vita di Irene

18 Ott

by c.calati

 

 

 

Era una serata piovosa di mezzo autunno, di quelle che desideri solo arrivare presto a casa.

Enzo quasi non la vide, una bambinetta fradicia di pioggia accucciata in un angolo del portico, non lontana dalla porta d’ingresso. Sembrava un cagnolino randagio che avesse trovato un provvisorio rifugio dalla pioggia.

Che ci fai qui, piccola? le chiese senza chinarsi su di lei.

La bimba lo fissò senza rispondere. Tremava sin negli occhi.

Enzo tornò sulla strada a guardarsi intorno, ma la via era deserta, niente che potesse spiegare la sua presenza lì.

Si rivolse di nuovo a lei, sempre restando in piedi: Chi sei? Ti sei persa?, ma non ebbe risposta.

L’uomo borbottò qualcosa tra sé e finalmente si chinò sulla bambina. Accennò una carezza goffa, poi la prese un po’ maldestramente in braccio come si può fare con un gattino ed entrò in casa.

Papà, mormorò lei strusciandosi addosso a lui, mentre varcavano la soglia.

No, piccola, non sono tuo padre.

Papà, papà, piagnucolò la bimba avvinghiandoglisi al collo.

Senti, capisco che sei scossa, ma stai dicendo una stupidaggine.

Il professore era a disagio, non aveva alcuna dimestichezza con i bambini. Provò a insistere: dimmi come si chiama il tuo papà, così ti riporto da lui, senza ottenere risultato, se non quella sola parola ripetuta come una cantilena, papà, papà, papà.

Quella assurda attribuzione di paternità lo irritava, ma cercò di mantenere la calma.

Sai cosa facciamo? Ti preparo qualcosa di caldo e poi telefoniamo alla polizia.

La sistemò su una poltrona e andò in cucina.

Quando tornò in soggiorno reggendo una tazza di tè, la bimba si era addormentata.

La guardò perplesso, sembrava più grande di come l’aveva lasciata.

Fino a un momento prima le avrebbe attribuito tre-quattro anni, ora non poteva averne meno di sette. Eppure i vestiti, una gonnellina, una maglietta e un golfino, le stavano di misura. Evidentemente all’inizio non l’aveva valutata bene. D’altronde non era pratico di bambini. La svegliò passandole una mano sulla faccia in una carezza impacciata.

La bambina aprì gli occhi, lo fissò per qualche istante e poi abbozzò un sorriso alla vista della tazza fumante. Non sembrava stupita di trovarsi lì. Disse grazie, signore, afferrando la tazza. Bevve d’un fiato, mentre Enzo, rinfrancato dal fatto che non l’avesse più chiamato papà, provò a interrogarla.

Come ti chiami? Ti ricordi dove abiti? Chi sono i tuoi genitori?

Il vomito arrivò improvviso, appena preceduto da una smorfia, prima che gli potesse rispondere. Ora era scossa da brividi. Solo allora Enzo Pelozzi realizzò che i vestiti erano zuppi d’acqua, e adesso anche di vomito. Le ripulì la bocca, ti prenderai un accidente se non ti togli questa roba bagnata.

La prese di nuovo in braccio, gli sembrò più pesante. La portò in camera e la depose sul suo letto. Dovette aiutarla a spogliarsi, perché da sola non riusciva a togliersi gli indumenti fradici.

Mettiti sotto le coperte, mentre io cerco di asciugare la tua roba.

La bambina, ancora tremante, ubbidì. Enzo la frizionò attraverso le coperte, commosso da quel volto pallido in cui risaltavano occhi scuri come la notte.

Va meglio, ora?

Lei rispose con un cenno muto del capo. Aveva un graffio su una guancia.

Il professore non aveva ancora avvisato la polizia. L’avrebbe fatto più tardi, ora doveva sciacquare gli indumenti e trovare il modo di asciugare almeno le mutandine e la maglietta.

Stese gli abiti in bagno, sopra la vasca. Gocciolavano, non si sarebbero mai asciugati per tempo. Accese una stufetta elettrica ed orientò il getto d’aria calda verso lo stenditoio.

