la vera umanità

30 Lug

by c.calati

 

 

Ho bisogno di parlarvi, perché devo trovare qualcuno che comprenda. E io stesso devo capire quale sia la vera umanità… 

Pioggia torrenziale l’altra notte. Attraversando il ponte sulla Dora, per un istante i miei fari illuminano un’ombra in bilico al di là della spalletta. Inchiodo l’auto, salto giù e corro indietro urlando. Due occhi allucinati si voltano e mi scrutano muti, in procinto di spiccare il volo. Non so come, riesco ad agguantare la figura resa viscida dalla pioggia. Una lotta furiosa, fatti i cazzi tuoi, mi grida, lasciami andare, e tenta di divincolarsi graffiando e mordendo. Sono molto più forte di lei ed alla fine riesco a ribaltarla al di qua del muretto. Sì, è una donna, una donna rabbiosa e disperata. Con le ultime energie cerca ancora di prendermi a calci, mi maledice, alla fine si affloscia tra le mie braccia priva di sensi. E’ incredibilmente leggera, il peso di una bambina, mentre la porto verso la mia auto. La stendo sul sedile e torno indietro a cercare se avesse lasciato qualcosa. Trovo una borsetta con dentro una lettera, i documenti e un mazzo di chiavi.
Ho appena salvato una vita umana, è un turbinio di emozioni, senso di onnipotenza, incertezza sul da farsi! Non so bene come comportarmi, ma sono euforico. Leggo l’indirizzo sulla carta d’identità, non è distante, così decido di riportarla a casa, forse qualcuno la sta aspettando, forse riesco a rimettere a posto le cose senza che si debba per forza ufficializzare l’accaduto. Cristina Donadoni, così si chiama, è ancora svenuta e la sento tremare, forse delirare.
Ho suonato a lungo alla porta senza ricevere risposta, allora cerco le chiavi nella borsetta e apro con quelle. Accendo una luce, entro con lei in braccio e la stendo su un divano. Finalmente la guardo, ha un volto scarno, di un colore orrendo tra il grigio e il giallastro, eppure un tempo, non so quando, doveva essere stata una bella ragazza. Ora è una donna senza più un’età. Le sfilo i vestiti zuppi d’acqua, il corpo è scavato, come fosse stato risucchiato via, dall’interno. Sulle braccia i segni di mille aghi.
Una tossica! Mai sopportato i tossici.
L’avvolgo in una coperta e decido di andarmene, la mia parte ormai l’ho fatta. Non ho intenzione di saperne di più o di tentare un’impossibile redenzione, non ho la stoffa del missionario.
Riapre gli occhi appena prima che abbia guadagnato l’uscio. Perchè l’hai fatto?, è lei che m’interroga!
– Guarda che dovrei essere io a chiedertelo.
– Adesso chissà quanto tempo passerà, quanto ancora dovrò soffrire, prima di trovare la forza per riprovarci. È faticoso, sai, uccidersi. Non te lo perdonerò mai. Per che cosa, poi?
– Cazzo! Non che mi aspettassi riconoscenza, ma trattarmi come fossi il tuo assassino! La prossima volta fatti un’overdose delle tue schifezze anzichè buttarti da un ponte, così non rischierò di salvarti.
– Non mi hai salvato. E non sono schifezze, è morfina.
– Morfina? E non è una droga?
– No! È l’unico modo per avere una tregua.
– Chiamala come vuoi, per me è sempre una fuga dalla realtà. Poi alla realtà ci devi tornare allora ecco che non trovi di meglio che buttarti da un ponte.

Mi dà sui nervi quella mentalità da struzzi e ancor più mi irrita questa tossica che ha buttato via la vita ben prima di tentare il suicidio.
Cristina mi guarda senza più rabbia, solo desolazione.
– Tu sai che cos’è il dolore fisico? Il dolore bastardo, il tarlo schifoso che ti corrode il corpo e ti annienta la mente, tu lo conosci il DOLORE?

Ha scandito l’ultima parola senza urlare ma con la ferocia di una scudisciata. E poi ha taciuto.

