questa specie d’amore

18 Apr

by d.calati

 

 

 

Non so se esiste ancora nel sughereto dei Mannoi, tra Orune e Bitti, il cumulo di pietre sotto il quale avevano seppellito Cosimo Sanna. A quel tempo gli uomini erano sbrigativi, una fossa, pochi sassi e due rami a far da croce, specie se si trattava di un servo-pastore morto suicida. Di riportarlo in paese per un vero funerale neanche a parlarne.

Aveva appena una ventina d’anni quando morì, ma vent’anni sono tanti se si è cominciato a lavorare da bambini, e lui a cinque spazzava la cucina dei padroni, a sette conduceva gli animali seguendo un servo anziano, dai dieci andava solo; a vent’anni, allora, si ha già tutta una vita alle spalle, orrenda per lo più, e poche prospettive avanti a sè, se non lavoro duro e precoce invecchiamento.

Cosimo però non si uccise per la disperazione di una vita peggiore di un ergastolo, morì per una specie d’amore finito male.

L’aveva vista nascere, le aveva scelto il nome, Betta, l’aveva portata a lungo in braccio e sulle spalle, le si era affezionato a poco a poco.

Da allora non l’aveva più lasciata.

A un occhio poco esperto Betta non aveva nulla di speciale, ma se aveste chiesto a Cosimo vi avrebbe detto della morbidezza della lana accarezzandola sul dorso, e del modo tutto suo di brucare l’erba, un piluccare schizzinoso quasi da gran dama, vi avrebbe parlato della sua salute delicata che richiedeva attenzioni e cure. Questo all’inizio, quando ancora credeva di contenere il sentimento nei limiti del giusto amore del pastore per la pecora più debole. Ma se la stessa domanda gliel’aveste posta qualche anno più tardi, probabilmente la sua risposta sarebbe stata più laconica. Le altre sono pecore, avrebbe detto guardandovi stupito che non coglieste anche voi la differenza.

Poche però in realtà le occasioni per fare domande a Cosimo, quasi tutto l’anno su e giù tra la Barbagia e la Gallura dietro al gregge alla ricerca dei pascoli più teneri o d’inverno al riparo dell’ovile in una valletta stretta, a spartire il buio e il freddo con le bestie. In paese ci tornava per Natale e a fine estate, per la tosatura. In nessun caso però aveva voglia di parlare coi cristiani. Se ne stava in disparte nel cortile dei padroni o addirittura si rintanava nell’ovile pur di non stare tra la gente. Ci dobbiamo quindi accontentare del poco che sappiamo e il resto indovinare.

E il poco che so io è il ricordo di un ceffone.

 

Mio nonno, uomo mite, aveva ritenuto che fossi sufficientemente cresciuto per conoscere la vicenda di quel servo-pastore vissuto e morto poco tempo addietro. Incominciò a raccontare, così come ho iniziato io con voi, ma ai primi accenni scabrosi io non avevo trattenuto uno sghignazzo. Lo schiaffo, l’unico che mai mi diede, fu fulmineo e interruppe in modo irrevocabile il suo racconto. Ricordo l’ira nei suoi occhi e le parole che scandì: Non ti permettere! Nessuno deve ridere di Cosimo. Non ero un bambino, avevo un’età in cui gli schiaffi lasciano un segno a fuoco non tanto sulla pelle quanto nell’anima, un po’ ferita dell’orgoglio un po’ memoria impressa a forza. Di certo non mi sarei più dimenticato di Cosimo Sanna. Anzi da quel giorno mi prese una smania di sapere e se possibile comprendere quell’amore e quella morte. Inutile chiedere ancora a mio nonno, sardo cocciuto, mi dovetti arrangiare da solo. Così ogni volta che ritornavo all’isola, mi spingevo nei paesi più nascosti dell’interno a interrogare i vecchi e visitare i luoghi aspri di una Barbagia che poco era cambiata nel frattempo. A poco a poco, setacciando i ricordi altrui, scremando le dicerie dalle memorie e immedesimandomi in lui, mi feci un’idea plausibile di quanto era successo.

Era stata una spirale lenta a trascinare Cosimo sempre più in basso, i passaggi quasi obbligati di tante storie che sentiamo, l’affetto, la passione, il sesso, la gelosia sempre più cieca.

Non vi fu un giorno preciso in cui le attenzioni per Betta superarono il lecito, le cose seguirono un loro corso che non ho difficoltà a definire naturale. Cosimo aveva preso l’abitudine di dormire con lei per proteggerla dai piccoli dispetti delle pecore più forti e dai primi richiami del montone. Si scambiavano tepore e sonno e forse qualche sogno, lui le parlava a lungo prima di addormentarsi, discorsi ingenui, le diceva le piccole meraviglie che vedeva intorno e s’inventava anche parole ardite, più affettuose. Era sicuro che lei lo ascoltasse attenta prima di scivolare nel sonno. Cosimo allora la vegliava ancora qualche tempo, cullandosi poi al suo respiro regolare. Era felice.

