesco rispondo con un ringhio e un insulto, stronza come tua madre, il mio saluto preferito. Ecco, a volte la confondo con sua madre, c’è una continuità di bastardaggine tra loro che le fa identiche, o forse mi confondo a monte, quando credo di avere una figlia. Probabilmente Gabriela non esiste, è sempre lei, Violeta, ringiovanita apposta per avvelenarmi ancora la vita. O è sua madre che in realtà non ho mai conosciuto? Gabriela magari mi è stata affidata da una sconosciuta mentre salivo sulla corriera per l’aeroporto di Managua e stupidamente l’ho portata con me in Italia, ingombrante souvenir dal CentroAmerica. Oppure questa figura d’ombra che va e viene non è né l’una né l’altra, forse è un’infermiera che l’ASL mi ha messo alle calcagna per sapere quando muoio.

Non ne verrò mai a capo di questa girandola di donne odiose e rarefatte, quando cerco di mettere ordine nella memoria mi prende una spossatezza che mi paralizza.

Perché nessuno ha scritto la mia biografia? Sarebbe così semplice ora tenere il libro sul comodino e sfogliarlo fino alla pagina giusta quando m’assale il dubbio e tac! “nel 1985 il nostro  eroe ebbe una figlia durante il suo soggiorno in Nicaragua”, ecco risolto il buco della memoria. Ma per una falla che si tappa subito si formano altri buchi in questa testa piena di amnesie, altre domande a cui rispondo a caso. Che ci facevo in Nicaragua? Trafficavo in armi? O forse ero capitato lì per caso, testimone occasionale della rivoluzione? Ero io stesso un rivoluzionario? No, è più probabile che facessi il doppiogioco. Ogni volta ricordo un passato differente, lo scelgo secondo l’umore del momento come un impiegato la cravatta del mattino e mi ci aggrappo con una fede provvisoria. Di certo so che sono rimasto a lungo in quella terra stretta tra buonumore e morte, il tempo quanto meno di fare un figlio con Violeta. Chissà come l’avevo conosciuta, un altro buco nero nel mio personale colabrodo.

A proposito di buchi li sentite anche voi i tarli?

Lavorano giorno e notte a scavare gallerie come fosse legno vecchio la mia gamba. Li sento risalire dalle dita del piede destro su fino alla coscia, ostinati, metodici, terribili, ma forse sono vermi, tossine, spore velenose, non lo so, non ho il coraggio di guardare lo scempio che c’è sotto il lenzuolo. Li lascio consumarmi, ma sì! che mi spolpino tutto, e rifiuto di ascoltare le due paroline che i medici scandiscono con tanta facilità, cancrena e amputazione. L’amputazione è diventata pure il cavallo di battaglia di mia figlia e c’è del cinismo sopraffino nel suo spingermi verso l’intervento. Lo vedo il risolino feroce quando finge di usare parole d’affetto, in realtà la inebria l’idea che io vada un pezzo per volta al cimitero. L’odio è il motore del mondo. Senz’odio Violeta e i suoi Sandini non avrebbero mai vinto, armati solo di machete e mani nude. Le mani nude lei me le mostrava nell’amore, “ti ucciderò con queste mani se mi lasci”, occhi di brace, dita ad artiglio, denti assassini. Poi rideva a dimenticare la minaccia e mi assaliva di furia e di allegria. Ero quasi rassegnato a una morte violenta, ma si è stancata prima lei. Se n’è tornata alla sua terra, “troppa ricchezza qui”, mi rinfacciò una volta con rabbia come se io, una vita squattrinata, avessi mai potuto incarnare il prototipo del capitalista. Forse mi tradiva con qualcuno che maneggiava tanti soldi e di sicuro avrà scambiato un bancario per banchiere, povera scema. Che mi tradisse l’ho sempre sospettato, troppo fuoco in quelle vene per me solo, ma non me ne importava più che tanto, un poco già la odiavo, a prescindere dagli altri. In ogni caso se n’è andata lasciandomi Gabriela come ultimo dispetto.

Il dubbio che nemmeno fosse mia me l’ha fatta crescere con tutto l’odio di cui ero capace. E Gabriela piano piano ha imparato alla mia scuola. Per anni ha subito in silenzio le mie sfuriate, un parafulmine perfetto, sguardo da cocker sotto la grandine e lacrimoni muti che avevano l’effetto di raddoppiare il mio rancore. Crescendo ha abbozzato piccole ribellioni che a me parevano patetiche, il fumo sbandierato a quindici anni, la scuola abbandonata prima del diploma, la porta della stanza lasciata socchiusa ad arte, che la sentissi bene mentre si faceva sbattere da qualche  amico tirato su per strada. Come se a me potesse fregarmene qualcosa della sua im-moralità!