Di colpo capisco. Sento nascermi dentro lo sgomento e con lo sgomento si sgretolano le certezze, non so più dove è il bene e dove il male. E si scolorano le etichette con cui ho sempre classificato senza tentennamenti episodi e persone.
Cristina cambia fisionomia sotto i miei occhi, non è più la tossica strafatta ma una malata terminale.
Da quel momento tutto si confonde.
Ammutolisco mentre lei riprende a parlare. Parla di metastasi e di aspettative spezzate, di cure palliative, è un eufemismo che i medici usano per dirti che sei spacciata, e di solitudine nel dolore, ti si appiccica addosso come colla e non c’è affetto che te lo possa togliere. E mentre parla con fatica, lo vedo il dolore che le mozza le parole e le sale fino agli occhi.
Sono smarrito, non so che fare.
Le prendo la mano ossuta, me la porto alle labbra. Improvvisamente vorrei regalarle amore, vorrei rimediare. Non provo orrore per quel corpo in sfacelo, vorrei farle l’amore dolce per ricongiungerla alla vita. Lei mi passa dita faticose tra la barba e scuote la testa con un sorriso mesto, come avesse letto i miei pensieri.
E riprende a parlare con sempre maggior difficoltà, mi racconta spezzoni di vita senza cronologia né un orientamento che mi possa aiutare a ricomporre il suo mosaico. Ogni tanto mi chiede la morfina che poi si inietta da sola e allora i suoi discorsi diventano allucinati. Ha chiesto a Dio l’autorizzazione scritta a partire ma manca un timbro, non può partire senza quel timbro. E mi chiama coi nomi più bizzarri, forse di animali o di bambini, e mi chiama anche amore e io le rispondo, le rispondo sempre, sono qua, le dico, ma lei forse non capisce e cambia nome e grida piano e io le rispondo ancora, ma so balbettare solo sono qua, lo ripeto di continuo, perché in qualche modo devo rimediare.
Passiamo ore in un’altalena macabra di delirio e lucidità. Ogni volta, quando lentamente riacquista piena coscienza, assieme alla coscienza le torna il dolore. Lei non lo dice, ma ho imparato in fretta a riconoscerlo, il suo dolore. Lo vedo affiorare dal profondo in zone del corpo sempre diverse e lì formare tante piccole rughe e cambiare il colore alla pelle. E io guardo impotente questi dolori rossi che sbocciano come papaveri in una giornata calda di giugno. E vorrei falciare il suo campo di papaveri immondi e farle crescere il grano, perchè devo rimediare.
È mattino, abbiamo attraversato la notte parlando e soffrendo insieme. La guardo, finalmente ha un volto disteso, quasi sereno.
Un’ora fa mi ha detto mi fido di te, Massimo, so che non mi deluderai.

Ho masticato quelle parole per un’ora, come una foglia di coca che piano piano mi stordisce e mi rafforza.
È meglio che prima tu mi dia la morfina, non sono coraggiosa, ha aggiunto pochi minuti fa.
Abbiamo aspettato che facesse effetto tenendoci per mano, poi, quando lei è entrata in quel sonno strano, le ho messo un cuscino sulla faccia.

Non si è quasi dibattuta, come un pesce ormai spossato sul fondo della barca.
La guardo, ha impressa in volto un’espressione serena, come una liberazione.

Dovevo rimediare, mi capite, vero?

96 Risposte a “la vera umanità”

  1. dimaco 31 luglio 2018 a 00:29 #

    Forse solo tu, che sei dottore, puoi alzare quel velo pietoso e raccontarci quello che c’è sotto senza mentire.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 00:42 #

      credo che ognuno, di fronte a una vicenda del genere, debba darsi delle risposte senza giudicare.
      ciao dimaco, grazie del passaggio
      ml