Non so quale fu la notte in cui non gli bastò più quel contatto casto, penso ci fossero le stelle a stordirlo e forse un’insistente tramontana che li faceva più vicini. O forse accadde in pieno giorno, magari appena dopo la mungitura; lasciava sempre Betta per ultima, che le mammelle fossero più gonfie e avesse tempo lui di spremerle con lentezza e gesti morbidi. Mi sembra di sentire il belato prolungato della Betta, tra partecipe e stupita, le parole bisbigliate e le carezze sue sul muso e il sottopancia a tranquillizzarla. Può darsi che quella prima volta ci sia stata una certa violenza, ma questa probabilmente non risultò sgradita a Betta, che presto si adattò di buon grado a quell’amore rude. Belava forte quando lui la prendeva, e lo accoglieva piegandosi sulle zampe anteriori e scrollando le lunghe orecchie. Cosimo giurava che poi lei gli sorrideva.

Chi non sorrideva di sicuro era il montone, che, come spesso accade, si sentiva attratto da quell’unica pecora che gli veniva proibita. Ogni occasione era buona per starle appresso e strusciarsi contro, soprattutto durante gli spostamenti da un pascolo all’altro, quando non c’erano steccati a separarli. Allora il pastorello furibondo gli urlava dietro tirandogli dei sassi e gli aizzava contro il cane che andava a mordergli i garretti. Il montone resisteva al dolore finchè i morsi non si facevano insopportabili, pur di stare vicino alla pecora più ambita. E questo suo coraggio andava commovendo Betta. Fu l’inizio di una tragedia che si trascinò a lungo, Cosimo sempre più roso dalla gelosia, Betta combattuta tra due amori così diversi tra loro. Se di notte l’uomo riusciva ancora a farla sua e a illudersi che nulla fosse cambiato nel cuore di Betta, di giorno era una tortura assistere ai tentativi sempre più sfacciati del suo rivale e non era facile fingere di non vedere gli sguardi languidi che lei gli lanciava.

Il tracollo avvenne una sera di primavera. Betta si divincolò dal suo abbraccio e trotterellò decisa verso il recinto del montone. Questa volta aveva fatto la sua scelta, in un modo che non lasciava dubbi. Attraverso le maglie della rete gli leccava il muso e gli belava con un suono quasi stridulo che Cosimo non le aveva mai sentito, era lei che sollecitava il maschio, ma non era lui quel maschio. Cosimo annichilito rimase ad osservare Betta che con il muso e le zampe tentava di abbattere la barriera che la separava dal compagno. In un gesto autodistruttivo tolse lui stesso la rete, voleva assistere fino in fondo alla propria sconfitta. L’accoppiamento fu aspro, devastante, un’affermazione di possesso del maschio e una sottomissione totale e consapevole di Betta al nuovo amore.

Agli ultimi bagliori del falò Cosimo, seduto in ombra, non riusciva ancora a staccare gli occhi dalla coppia che ora giaceva addormentata, i corpi acciambellati uno nell’altro.

Senza Betta non gli restava nulla.

Alzò una prima volta lo sguardo verso i rami delle querce già cercando il più robusto. Non aveva paura e nemmeno fretta.

Passò le ultime ore a rivedere la propria breve felicità e a guardare in faccia lo smarrimento del futuro.

All’alba sciolse il cane e liberò le pecore, urlando loro dietro perché si allontanassero, non so se per pudore o se per dare loro la libertà. Quando rimase solo si arrampicò su un albero con il collo già nel cappio. Fissò la corda a un ramo e senza pentimenti si lasciò volare giù.

Aveva ragione mio nonno, nessuno deve ridere di Cosimo.

Pietà per lui.

 

40 Risposte a “questa specie d’amore”

  1. Sara Provasi 18 aprile 2018 a 08:55 #

    Poverino 😦
    L’hai raccontato molto bene, che storia triste 😦

    • massimolegnani 18 aprile 2018 a 13:58 #

      ti ringrazio.
      è una storia inventata ma è verosimile per quello che era la Sardegna dell’interno fino a una cinquantina di anni fa
      ciao Sara
      ml

      • Sara Provasi 18 aprile 2018 a 14:20 #

        Wow, sembrava vera :O
        Complimenti davvero, ancora di più!
        Ho sempre visto la scrittura che inventa come un ambito difficilissimo dello scrivere, a parte qualche cosa divertente non sono proprio capace di inventare… l’hai resa davvero alla perfezione!!

      • massimolegnani 18 aprile 2018 a 14:29 #

        credo che quando si inventa occorra essere verosimili, non per spacciare finte verità ma per dare più forza alle proprie parole.
        ti ringrazio tanto 🙂

      • Sara Provasi 18 aprile 2018 a 14:30 #

        Eh, infatti non è mica facile riuscirci!! ^_^
        Grazie a te 🙂

      • massimolegnani 18 aprile 2018 a 14:32 #

        🙂

  2. pikaciccio 18 aprile 2018 a 09:10 #

    lascia l’amaroo in bocca ….. ma Cosimo poi non si è più innamorato ??

    • massimolegnani 18 aprile 2018 a 14:00 #

      quello di Cosimo fu un amore travolgente e tragico che prevedeva repliche
      ciao Pika 🙂
      ml

  3. Pendolante 18 aprile 2018 a 10:09 #

    Struggente, bellissima storia. L’hai raccontata meravigliosamente

    • massimolegnani 18 aprile 2018 a 14:03 #

      Grazie Katia.
      ci tenevo che questa storia (di fantasia) venisse letta nella chiave giusta,con partecipe rispetto
      un abbraccio
      ml

      • Pendolante 18 aprile 2018 a 16:42 #

        Non può essere altrimenti

      • massimolegnani 18 aprile 2018 a 17:44 #

        Beh, c’era il rischio per chi legge di buttarla nel luogo comune e nell’ammicco, ma qui per fortuna ci sono solo sensibili lettori di razza, e tu ne sei un esempio.
        Quindi grazie davvero

  4. tramedipensieri 18 aprile 2018 a 10:26 #

    C’è un pezzo di “Padre Padrone”, ma qui è sviluppato meglio; la fragilità umana in tutta la sua solitudine.
    Delicatissimo il tuo scrivere…

    ciao
    .marta

    • massimolegnani 18 aprile 2018 a 14:05 #

      “Padre, padrone” è stato uno degli stimoli a ideare questo racconto, assieme a certi discorsi “nostalgici” da parte di notabili di paese sui servi pastori che erano visti come oggetti di proprietà.
      grazie .marta per le belle parole
      ml

      • gelsobianco 20 aprile 2018 a 23:52 #

        Anche io ho ricordato “Padre, padrone”.
        La tua vivissima delicatezza, ml…
        gb

      • massimolegnani 20 aprile 2018 a 23:57 #

        la delicatezza è anche in chi legge 🙂

  5. PindaricaMente 18 aprile 2018 a 11:01 #

    Il tuo racconto mi ha ricordato tantissimo un libro di Camilleri letto anni fa, intitolato “Il Sonaglio”.
    “L’adolescente Giurlà approda in una prateria. Si immerge e galleggia nell’erba, o nelle acque sciapide di un lago, ora. Sente l’allarme dei sensi. E cerca calore nel pelliccione di una capra, tra una musata e una sgroppata. La capra, Beba, è solitaria: ostinata e fedele; oltre che di permalosa gelosia. Sa battere gli zoccoli, al momento opportuno, e imporsi, dopo i lagni di un belare querulo e dolente. Beba è ferina e misteriosamente umana. Sa amare e farsi amare. Giurlà è un amante che non sopporta la distanza; e neppure l’attesa…”
    Se ti capita leggilo, troverai numerose assonanze con il tuo Cosimo! 🙂

    • massimolegnani 18 aprile 2018 a 14:11 #

      ecco, mi fa piacere il tuo richiamo a Camilleri. avevo letto il sonaglio e credevo di averlo dimenticato, ma evidentemente non è stato così 🙂
      devo però dire che almeno a livello conscio le radici di questo racconto sono nella terra sarda (io stesso sono sardo di origine) nella sua mentalità chiusa di mezzo secolo fa e nella figura solitaria e arcaica del servo-pastore.
      un abbraccio Pindara
      ml

  6. alemarcotti 18 aprile 2018 a 11:41 #

    Una storia sa brividi sulla pelle. Bellissima e mi ha emozionata parecchio

  7. lepastelbleu 18 aprile 2018 a 17:03 #

    la solitudine…noi umani siamo animali da branco, nel bene e nel male. Betta è simpaticissima e a suo modo una femmina determinata…temevo nel “delitto d’onore” invece Cosimo è stato un vero signore.