Poi se n’è andata con un balordo, che si vedeva subito che sarebbe finita male. Ora che il balordo l’ha mollata, Gabriela è di nuovo a casa in pianta stabile. Potevamo iniziare un’epoca di tregua, inventarci una consolazione reciproca per le sconfitte che abbiamo collezionato a piene mani. Invece abbiamo attaccato subito con la vecchia solfa di rabbia e di disprezzo. La via dell’odio è una strada in discesa, una volta che la imbocca difficile fermarti.

Devo pisciare, sarà la solita avventura trascinarmi fino al bagno, lei mi nega il pappagallo, e non certo per pudore. È lungo il viaggio che intraprendo e pieno di pericoli, io Ulisse tra due stanze, lei peggio di Calipso mi osserva appoggiata allo stipite della porta e gioisce del mio affanno. Ad uno sbandamento mentre saltello sulla gamba sana mi chiede se ho bisogno d’aiuto, ma è puro sadismo, le braccia restano conserte, impassibile lo sguardo, mai che allunghi un braccio per soccorrermi. Così faccio tutto da solo, compresa la circumnavigazione del suo corpo immobile in un passaggio stretto, infida roccia dov’è più facile il naufragio che l’approdo. Fatico, arranco, impreco e alla fine raggiungo la tazza di maiolica ingiallita, mia sudata Itaca. Guardo la parete di un rosa rivoltante, vi appoggio la fronte sfinita e finalmente svuoto la vescica schizzando qua e là con intenzione fuori dal vaso. Sogghigno immaginando le sue imprecazioni quando dovrà pulire, sempre che lo faccia. Ma il massimo dispetto che le posso fare consiste proprio nel non andarmene al cimitero a pezzi. E per ora non ci vado neanche intero, mettitelo bene in testa, chiunque tu sia, ombra maligna dei miei deliri. E che si fottano anche i tarli.

 

68 Risposte a “la via dell’odio (r)”

  1. Neda 30 settembre 2017 a 01:25 #

    L’ho letto.
    Non so che dire. Sono confusa. E’ un ottimo scritto, nudo, crudo, vero nella sua irrealtà. Mi urta e nel contempo mi affascina. Sono su quella porta, osservo, ma non riesco a capire l’odio di entrambi e la convivenza che nutre quell’odio.

    • Neda 30 settembre 2017 a 01:29 #

      P.S. Conosco, comunque, una persona che sta vivendo la propria malattia proiettando la propria rabbia su chi gli sta vicino e trasformando in odio l’amore che gli altri nutrivano per lui. Nel leggere il tuo scritto mi sembrava che fosse lui a parlare.

      • massimolegnani 30 settembre 2017 a 01:41 #

        ecco, nel P.S. hai trovato una chiave di lettura che condivido. Quest’uomo vive la malattia con un rancore violento verso gli altri. A questo aggiungi uno stato mentale labile, a tratti allucinatorio. in realtà di Gabriela e di Violeta non sappiamo nulla se non le notizie contraddittorie che ci dà lui.
        volevo trattare temi sgradevoli (che fortunatamente non hanno nulla di autobiografico) e per stemperarli ho scelto questo modo “onirico” di raccontare.
        grazie Neda per l’impegno di lettura
        ml

      • Neda 30 settembre 2017 a 01:57 #

        Che non fosse autobiografico l’avevo capito, è evidente. Mettersi nei panni di un uomo che ha questa situazione credo sia abbastanza difficile.
        Ne hai tratto un brano interessante e originale.

      • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:18 #

        ti ringrazio, Neda

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 01:43 #

      in effetti è un brano che spiazza, ti capisco 🙂
      ml

      • Neda 30 settembre 2017 a 01:55 #

        Ciao, buona notte, vado a nanna.

      • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:17 #

        in realtà ti ho preceduta 🙂

      • Neda 30 settembre 2017 a 12:44 #

        Buon pomeriggio, quindi.

      • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:57 #

        Grazie, anche a te
        🙂

  2. Il_Pasolino 30 settembre 2017 a 07:45 #

    Credo di essere riuscito a vedere tutto, esattamente come l’hai descritto; violento, nudo, intenso.
    Molto bello!

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:20 #

      grazie!
      ho voluto tratteggiare un personaggio sgradevole ma comprensibile nel suo furore delirante, spero di esserci riuscito, almeno in parte
      ml

      • Il_Pasolino 30 settembre 2017 a 12:58 #

        Assolutamente!

      • massimolegnani 30 settembre 2017 a 17:20 #

        grazie!

  3. rodixidor 30 settembre 2017 a 08:24 #

    Ma perché donne senza doppie? (nel senso di consonanti)

  4. teti900 30 settembre 2017 a 09:08 #

    bel personaggio… (per altro dipinge un quadro identico a quello che troneggia nella casa della mia famiglia) farebbe la gioia dello psicanalista (in senso letterale, nel senso che per una volta invece di annoiarsi si divertirebbe a inseguire i labirinti mentali del proprio cliente).
    i buoni sentimenti li dobbiamo apprendere da soli nel corso della vita, con un duro lavoro e sbarazzandoci al più presto della famiglia che (parlo della mia esperienza) tende a spegnerli e a disprezzarli anche quando torni (per necessità loro) che sei un’altra persona, in un attimo ti fagocitano e ti vomitano uguale a prima e ogni volta ti tocca ricominciare a darti una struttura quanto meno decente e presentabile (almeno a te stesso/a).
    in parte mi sento come la voce narrante e i suoi aguzzini perché la famiglia è un sistema circolare e la parte dello stronzo/a ti tocca a stretto giro di vita… 🙂
    (poi ci sono quelli che rompono il girotondo stringendo intorno al collo, ma è un’altra storia dalla mia:)

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:24 #

      ecco, quello che dici è la conferma che “la via dell’odio è una strada in discesa” una spirale a scendere che si autoalimenta.
      grazie per l’apprezzamento, Teti
      ml

  5. Ghiandaia blog 30 settembre 2017 a 09:38 #

    L’amputazione è una cosa terribile fisica e mentale, perché vedi già al cimitero una parte di te.

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:28 #

      una delle suggestioni che mi hanno spinto a scrivere il brano è stata la notizia di un conoscente che a tutti i costi avrebbe voluto seppellire la propria gamba (amputata) al cimitero, nella propria tomba. Non credo gliel’abbiano consentito.
      ml

  6. le hérisson 30 settembre 2017 a 10:08 #

    Chapeau!
    cb

  7. yourcenar11 30 settembre 2017 a 10:44 #

    Un racconto che ti prende lentamente, che ti trascina pian piano nel gorgo in cui il protagonista sembra a tratti crogiolarsi, quasi provando piacere del suo stesso stato, una sorta di odio-amore per se stesso, che rende le due figure femminili uno specchio di quella sua vita, ormai diventata una sfida senza futuro…

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 12:31 #

      condivido in pieno la tua lettura, il protagonista non potendo sottrarsi al suo destino si crogiola rabbiosamente in questo.
      grazie Cristina, un caro saluto
      ml

  8. elettasenso 30 settembre 2017 a 15:26 #

    Santo cielo. Qui c’è una fitta nebbia grigia che s’infiltra nel cuore e ci mancavi tu con questo noir. Avevo voglia di ridere e sollevarmi un po’. Invece.
    Racconto duro, di un nero sprezzante al di là della fioca e tremula luce delle due candele. Bravo. Mi hai ricordato delle pagine di Grottesco.
    Eletta

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 17:23 #

      Eletta, sei incappata in uno dei miei brani più tetri! Sorry 🙂
      onorato per il richiamo a McGrath
      grazie
      ml

      • elettasenso 1 ottobre 2017 a 08:28 #

        Ah, lo conosci: uno che scrive bene come te non può fare a meno di essere un forte lettore.
        Buona giornata caro

      • massimolegnani 1 ottobre 2017 a 11:29 #

        🙂 leggo tanto, dimentico molto 🙂
        buona domenica a te

  9. tramedipensieri 30 settembre 2017 a 15:41 #

    Quanta sofferenza

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 17:24 #

      sì, sofferenza che il protagonista converte in odio rabbioso verso le sue donne forse ingiustificato
      ciao .marta
      ml