  2. paginadiester 31 luglio 2018 a 00:31 #

    Tema arduo anche per una penna come la tua…
    “E’ incredibilmente leggera, il peso di una bambina…”
    A quel punto ho immaginato il seguito svelato meglio dai segni di mille aghi. Giustamente volevi portare lentamente il lettore nella giusta direzione. E’ facile fare di tutta un’erba un fascio.
    Ho visto anch’io braccia, gambe così, reparto di nefrologia… per mio marito il calvario è stato breve. Il suo fisico ha ceduto, prima che ce ne rendessimo conto. Tutta un’altra storia, lo so, ma è terribile sentirsi impotenti davanti a mali così devastanti.
    Non preoccuparti, ho letto volentieri, nonostante il ricordo ancora vivo.
    Non sapevo che anche una malattia renale potesse essere altrettanto subdola e cattiva quanto il cancro.
    Coraggioso intervento riparatore quello del protagonista: nessuno può giudicare il gesto: esula da ogni regola.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 00:48 #

      cara Ester mi spiace che con te riapro sempre ferite.
      siamo macchine delicate, il cedimento di qualunque ingranaggio può risultare catastrofico per l’intero organismo.
      nonostante la sofferenza personale sei riuscita a portare a termine la lettura e, nelle ultime parole, a condividerne intimamente il senso
      grazie, un abbraccio
      ml

      • paginadiester 31 luglio 2018 a 08:30 #

        Non preoccuparti, è nella mia indole continuare a scavare. E’ bisogno di capire, di eliminare qualche dubbio, se possibile… va bene così. Troppe cose ci sono sconosciute.. Solo quando ci sei veramente dentro cominci a porti domande. Buona giornata!

      • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:31 #

        Un forte abbraccio, Ester

  3. Giuliana 31 luglio 2018 a 07:10 #

    Ho pianto e ripensato a mia madre, piccola piccola in quel letto d’ospedale, ed io che per 40 giorni accanto a lei pregavo che morisse al più presto

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:25 #

      Ecco, tu porti un altro esempio, il tuo davvero reale quanto doloroso, di come in casi estremi, augurare (o procurare) la morte sia un atto profondomante umano.
      Ti abbraccio
      ml

  4. lamelasbacata 31 luglio 2018 a 08:01 #

    Sì, caro. Capisco.

  5. teti900 31 luglio 2018 a 08:18 #

    teoricamente comprendo, nella pratica (forse) mi sarei fermata al salvataggio e chiesto l’intervento dell’ex 118 (sono un po’ pavida quando si tratta libero arbitrio)… in generale sui temi etici sono ambivalente.
    favorevole all’aborto, ma ho preferito la sterilizzazione per evitarlo, e all’eutanasia, ma non sarei capace di procurarla… un peso troppo grande da portare a prescindere da quello che mi direbbe la mente e cioè di aver agito per il meglio…

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:29 #

      E’ una risposta molto sincera la tua che mette a fuoco le reali difficolta’ a mettere in pratica quelle che sono le convinzioni teoriche
      Grazie Teti
      ml

  6. Ehipenny 31 luglio 2018 a 08:24 #

    Un tema forte, la vita umana a volte è così fragile..

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:31 #

      Si’ e’ fragile, e per fortuna non ha una linea netta che separi il giusto dallo sbagliato.
      Ciao Penny
      ml

  7. alemarcotti 31 luglio 2018 a 08:32 #

    È così bello e struggente che l’ho sentito dentro. Capisco. Cavolo… Senza parole alle otto del mattino.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:33 #

      Magnifico questo tuo restare senza parole e senza risposte
      Grazie Ale
      ml

  8. ogginientedinuovo 31 luglio 2018 a 08:44 #

    Credo che essere medico, veramente intendo – che cura, sia estremamente difficile. Che un medico mantenga l’umanità di capire quando è la morte l’unica cura, è quello che auspico.
    Ti abbraccio, come medico e come essere umano.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:36 #

      Grazie dell’abbraccio che ricambio.
      Forse essere medico mi ha aiutato a pormi delle domande, ma qui la voce narrante vuole essere di una persona qualunque
      Ciao Oggi
      un sorriso
      ml

  9. sguardiepercorsi 31 luglio 2018 a 09:23 #

    Temi che comprendo bene… e tu scrivi sempre con talento e sensibilità…
    Un abbraccio, Massimo