Uscendo dal bagno per andare a telefonare, udì dei lamenti sommessi provenire dalla sua camera. La bambina scottava e gemeva nel sonno. Il volto era più gonfio, le labbra screpolate più pronunciate, mature. Effetto della febbre, pensò Enzo, e rovistò nel cassetto del comodino alla ricerca di un termometro, senza trovarlo. Alla fine lo trovò in tutt’altro luogo, nel bicchiere sulla mensola sopra il lavandino assieme al dentifricio e i due spazzolini. Conservava ancora lo spazzolino di Clara, idiota che era.

Scostò le coperte per infilarglielo sotto un’ascella e fu colpito dal goffo gonfiore del petto di una pubertà all’esordio.

Il turbamento lo avvolse come una nebbia spessa. Cercò di ripensare a quando l’aveva incontrata sotto il portico e, poco più tardi, a quando le aveva offerto il tè, provò a confrontare le sequenze ricostruendo i tratti del volto. Ma improvvisamente era tutto così confuso, irragionevole.

La febbre era alta e la bambina sembrava mormorare qualcosa nel delirio. Accostò l’orecchio alle sue labbra, ma non riuscì a decifrare il lamento. Le mise delle pezze bagnate sulla fronte e attorno al collo. Con fatica riuscì a farle bere mezza compressa di Tachipirina sciolta in poca acqua. Poi, seduto su una poltroncina vicino al letto, attese. Che cosa attendesse, se lo sfebbramento o un’evoluzione misteriosa degli eventi, non se lo volle confessare.

Fuori infuriava un temporale fuori stagione. Al terzo lampo venne a mancare la corrente.

Enzo frugò in giro finchè racimolò qualche candela.

Tornò a sedersi sulla poltroncina a scrutare la sua ospite. Alla luce incerta e rossastra delle candele il volto della bambina… no, ormai non poteva più definirla bambina, inutile ingannarsi. Il volto della ragazza appariva più intenso. Gli occhi erano due ombre profonde, il graffio sulla guancia era più lungo, pur andando sempre dallo zigomo a poco sopra la mandibola, e sembrava più recente, una piccola ferita non ancora rimarginata. Le labbra socchiuse e il mento, teso in avanti, sembravano voler inseguire qualcosa.

Avrebbe voluto interrogarla, ripetere le domande che già le aveva posto, ma con una curiosità diversa. Stranamente ora gli premeva soprattutto conoscere il suo nome, come potesse essere quello a spiegare l’inspiegabile. Irene, pensò senza un motivo preciso. Non ricordava più che cosa significasse in greco, speranza, felicità, serenità? Meglio così, Irene sarebbe stato il suo nome provvisorio, dal senso indefinito ma per lui preciso. Sì, non poteva essere che Irene. La ragazza si agitò all’improvviso, scalciando via le coperte. Il professore rimase immobile, stupefatto. I bagliori sulla pelle, l’affanno del petto, i fianchi stretti, il sesso oscuro. E quel seno prepotente, scolpito nel marmo. Irene, disse, senza saper proseguire. Contemplò la bellezza, incapace di fare altro.

Alla fine riuscì a scuotersi. Si alzò in piedi, ricoprì Irene, le bisbigliò qualche parola e aspettò che il suo respiro tornasse regolare. Poi uscì sul balcone, si appoggiò alla ringhiera stordito e si lasciò investire dallo scroscio d’acqua, senza che questo fosse di alcun aiuto.

Andò in bagno ad asciugarsi e si guardò a lungo allo specchio: aveva nuove rughe? I capelli erano più radi? La barba s’era ingrigita? No, non trovò nulla di cambiato nel proprio volto. Lui era quello della sera precedente. E Irene?

Tornò in camera, turbato ma aperto a qualunque cambiamento.

Si era appena seduto e stava assimilando le nuove fattezze d’Irene quando un tuono più forte degli altri fece sobbalzare la donna. Seduta sul letto, sembrava cercare la sua presenza, anche se gli occhi sgranati davano l’idea di un’assenza dalla realtà.