  10. Lallib 30 settembre 2017 a 16:25 #

    A tratti ricorda la narrazione delirante, ma comunque chiara, semplice e precisa, de “La versione di Barney” e il suo rapporto d’amore ed odio con le varie Signore Panofsky.
    Nonostante un senso di tristezza e di ribrezzo (passami i termini) che mi ha accompagnata nella lettura, non sono riuscita a staccarmene fino all’ultimo punto.
    Bravo Massimo e grazie.
    Lalli

    • massimolegnani 30 settembre 2017 a 17:31 #

      la mia ambizione era da una parte suscitare orrore perla vicenda e i cattivi sentimenti espressi e dall’altra attrazione per la lettura, quindi ti sono riconoscente.
      e poi complimenti, perchè avevo due riferimenti letterari per il tipo di scrittura “delirante”: Tristano muore” di Tabucchi e la versione di Barney di coso, il canadese di cui adesso mi sfugge il nome!
      ciao, un sorriso
      ml

  11. Patrizia Caffiero 1 ottobre 2017 a 10:54 #

    Mi piace moltissimo. si frammenta in ipotesi, confonde la visione. Mi piace che sia scomposto lo stato lineare delle cose, in modo che chi legga entri empaticamente in chi racconta e si perda e questo tuo è straordinario. Davvero bellissimo, crudo, nudo.

    • massimolegnani 1 ottobre 2017 a 11:32 #

      che bello, Patrizia, quello che hai scritto: “Mi piace che sia scomposto lo stato lineare delle cose,” sì volevo trasmettere un caos emotivo tendente al peggio!
      grazie davvero
      ml

      • Patrizia Caffiero 1 ottobre 2017 a 22:16 #

        è che tu scrivi in modo cazzuto 🙂 🙂 🙂

      • massimolegnani 1 ottobre 2017 a 22:24 #

        che bell’apprezzamento schietto, grazie 🙂 🙂

  12. Paolo 1 ottobre 2017 a 18:39 #

    Piaciutissimo!!

  13. lamelasbacata 2 ottobre 2017 a 16:43 #

    Mi è piaciuto molto, tutto giocato sul filo tra realtà e immaginazione odio, ossessione, rabbia che erutta come lava, delirio persecutorio, allucinazione. Verità o finzione nella mente di questo “povero” vecchio? Chi può dire dove finisce l’una e inizia l’altra.
    Una bella prova mio caro.

    • massimolegnani 2 ottobre 2017 a 18:46 #

      Gia’, chissa’ dove finisce la realta’ dove inizia il delirio, quanto nel protagonista e’ odio viscerale da pessimo carattere e quanto e’ solo un inseguire fantasmi mai esistiti.
      Felice del tuo apprezzamento,
      ti abbraccio
      ml

  14. pagsy7 2 ottobre 2017 a 23:30 #

    Il rancore dl protagonista rende la tua scrittura particolarmente scomoda… urta contro qualsiasi perbenismo sentimentale e/o vagheggiante sentimentalismo. Sembra quasi tu stia provocando chi legge.

    P.s. “da questo letto mi è difficile dividere il tempo in fette tutte uguali, per me il tempo è una torta ormai immangiabile” hai reso perfettamente quanto sia sfiancante il “linciaggio delle ore” (per citare Alda Merini) quando si è in ospedale in attesa che arrivi il medico in camera o ti chiamino per comunicarti l’esito di una biopsia.

    • massimolegnani 3 ottobre 2017 a 00:26 #

      c’è del vero in quanto dici: provoco il lettore e, aggiungo, sfido me stesso, solitamente incline a narrazioni più zuccherine.
      ma poi alla fine, come sempre, provo compassione per questo personaggio, come sempre mi capita con i miei, e vorrei che anche il lettore sentisse la sofferenza di quest’uomo che si dibatte tra deliri e paura di morire.
      P.S. mi fa piacere che tu abbia notato quella frase.
      ciao pagsy
      un sorriso
      ml

      • pagsy7 3 ottobre 2017 a 14:55 #

        Sfidare se stessi è un modo per sentirci vivi, è necessario per non fossilizzarsi, per esplorare nuove strade… anche se non sempre è facile 😉
        Mi è piaciuta un sacco quella frase, troppo bella… perfetta così in tutto e per tutto.

      • massimolegnani 3 ottobre 2017 a 15:40 #

        Sono d’accordo con te, la sfida a se stessi è salutare, anche a prescindere dai risultati ottenuti.
        Grazie, 🙂

      • pagsy7 3 ottobre 2017 a 15:54 #

        Certo… altrimenti sai che palle!?!!!