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:38 #

      Grazie Chiara, tu questi temi li vivi quotidianamente
      Abbraccio te
      ml

  10. cisonduecoccodrilli 31 luglio 2018 a 09:42 #

    It was a mercy killing, e tu hai scelto il momento giusto, bravo accabadoro

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:40 #

      In una riga due citazioni che danno calore al tuo intervento
      Grazie coccodrilla
      ml

  11. Fulvio Nolli 31 luglio 2018 a 10:46 #

    Ottimo il testo. Arduo l’argomento. Arduo soprattutto nel nostro presente dove tutto è ricondotto a scelte e a conseguenze individuali. In altri ambiti culturali, dove la morte o l’uccisione del soggetto afflitto da malattia, sofferenza o grave impedimento alla vita sociale, erano visti come una necessità a difesa della comunità stessa, forse, era più facile o meno controverso (e insisto sul forse). Penso a pratiche come il “suicidio altruistico” degli anziani Inuit o allo spartano monte Taigeto. Naturalmente si aprono tutta una serie di altre questioni etiche fondamentali, ma come ho detto il tema è arduo.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:45 #

      Perfetta la tua visione che inserisce il problema nel contesto sociale e giusti i riferimenti ad altri costumi sociali.
      Grazie anche per l’apprezzamento, Fulvio
      ml

  12. Un cielo vispo di stelle 31 luglio 2018 a 11:01 #

    Bravissimo. E’ un tema davvero straziante quello che (anche tu – penso a un recente racconto di Mela) hai deciso di affrontare. Sempre con delicatezza, coinvolgimento, passione. Rispetto. Fai riflettere e non imponi. Non si può. Ognuno vive il proprio rapporto col dolore e con la malattia, con la vita. Libero di dargli un senso e di ribaltarlo, se crede. Non so dire quale sarà, se sarà, il mio. Bisogna esserci.
    Il tuo racconto mi piace molto (non mi deludi mai). Affiora in tutta la sua interezza quel grande senso di umanità, consapevole e “matura”, che ti caratterizza. Lo sguardo di un padre sulla sofferenza di una figlia.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 18:54 #

      Lo scopo del racconto era proprio quello di suscitare delle riflessioni piuttosto che prese di posizioni. Poi c’e’ anche la considerazione a latere che talvolta quando agiamo d’istinto per il bene non facciamo davvero il bene dell’interessato ( ma con questo non voglio certo sostenere che il protagonista non avrebbe dovuto strappare la donna al suicidio!)
      Un abbraccio riconoscente, Paolo
      ml

      • Un cielo vispo di stelle 31 luglio 2018 a 18:57 #

        Questo aspetto trapela chiaramente dal tuo scritto. Quel ribaltamento improvviso di prospettiva sulle cose è, credo, la cosa che colpisce di più.

      • massimolegnani 31 luglio 2018 a 20:27 #

        Mi fa piacere che tu l’abbia colto

  13. cuoreruotante 31 luglio 2018 a 11:15 #

    Rimango sinceramente perplessa… sembra la scena di un film. Proprio perché sei medico, se tutto fosse vero, avresti dovuto chiamare il 118.
    Altrimenti hai commesso un reato.
    Ma siccome è una triste storia romanzata, il finale può starci.

    • Bloom2489 31 luglio 2018 a 11:27 #

      Condivido le stesse perplessità… che non sono assolutamente un giudizio

      • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:04 #

        E’ giusto avere delle perplessità di fronte a questi temi
        Ciao Bianca
        ml

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:02 #

      Condivido le tue considerazioni e ti diro’ che mi ero posto il problema se motivare nella narrazione il non rivolgersi alle strutture adatte, ma poi ho pensato che rompesse il concatenamento degli eventi. In effetti il protagonista sceglie di risolvere da solo, prima per non pubblicizzare il tentato suicidio e poi per “compensare” direttamente la donna, rendergli la morte non potendo la vita.
      Grazie Cuore
      ml

      • cuoreruotante 31 luglio 2018 a 21:06 #

        Grazie a te !