Giacomo! Oh Giacomo, per fortuna sei tornato.

Un breve imbarazzo, poi Enzo rispose:

Sì, Irene, sono qua. Riposati ora.

Giacomo, non lasciarmi sola. Ho paura.

Calmati, Irene. Io non me ne vado. Sto qui a vegliarti.

Giacomo, vieni nel letto, scaldami. Ho tanto freddo, senza di te.

 

Lui non era Giacomo. Lei non era Irene. Ma che importanza aveva?

Enzo si spogliò e s’infilò nel letto, continuando a parlarle. Si strinse alla sua schiena, bisbigliandole parole che da troppo tempo non pronunciava. Lei gli prese una mano e se la portò al petto. Un seno morbido, non più di marmo, ma caldo, vivo, vissuto.

Irene lo amò in una sorta di trance che non le dava forse consapevolezza dei propri atti, ma che le manteneva intatta la grazia dei gesti dell’amore di cui era capace. E lui l’assecondò con pari intensità e medesima incoscienza.

 

A notte fonda il professore sgusciò fuori dal letto e si rifugiò in bagno. Interrogandosi allo specchio non si sentì nè euforico né colpevole. Semmai giusto, se poteva usare quella parola.

Enzo spense le candele e sistematosi sulla poltroncina si dispose a vegliare il sonno agitato di Irene, come le aveva promesso. Attraversò la notte in un buio placido alternando sguardi ciechi alla donna a brevi sonni. Aveva netta la sensazione che Irene stesse proseguendo in quell’inarrestabile maturazione e, non a caso, sognò un pane che lievitava nell’ombra.

Fu svegliato dal chiarore dell’alba che andava illuminando la stanza. Con la testa appoggiata al bordo del letto, guardò da vicino la mano che stringeva nella propria. Una mano scarna, ricoperta di grinze e di macchie come una tovaglia troppo usata. Non se ne meravigliò. Alzò lo sguardo verso l’anziana che riposava nel suo letto. Le sorrise.

Buongiorno, Irene.

La vecchia aprì un occhio velato dalla cataratta e subito lo richiuse come se quel gesto l’avesse spossata. Enzo lesse le rughe sterminate del volto come tanti ricordi appesi ad asciugare. Gli sembrò di conoscere tutta la sua vita.

Quanto hai vissuto, Irene, e quanto hai amato!

Le tenne la mano, bisbigliandole parole che lei forse non sentiva. Provava una gioia quieta come accompagnare fino al cancello un’amica dopo ore liete insieme.

Il respiro di Irene si fece più irregolare, divenne un rantolo faticoso, lui sempre accanto a cullarla di parole e di silenzi.

Il fiato anziano si spense del tutto.

Enzo si alzò, si chinò a baciarla sulla fronte e solo allora andò a telefonare.

Alla voce che lo incalzava ripetè più volte Irene è morta, sempre più flebilmente, senza riuscire ad andare oltre.

 

 

64 Risposte a “vita di Irene”

  1. rodixidor 18 ottobre 2017 a 17:25 #

    come una rosa in autunno.

  2. Daniela 18 ottobre 2017 a 17:32 #

    che storia meravigliosa, surreale e coinvolgente sino alla fine, sarebbe un’ottima trama per un film. Ciao Massimo
    Daniela

    • massimolegnani 18 ottobre 2017 a 20:02 #

      Grazie Daniela, le tue parole mi hanno fatto piacere
      Buona serata
      ml

  3. yourcenar11 18 ottobre 2017 a 20:12 #

    Così particolare che l’ho letto e riletto con calma, per far sciogliere lentamente il tempo del tuo racconto fino alla fine. Mi piace anche la forza della tua scrittura e delle immagini, quel pane che lievita…

    • massimolegnani 18 ottobre 2017 a 22:07 #

      che bella questa tua lettura e rilettura!
      e grazie per l’apprezzamento
      ciao Cristina
      ml