      • massimolegnani 3 ottobre 2017 a 16:35 #

        Ahah
        🙂

  15. Aria Mich 3 ottobre 2017 a 15:12 #

    Tra i racconti che scrivi, non ne ricordo di uno così forte! Mi è rimasto impresso quello carinissimo di quell’amore particolare, con quella donne pugile mi sembra 😀 … e invece oggi leggo questo, che è veramente intenso… ho seriamente pensato fosse autobiografico! Difficilmente, io, saprei scrivere un racconto del genere, se non lo avessi vissuto. Sono emersi naturali gli odi e i rancori, conseguenze dei fatti precedenti.

    • massimolegnani 3 ottobre 2017 a 15:46 #

      Apprezzare la credibilità di un racconto è un ottimo complimento, grazie.
      Fortunatamente non vi è nulla di autobiografico, ho ottimi rapporti con mia moglie e mia figlia, e le gambe per ora tengono 🙂
      Complimenti per la memoria (non proprio pugile, era una giocatrice di wrestling)
      Ciao Aria
      ml

      • Aria Mich 3 ottobre 2017 a 17:12 #

        Sì, avevo letto, nei commenti precedenti al mio, che non è un racconto autobiografico! 😀 allora probabilmente non poteva riuscirti meglio di così! Dato che sembrava vissuto realmente.
        Riguardo alla mia memoria, almeno ho ricordato che, la donna del racconto, dava insomma pugni 😂

        Buon proseguimento, Massimo 🌼

      • massimolegnani 3 ottobre 2017 a 17:41 #

        Infatti mi complimentavo che in pratica ricordavi esattamente:)
        Grazie ancora

  16. Stefi 8 ottobre 2017 a 18:46 #

    Fa male.
    Nel senso che colpisce duramente.
    Nel senso che mentre lo leggi vorresti non arrivarci in fondo e invece ci arrivi, all’ombra maligna dei suoi deliri che li immagini tutti e ti sembra di viverli.

    • massimolegnani 8 ottobre 2017 a 19:18 #

      Mentre scrivevo, del protagonista vedevo la barba ispida di qualche giorno, l’occhio cisposo, la saliva all’angolo della bocca, tre elementi che fanno delirio rancoroso.
      Grazie Ste’ per aver apprezzato.
      ml

      • Stefi 8 ottobre 2017 a 19:22 #

        Grazie a te, ml, per avercelo regalato.
        🙂

      • massimolegnani 8 ottobre 2017 a 21:24 #

        Un sorriso

  17. Julian Vlad 16 ottobre 2017 a 17:32 #

    Una situazione che conosco fin troppo bene, al di là delle soggettive e dei dettagli biografici. L’odio è la miserabile avida fiamma che ne scaturisce, e che nel suo serpeggiante bruciare consuma energie e lucidità.
    Il livello di verosimiglianza emotiva è notevole, la qualità di scrittura, anche.

    • massimolegnani 16 ottobre 2017 a 18:34 #

      Odio e delirio si alimentano reciprocamente e ottenebrano la realtà
      Grazie,
      ml

  18. alessialia 27 ottobre 2017 a 14:32 #

    sottile linea di confine tra realtà e fantasia, oblio….
    ma bello davvero! palpitazioni eh!

    • massimolegnani 27 ottobre 2017 a 15:48 #

      Difficile separare realtà e delirio che nella sua testa si con-fondono.
      un abbraccio e Alessia
      ml

  19. siciliamara 31 gennaio 2018 a 15:21 #

    Scrivi meravigliosamente bene, le parole mi hanno catturato e senza prendere respiro sono arrivata alla fine.
    È difficile esternare un sentimento stridente come l’odio. Con l’amore si è tutti bravi, ma l’odio è qualcosa di segreto, di cui vergognarsi.
    Io sto cercando vendetta per ciò che mi è stato fatto e non ho paura a dirlo.
    Credo che ognuno di noi abbia la sua Gabriela.
    Complimenti ancora.

    • massimolegnani 31 gennaio 2018 a 19:32 #

      sì ognuno ha la Gabriela, più o meno palese.
      forse lasciare affiorare l’odio per te è un modo di controllarlo, peggio sono quei rancori sordi che poi esplodono con gran fragore
      grazie per le belle parole di apprezzamento
      ml

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: