l’autunno di Marthe Bonivier (r)

3 Mar

margherita calati by alice pascarella

 

 

 

 

In primo piano un’unica foglia dalla perfetta forma stellata e dai colori ancora vivaci, resi lucidi dalla pioggia. È quasi schiacciata sul terreno, come se cadendo dall’albero si fosse schiantata a quel modo contro la pietra bagnata. Intorno, sfocate, poche foglie morte.

La donna, seduta su una panca di marmo al centro della sala, sta osservando la fotografia.

autunno 2

by margherita calati

È lì, immobile, da almeno un’ora.  Ha un aspetto trasandato e un volto sfatto, gonfio in modo innaturale. Qualcosa in lei m’incuriosisce, gli occhi ancora lucenti, forse, o l’intensità con cui fissa l’ingrandimento fotografico. Mi siedo anch’io, al suo fianco, e provo a dire:

È un incanto, questa fotografia.

È un’immagine ingenua, iperbolica. Il giallo e il rosso della foglia sono troppo violenti, inverosimili.

Probabilmente è uno scatto effettuato in una giornata piovosa, appena dopo un acquazzone con il cielo ancora grigio e il sole nascosto che diffonde luminosità e satura i colori.

Ma questo provoca troppa enfasi, come tanti punti esclamativi al fondo di una frase che di per sé sarebbe stata accettabile.

Mi scusi, non riesco a capire: secondo lei è una brutta fotografia, eppure quando sono entrato lei era già seduta qui; ho fatto il giro della mostra e ancora la trovo a fissare quest’immagine. Perché?

È il libro della mia giovinezza. Ero una ragazza esuberante, inquieta.

Non comprendo.

È stato mio zio a dare un senso alla mia irrequietezza. Pensare che gli altri l’avevano soprannominato “L’apostrofo”. L’o-zio, capisce? Credevano non facesse mai niente e invece io sapevo che lui ci seguiva con un’attenzione silenziosa. Seguiva noi nipoti e cercava con un affanno inapparente soluzioni al nostro crescere tumultuoso. Un giorno mi mostrò la sua Nikon.

Ma lei, lei è Marthe Bonivier?- chiedo stupefatto, indicando con un gesto della mano le altre foto appese alle pareti.

Stia zitto!- La donna per la prima volta si guarda intorno, preoccupata che qualcuno possa aver sentito. Una lunga pausa, come a far svaporare la sua identificazione, quindi la ripresa delle parole quasi biascicate con lo sguardo dritto alla parete. – Sembrava annoiato, lo zio, mentre mi spiegava il funzionamento della macchina, ma era la sua tattica per incuriosirmi. Ci cascai in pieno. Per qualche settimana fotografai tutto quello che mi capitava a tiro. Poi tornai da lui, mostrandogli i risultati. Lo zio sorrise, ma scosse la testa. “Hai fatto in fretta ad imparare, ma queste sono solo immagini. Le poteva fare chiunque. Non ritrovo la mia Marthe, qui dentro.” Ero delusa, ma lui mi scompigliò i capelli. “Vai in giardino e cerca un particolare che ti smuova, guardalo e aspetta a scattare che diventi come uno specchio.”

È di quel giorno questa immagine?

L’anziana signora sbuffa e non mi guarda. Sembra seccata dalla mia presenza. Poi, come pressata dal mio silenzio, aggiunge:

Di qualche tempo dopo, quando lui morì. Gli altri in casa a rendergli un omaggio di facciata, elogiandolo da morto e sparlandone da vivo. Io spersa in giardino a cercarlo in qualche dettaglio dell’autunno, il tempo suo. E l’ho trovato in una foglia andata alla deriva. Quasi la calpestavo, nel vialetto pavimentato a porfido, lucida di pioggia.

Questa foglia!- dico trionfante indicando l’ingrandimento davanti a noi.

Marthe Bonivier alza il bastone in un gesto minaccioso che si spegne solo per stanchezza.

Mi lasci in pace. Sono così sfinita e lei così insistente. “Questa foglia”– ripete facendomi il verso-, ma che ne sa lei di questa foglia?

Mi perdoni, non volevo infastidirla. È che mi affascina poterla ascoltare. Lei non ha idea quante volte ho sfogliato le sue opere restandone incantato. Ora che la ho qui, vorrei sapere da lei il mistero che c’è dietro ogni suo scatto.

Un sospiro prolungato che finisce in un sibilo asmatico è l’unico suo commento. Ma la mano nodosa che serrava il bastone sembra rilasciarsi lentamente. Non oso parlare, so che presto lo farà lei.

Avrei dovuto smettere quel giorno, abbandonare la mia arte prima che esplodesse. Col tempo le immagini, più delle parole, ti si ritorcono contro.

Non è soddisfatta di essere diventata famosa?

Finalmente mi guarda. Ed è uno sguardo indulgente, nonostante il rimprovero:

Giovanotto, io sto parlando d’altro. Parlo di queste mie creature– e alza il bastone con imprevisto vigore ad indicare le fotografie a decine appese nelle sale- non le riconosco più. Questa maledetta foglia

Tace la signora Marthe. Non riesce a staccare gli occhi dall’immagine che certo conosce a memoria. Un tremito sottile le agita il mento. Poi rompe il silenzio con una voce più affannata:

Credevo, quel giorno, di aver racchiuso in questa fotografia il senso della morte di mio zio: staccato dal ramo, ma ancora splendido. Perché lui era silenziosamente splendido, radioso, e tale è rimasto a lungo dentro di me. Lo vede questo giallo luminoso al centro della foglia, il rosso infuocato delle punte? Ecco, mi erano sembrati perfetti per dire di lui. Per anni ho creduto che fosse la perfezione, questa foto; la guardavo e non vedevo una foglia, ma lui che ancora irradiava la sua luce.

E adesso cos’è cambiato?

Adesso provo orrore a guardarla. Questa maledetta foglia. È come se fossi davanti a uno specchio in cui non vorrei riflettermi.

Ma, anche se fosse uno specchio, rimanda una bella immagine. L’ha detto lei stessa.

Illusioni di gioventù. Mistificazione dell’arte. Imbroglio che ha retto per anni, finchè non ho detto basta.

Non la seguo, signora.

La verità, che solo ora comprendo, è che quel giorno ho fotografato la mia morte.

Eppure c’è qualcosa di vivo in questa immagine.

Infatti in qualche modo sopravvivo, ma sono morta da un pezzo. Forse sono morta quel giorno, con il mio primo e ultimo entusiasmo. Come questa foglia che non era mai stata tanto bella finchè era attaccata al ramo.

Mi sgomenta l’amarezza della donna. Forse, non sapessi che è stata una grande fotografa, la lascerei ai suoi piagnistei di vecchia. Ma così, ripensando a quanto mi ha dato per anni trasformando semplici oggetti in materia viva, non riesco a restare indifferente al suo travaglio. Provo a sfiorarle una mano e, per smuoverla da quei pensieri, le dico:

Lei doveva essere bellissima.

Oh sì, ero davvero bella e facevo bene il mio mestiere. Ma ho sperperato tutto. Mi guardi- e di nuovo indica la foglia col bastone, anziché se stessa.- Questa foglia che le piace tanto, se la prendesse in mano, sarebbe solo putridume. E se la lasciasse seccare al sole si sbriciolerebbe in un orrendo crepitio. Sono decrepita, ecco l’unica verità che mi ripete senza alcuna pietà questa fotografia.

 

Le tengo una mano tra le mie, è gelida e trema come una lucertola infreddolita.

C’è un lungo silenzio, uno spazio che non ha bisogno di essere riempito. Marthe Bonivier sembra affranta, ma quella mano poco alla volta prende calore, s’acqueta. Ha distolto lo sguardo dall’immagine, da qualche minuto guarda me, con i suoi occhi acquosi eppure ancora così vivaci.

Sospira come avesse preso una decisione sofferta, quindi mi parla in un bisbiglio:

Andiamo via di qui. Mi porti a vedere delle rose vere, che si arrampicano alla luce, non è più tempo di guardarsi allo specchio.

Così la prendo sottobraccio e ci avviamo lentamente verso l’uscita. Incrociamo parecchie persone che stanno entrando per visitare la mostra.

Nessuno riconosce nella vecchia che avanza con fatica al mio fianco la giovane donna che sorride sicura dalle grandi locandine dell’ingresso.

 

37 Risposte a “l’autunno di Marthe Bonivier (r)”

  1. massimolegnani 3 marzo 2018 a 23:48 #

    cedo alla tentazione di riproporre questo racconto che è la “realizzazione” di quanto vagheggiato nel post precedente.
    ml

  2. dimaco 4 marzo 2018 a 00:27 #

    Hai fatto bene.
    Ci sono delle cose che facciamo, e che ci lasciamo dietro, che poi ci inseguono per tutta la vita. Il difficile comincia quando riescono a raggiungerci.

    • massimolegnani 4 marzo 2018 a 00:33 #

      credo che la scrittura serva anche a questo, costruire scenari verosimili, irrealizzabili nella realtà, a cui credere finchè resti nella bolla delle parole.
      ml

  3. Giuliana 4 marzo 2018 a 07:45 #

    eccezionale! 😃

    • massimolegnani 4 marzo 2018 a 11:49 #

      sì, c’è qualcosa fuori norma in questo mio frenetico rimescolare un futuro che non mi appartiene 🙂
      buona domenica Giuliana
      ml

      • Giuliana 4 marzo 2018 a 13:51 #

        perche’ mai? ognuno di noi vede riflesso il proprio passato nei figli, loro sono il nostro futuro, le nostre aspirazioni mancate, tutto cio’ che non siamo stati 😊

      • massimolegnani 4 marzo 2018 a 14:21 #

        Sì, ma qui sono andato un poco oltre, ribaltando le generazioni e addentrandomi in un futuro che non mi compete 🙂

      • Giuliana 4 marzo 2018 a 15:34 #

        tranquillo … licenza poetica accordata 😉

      • massimolegnani 4 marzo 2018 a 16:54 #

        🙂

  4. Ghiandaia blog 4 marzo 2018 a 07:53 #

    Non avrei avuto l’occasione di leggere questo bellissimo racconto, se non lo avessi ripubblicato. Grazie!
    Hai voglia di dare un’occhiata al mio ultimo semplice e umile scritto
    https://ghiandaiablog.com/2018/02/25/triste-carnevale/

    • massimolegnani 4 marzo 2018 a 11:49 #

      ringrazio te per aver apprezzato e per la segnalazione che mi hai dato.
      un sorriso
      ml

  5. Elle Vit 4 marzo 2018 a 11:27 #

    Oh…

  6. biondograno70 4 marzo 2018 a 14:50 #

    ….. le parole danno vita ad uno scenario completo, la vita, la morte, la vita e di nuovo la morte. Una “contemplazione” che dura e si ripete nel tempo, un’illusione e la sua teoria….

    Porti per mano il lettore costruendo uno spettacolo….

    …. in ognuno c’è un piccolo Matteo e una piccola Carla….
    m.

    • massimolegnani 4 marzo 2018 a 15:21 #

      .un Matteo e una Carla senza età, come qui
      grazie del bel commento
      ml

  7. newwhitebear 4 marzo 2018 a 18:16 #

    in effetti Marthe ha ragione: una foglia staccata da’albero è il simbolo della nostra fine. Appena morti tutti ne parlano bene, anche se in vita non era così, ma poi l’oblio del tempo copre ogni cosa.
    Bello questo nuovo racconto.

    • massimolegnani 4 marzo 2018 a 19:52 #

      Si’, una morte magari fiammeggiante ma sempre della fine si tratta.
      Contento ti sia piaciuto
      Buona serata, GianPaolo
      ml

  8. Aria Mich 5 marzo 2018 a 02:26 #

    La potenza dei ricordi, per di più, di ricordi “morti”, vista la foglia ormai tale!
    Mi ha fatto sorridere il gioco di parole “lo zio” che diventava “l’ozio”, mi ha fatto pensare ad una persona.

    • massimolegnani 5 marzo 2018 a 10:57 #

      e qui tutto è complicato dal fatto che è una costruzione di ricordi futuri, inesistenti e reali, impossibili e verosimili.
      ed oltretutto, per esigenze di “copione”, mi sono trasformato nell’o-zio di mia figlia 🙂
      il tutto attorno a una foglia che è vita e morte.
      ciao, Aria
      mi hanno fatto piacere le tue parole
      ml

      • Aria Mich 5 marzo 2018 a 15:13 #

        “Esigenze di copione” 😀
        Ciao ciao, Massimo 🌸

      • massimolegnani 5 marzo 2018 a 15:43 #

        eheh, mi fingo grande teatrante quando invece frequento solo un laboratorio di teatro 🙂

      • Aria Mich 5 marzo 2018 a 16:18 #

        Uuuh, un laboratorio di teatro non è poco 😆

      • massimolegnani 5 marzo 2018 a 17:07 #

        🙂

  9. cuoreruotante 6 marzo 2018 a 11:49 #

    Prendersi cura, di chi conosciamo, ma, soprattutto, di chi ci accorgiamo che si è perso. Ho letto un bellissimo racconto. Grazie…

    • massimolegnani 6 marzo 2018 a 12:16 #

      sono io a ringraziare te, perche è un brano a cui tengo molto per i pensieri sotterranei che lo hanno alimentato.
      un caro saluto
      ml

  10. Pendolante 6 marzo 2018 a 12:49 #

    grazie per questo racconto

    • massimolegnani 6 marzo 2018 a 13:23 #

      anche se apparentemente si parla di un’anziana artista straniera (belga?) e di un suo giovane fan, questo racconto mi è molto “vicino”
      quindi grazie a te che sei venuta qui 🙂
      ml

  11. elettasenso 7 marzo 2018 a 08:53 #

    Interessante racconto circolare il cui tema pare essere l’impermanenza: tutto scorre. Nasce si sviluppa muore e forse rinasce. La fotografia in effetti è un tentativo di catturare l’attimo, l’istante, per una vita che dura e permane come una farfalla infilzata da uno spillo in una teca.
    Comunque molto bella l’immagine. Anch’io amo fotografare.
    Eletta

    • massimolegnani 7 marzo 2018 a 11:52 #

      sì, un disegno circolare, a confondere l’inizio con la fine.
      contento ti piacciano le foto, non mie, e le parole mie 🙂
      ti abbraccio, Eletta
      ml

  12. Donatella Calati 7 marzo 2018 a 18:07 #

    bentornata signora Bonivier! ma non mi ero dimenticata di lei, come avrei potuto

    • massimolegnani 7 marzo 2018 a 18:30 #

      ne ero certo 🙂
      e per noi che sappiamo, la signora Bonivier è di famiglia
      ti abbraccio
      io

  13. Patrizia Caffiero 8 marzo 2018 a 00:26 #

    Mi affascina la metafora dello specchio. si può applicare alla scrittura. questo aspettare secoli prima che un dettaglio catturi una storia, come l’amo il pesce, e se la tiri dietro.

    • massimolegnani 8 marzo 2018 a 01:31 #

      indubbiamente
      d’altronde la scrittura spesso è una fotografia a inchiostro
      (e aspettare altri secoli per comprendere appieno il significato nascosto di quanto abbiamo scritto)
      un abbraccio, Patrizia
      ml

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