  4. alemarcotti 18 ottobre 2017 a 20:22 #

    Mi accodo…. Una meravigliosa storia. L’ho letto due volte😄

    • massimolegnani 18 ottobre 2017 a 22:10 #

      mi piace pensare che la seconda lettura sia stata per uscire dal razionale e accettare gli eventi così come sono descritti
      un po’ come ha fatto il protagonista con irene.
      ciao Ale 🙂
      ml

      • alemarcotti 18 ottobre 2017 a 22:12 #

        La seconda è stata per esser sicura di non aver perso nulla😄

      • massimolegnani 18 ottobre 2017 a 22:15 #

        così mi piace ancora di più 🙂

  5. blogcambiopasso 18 ottobre 2017 a 22:10 #

    Mi è venuto in mente De Andrè:
    E come tutte le più belle cose
    vivesti solo un giorno, come le rose..

    • massimolegnani 18 ottobre 2017 a 22:17 #

      giusto, ottima citazione
      chissà, magari nel subconscio anche a me frullavano in testa quei versi 🙂
      ciao 🙂
      ml

  6. Giuliana 19 ottobre 2017 a 05:43 #

    caspita! rimescola stomaco e mente. L’accettazione di ogni cosa e’ la soluzione migliore?

    • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 09:16 #

      sì, penso che l’accettazione della vita con i suoi inestricabili misteri, senza porsi troppe domande razionali e frustranti, sia la soluzione.
      buona giornata, Giuliana
      ml

      • Giuliana 19 ottobre 2017 a 14:52 #

        prendere con leggerezza e lasciar andare con leggerezza, questa e’ buddita’ 😃

      • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 17:27 #

        🙂

  7. Ghiandaia blog 19 ottobre 2017 a 07:59 #

    È un romanzo? Ciao 😍

    • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 09:17 #

      in un certo senso, sì, un romanzo di vita condensato in poche ore.
      ciao 🙂
      ml

  8. Sabina_K 19 ottobre 2017 a 10:43 #

    Bellissimo.
    All’inizio, sono sincera, sono rimasta sbalordita, perché anche la protagonista del mio ultimo post si chiama Irene…forse ad entrambi piace questo nome che significa “pace”?…
    Ma veniamo a noi, e ripeto: bellissimo.
    Bellissimo soprattutto nel suo tono surreale, che forse vuol intendere una metafora, come scrivi tu “un romanzo di vita condensato in poche ore”.
    Ma sai cos’è che mi ha colpito/piaciuto più di tutto?
    E’ l’adeguarsi del professore alla realtà surreale, il suo progressivo accomodarcisi dentro. E’ come vedere il sogno di una altro e scegliere istintivamente di farne parte…bellissimo.

  9. massimolegnani 19 ottobre 2017 a 11:34 #

    davvero felice delle tue parole, felice della coincidenza, felice dell’opportunità di prendere a prestito la metafora del tuo brano: Enzo si fa albume per avvolgere il tuorlo che è divenuta Irene.
    E felice che hai colto un aspetto importante del racconto,quell’entrare nella vita (o nel sogno) di un altro senza pretendere di mettere le cose in ordine.
    ti sono riconoscente
    un abbraccio Sabina,
    ml

    • Sabina_K 19 ottobre 2017 a 14:33 #

      “senza pretendere di mettere le cose in ordine” è perfetto per dire anche quel che non ho scritto
      un abbraccio ancora

  10. Daniele Verzetti Rockpoeta® 19 ottobre 2017 a 16:09 #

    Surreale, si fa leggere tutto d’un fiato e ti coinvolge in questa sconvolgente quanto irreale crescita di questa bimba poi ragazza poi donna e poi anziana che sceglie lui uno sconosciuto senza un perché un motivo definito. Tutto questo mistero unito ad una scrittura lineare rende il racconto molto interessante. Complimenti.

    • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 17:34 #

      innanzitutto grazie Daniele per l’apprezzamento.
      indubbiamente è uno scritto surreale, ma vuole anche essere un viaggio nel pianeta donna perchè quando raggiungi con lei una sintonia, quando ti racchiudi con lei in una bolla, esci dalla logica del tempo.
      ml

  11. Aria Mich 19 ottobre 2017 a 16:10 #

    Nelle ultime righe, ho avuto quasi un brivido 😞 Più della rapidissima vita di Irene, mi ha colpito la calma di Enzo, come fosse cosa naturale e normale quella rapida crescita… di cui, in ogni caso, se n’è preso cura fino alla fine. Mi chiedo solo cosa dovrà spiegare alla polizia!

    • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 17:39 #

      egoisticamente mi fa piacere quel brivido perchè mi dice che la lettura almeno per un istante si è fatta “realtà”.
      La telefonata alla polizia rappresenta il ritorno alla realtà,
      ritorno per ora impossibile per Enzo che infatti non riesce ad andare oltre le prime accorate parole.
      ciao Aria, un sorriso grato
      ml

      • Aria Mich 19 ottobre 2017 a 17:56 #

        Buon proseguimento, Massimo! ☺ e bella anche la rosa 😍

      • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 18:00 #

        grazie! ho voluto fotografare una rosa d’autunno, dalla vita breve e intensa, come quella di Irene 🙂

      • Aria Mich 19 ottobre 2017 a 18:02 #

        Ah ecco 😀 . È un periodo che ne vedo tante, passeggiando… mai quante ne vedo a maggio!

      • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 18:21 #

        🙂

  12. newwhitebear 19 ottobre 2017 a 16:56 #

    complimwenti per questo racconto originale e inquietante, Certo che Enzo ha vissuto la metamorfosi di una bambina attraverso tutte le fasi. Eppure Enzo non ha battuto ciglio quando ha comunicato che Irene era morta. Un sogno durato una vita.

    • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 17:46 #

      lui stesso, Enzo, ha subito una metamorfosi, dalla freddezza iniziale, all’irritazione, poi allo sbalordimento, quindi al coinvolgimento stupefatto e infine alla piena accettazione della vicenda, compresa la morte di Irene che ormai giudica inevitabile.
      grazie GianPaolo
      ml

      • newwhitebear 19 ottobre 2017 a 17:53 #

        certamente Enzo ha subito tutto questo complice la vita di Irene. Senza di lei sarebbe rimasto il professore grigio di sempre.

      • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 18:02 #

        esatto, non fosse entrato nell’assurdo sarebbe rimasto grigio per sempre.

      • newwhitebear 19 ottobre 2017 a 18:07 #

        ciao e complimenti

      • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 18:21 #

        Grazie, ciao a te

  13. Neda 19 ottobre 2017 a 21:04 #

    Interessante e surreale. Mi è piaciuto molto. A proposito: a chi ha telefonato alla fine?

    • massimolegnani 19 ottobre 2017 a 21:43 #

      Ha fatto la telefonata alla polizia che rinviava da ore.
      Grazie Neda
      ml

  14. lauracavalloblog 20 ottobre 2017 a 07:42 #

    Senti, ho il bisogno di dirti le emozioni che mi ha suscitato il racconto. All’inizio non capivo. Poi mi ha quasi messo in allarme il cambio bimba/adulta. Poi mi sono fatta portare per mano… e quando lei si è svegliata vecchia e lui era lì, sempre lì, ho provato prima dolcezza e poi pace. Ue’ che ti devo dire: sei bravo!

    • massimolegnani 20 ottobre 2017 a 10:24 #

      sono soddisfatto, perchè è esattamente così che desideravo avvenisse la lettura, un progressivo lasciarsi andare alla assurdità degli eventi fino a sentirli veri.
      ti ringrazio 🙂
      ml

  15. lamelasbacata 20 ottobre 2017 a 22:51 #

    È bellissimo, così delicato. Mi è rimasto impresso a lungo. Hai sublimato la vita.
    Toccante.