    • massimolegnani 18 aprile 2018 a 17:47 #

      mi piace molto la tua lettura, Betta riconosciuta femmina senza umanizzarla e Cosimo considerato corretto nonostante il peccato originale di questo amore
      Grazie Margot
      ml

  8. newwhitebear 18 aprile 2018 a 20:54 #

    una storia di un amore impossibile quello del pastore e di una pecora che aveva preso il posto di una donna.
    Descritto magistralmente riesce a trasmettere al lettore pietà e consapevolezza che la vita solitaria del pastore subisce.

    • massimolegnani 19 aprile 2018 a 00:22 #

      sì, ed è ancora più solitaria la sua vita perchè questi pastori si chiamavano servi mica per niente, erano poco più che schiavi, l’ultimo gradino sociale.
      e pensa che la figura del servo-pastore è stata abolita per legge solamente attorno agli 60-70 del novecento.
      ciao, GianPaolo, ti sono riconoscente per questa condivisione
      ml

      • newwhitebear 19 aprile 2018 a 17:41 #

        Ricordo che era una sorta di schiavitù la loro. Bello il testo e come l’hai trattato.

      • massimolegnani 19 aprile 2018 a 20:51 #

        grazie ancora per l’apprezzamento
        ciao, GianPaolo
        ml

      • newwhitebear 19 aprile 2018 a 21:15 #

        ciao

      • massimolegnani 19 aprile 2018 a 21:29 #

        🙂

  9. lamelasbacata 18 aprile 2018 a 22:05 #

    Si esce da questa storia con un ultimo sguardo di tenerezza e nessuna voglia di ridere.
    Che bravo sei stato.

    • massimolegnani 19 aprile 2018 a 00:27 #

      nessuna voglia di ridere e nessuna voglia di giudicare, solo uno sguardo tenero a Cosimo
      mi fai felice con le tue parole di comprensione
      un abbraccio di buona notte, amica mia
      ml

  10. Sabina_K 19 aprile 2018 a 16:41 #

    C’è un libro di Hesse, (uno dei suoi titoli meno conosciuti: “Gertrud”) dove l’autore riflette sul suicidio con considerazioni originali, sganciate da riflessioni morali di qualsivoglia natura.
    Hesse stabilisce un nesso diretto tra l’evento suicidio e la giovinezza: è questo un periodo della vita in cui l’atto del suicidio viene compiuto con una specie di facile “smemoratezza” dei legami esistenti e un senso di “proprietà assoluta” della propria esistenza, tipico dei più giovani; all’opposto, man mano che si va avanti, il senso di responsabilità e i legami di affetto assumono un potere deterrente rispetto all’impulso suicida.
    Ovvio che la riflessione di Hesse va presa come riflessione a freddo, ché ogni storia è cosa a sé, a maggior ragione nel caso di un finale drammatico.
    In ogni caso, quella di Hesse è una riflessione destinata a rimanere attuale, sempre.

    • massimolegnani 19 aprile 2018 a 20:50 #

      sicuramente c’è del vero e dell’attuale nelle riflessioni di Hesse. Personalmente ritengo più responsabile la drasticità di giudizio dei giovani che non la loro “smemoratezza” nella genesi del suicidio. Cosimo per esempio non concepisce altri amori possibili dopo Betta e quindi nessuna ragione per continuare a vivere.
      buona serata, Sabina
      ml

  11. Maria 20 aprile 2018 a 13:33 #

    Davvero sembrava vera…

    • massimolegnani 20 aprile 2018 a 13:51 #

      io credo che in qualche modo sia vera.
      sono convinto che in un angolo buio di sardegna, in un tempo più buio di questo, ci sia stato un Cosimo infelice per il quale l’amore per la pecora era stato l’unica cosa bella della sua vita.
      ml

  12. gelsobianco 20 aprile 2018 a 23:50 #

    Un’emozione così particolare è in me dopo aver letto questo tuo racconto davvero notevole.
    Cosimo è esistito davvero e tu lo hai mostrato mirabilmente.

    Complimenti, ml.

    Bellissima l’immagine di d. calati.
    🙂
    gb

    • massimolegnani 20 aprile 2018 a 23:56 #

      Cosimo lo abbiamo fatto vivere noi, io scrivendone, tu leggendolo con sensibilità, come vero.
      grazie gb per la tua lettura e le tue parole
      un abbraccio
      ml

  13. Miriam Sol 16 Maggio 2018 a 22:05 #

    Me lo ricordo qs tuo racconto e mi vengono in mente le parole di una splendida canzone di De André ( e massimo Bubola), la Canzone del servo pastore “L’amore delle case, l’amore biancovestito, io non l’ho mai saputo e non l’ho mai tradito”

    • massimolegnani 16 Maggio 2018 a 23:14 #

      bellissima la canzone di De Andrè
      Lo sai, Miriam, ci sono racconti che non resisto dal riproporre alla lettura
      🙂

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