    • massimolegnani 21 ottobre 2017 a 00:35 #

      ti ringrazio Mela cara, mi piace questo commento, mi fa sentire come un bicchiere di buon vino che hai trattenuto in bocca per assaporarlo meglio.
      ti abbraccio
      ml

  16. Paolo 21 ottobre 2017 a 14:37 #

    Che bello questo racconto immaginifico e notturno. Non nello stile, che è realistico e assolutamente coinvolgente, ma nell’idea ispiratrice non ho potuto evitare di ripensare al B. Button di Fitzgerald, à rebours, ovviamente. Un’accelerazione, la tua, disegnata sul corpo di una donna. Da figlia bambina, a adolescente acerba, a giovane donna in ricerca di calore e amore nel flusso della vita, infine ad anziana. Pochi felicissimi tratti e una sola notte ti bastano per descrivere e lasciar intendere ogni cosa, ogni passaggio, e a chiudere il cerchio. Sempre un piacere leggerti.

    • massimolegnani 22 ottobre 2017 a 00:34 #

      credo che una cosa simile possa capitare, seppur eccezionalmente, anche nella vita reale quando incontri la donna giusta, particolare, assoluta.
      a qualunque sua età la incontri, istintivamente ne vedi la vita precedente, immagini le sue età future e tutte le ami.
      ecco forse questo racconto vuole essere un omaggio a tutte le età femminili.
      grazie Paolo
      a rileggerci presto
      ml

  17. le hérisson 22 ottobre 2017 a 08:45 #

    Una trama surreale per raccontare la realtà di una vita.
    Resto senza parole… persino “complimenti” penso sia riduttivo in questo caso

    • massimolegnani 22 ottobre 2017 a 14:15 #

      sono d’accordo con la tua definizione del brano, è proprio quella la chiave di lettura.
      un abbraccio e un grazie
      ml

  18. arielisolabella 22 ottobre 2017 a 22:36 #

    🌹

  19. gelsobianco 28 ottobre 2017 a 01:22 #

    Sono senza parole… dopo una prima lettura

    Un omaggio grande alle età della donna.
    La vita scorre… in quanto tempo? Non ha importanza.

    Grazie, ml.
    Emozione grande in me.
    gb

    • massimolegnani 28 ottobre 2017 a 10:11 #

      Si’, la vita si puo’ condensare in una sola notte in cui scorrono davanti agli occhi tutte le eta’ della donna.
      Felice della tua emozione, gb
      un sorriso
      ml

      • gelsobianco 10 novembre 2017 a 01:57 #

        Ogni volta che leggo questo tuo scritto “particolare” di grande potenza mi emoziono profondamente.
        “vita di Irene”… titolo perfetto.
        Dalle piccole dita di bimba alla mano scarna della donna ormai anziana…

        Grazie, ml.
        Ti sorrido e vivo il tuo racconto ancora
        gb

      • massimolegnani 10 novembre 2017 a 21:37 #

        felice che questo racconto ti resti dentro 🙂

  20. Miriam Sol 8 novembre 2017 a 22:39 #

    Me la ricordo bene, eppure anche se ne conoscevo lo svolgimento, l’ho letto con tensione, trepidazione. Ogni donna contiene tutte le donne che è stata, tutte le differenti età.
    Ciao, ml, era un po’ che non venivo a trovarti o meglio a leggerti …

    • massimolegnani 9 novembre 2017 a 00:27 #

      cara Miriam, non ci crederai, ma mi emoziono anch’io quando mi capita di rileggerlo e allora mi prende una smania di cercare di renderlo più bello, ci lavoro sopra per giorni e magari alla fine ho cambiato solo un aggettivo 🙂
      un abbraccio sincero
      ml

  21. Miriam Sol 8 novembre 2017 a 22:40 #

    e tutte le volte mi lasci qualcosa 🙂

  22. Julian Vlad 9 novembre 2017 a 19:54 #

    Irreale come una favola eppure incalzante, irresistibile. Parrebbe quasi un delicato omaggio di Garcia Marquez ad una delle sue tante donne, immaginarie eppur vitali come poche altre.

    • massimolegnani 9 novembre 2017 a 21:35 #

      E’un racconto a cui tengo molto, quindi mi fa particolarmente piacere il tuo richiamo a Marquez.
      Grazie Julian
      ml

  23. Irene (la Gnoma) 2 aprile 2020 a 15:29 #

    Davvero particolare! Bel racconto!

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