      • massimolegnani 31 luglio 2018 a 22:54 #

        🙂

      • cuoreruotante 31 luglio 2018 a 23:15 #

        Ci sto ancora pensando eh 😬

      • massimolegnani 31 luglio 2018 a 23:42 #

        narcisista come sono, m’inorgoglisce che resti una traccia nei pensieri dopo avermi letto 🙂

      • cuoreruotante 31 luglio 2018 a 23:59 #

        è che scrivi dannatamente bene 😊
        Io sono per il “non è finita finché non è finita” ma confesso che non è così per tutti i giorni

      • massimolegnani 1 agosto 2018 a 00:05 #

        la penso diversamente da te (a volte “è già finita anche quando ufficialmente non è finita”) ma questo non significa che uno di noi due ha ragione e l’altro torto 🙂
        (grazie!)

      • cuoreruotante 1 agosto 2018 a 00:11 #

        Tu mi porti tanti esempi, io ti porto il mio ed è per questo che ci incontriamo dove torto e ragione sono vicinissimi.
        Sempre grazie a te😊

      • massimolegnani 1 agosto 2018 a 00:33 #

        ti sorrido
        buonanotte 🙂

      • cuoreruotante 1 agosto 2018 a 10:31 #

        Buongiorno 😊

      • massimolegnani 1 agosto 2018 a 11:10 #

        A te 🙂

  14. Sabina_K 31 luglio 2018 a 14:56 #

    Io non giudico, né la storia, né, se c’è, quello che dovrebbe essere il suo senso/fine/morale (parola grossa e grossolana in questo contesto), preferisco far ricadere tutto nell’ambito accogliente della parola umanità del titolo.
    Perché in certe situazioni non ci sono ideologie prevalenti, non ci sono morali più giuste di altre, non ci sono opzioni sigillate e valide per chiunque: l’unico tesoro da preservare fino all’ultimo è la dignità di ciascuno, intesa per come ognuno di noi la sente e la vive nella particolarità del momento.
    Non ci sono regole da imporre e il tuo racconto lo dimostra, lo dimostra il protagonista, che vediamo passare attraverso sentimenti e sensazioni contraddittorie, fin dall’inizio della storia.
    Alla fine però a prevalere è l’istinto dell’umanità vera, quella che non detta regole intransigenti, inflitte come camicie di forza alla disperazione, ma sa riconoscere, forse è meglio dire intuire, l’originalità di ogni scelta, di ogni vita, di ogni persona.
    Nelle storie bisogna esserci, passarci, nessuno può giudicare con spietata assolutezza.
    Chi passa attraverso storie così drammatiche e ha la fortuna di uscirne, di guarire, non si pone neanche il problema di giudicare gli altri: è felice d’avercela fatta e vive di compassione empatica per chi ancora soffre o sa che non avrà scampo.
    La compassione cui mi riferisco è quella della lingua latina: non è pietà, è partecipazione e, soprattutto, rispetto, umanità vera insomma.

    p.s.: penso che solo i medici, pur “da estranei”, possano capire quanto e come…anche se non tutti ne sono capaci: tu lo sei sicuramente.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:10 #

      Stupendo il tuo intervento, Sabina, e giusto anche il tuo post scriptum con quel “da esterni” che mi trova doppiamente d’accordo: essere medico mi ha aiutato, ma il protagonista e’ “esterno”, una persona qualunque.
      Grazie per le tue parole
      ml

  15. Sabina_K 31 luglio 2018 a 16:04 #

    Avevo scritto un lungo commento, che spero di riuscire a recuperare “mentalmente”, visto che si è polverizzato mentre cercavo di pubblicarlo…

    Io non giudico, non ne ho facoltà, non giudico né la storia, né il suo protagonista, né (se ci sono) finalità/senso/morale (parola grossa, grossolana e maldestra se applicata a questo contesto) della storia del post.
    Io non credo che si possano imporre regole “certe e giuste”, anzi, dico che non ne esistono di applicabili in misura indiscriminata e feroce quando la tragedia di una vita si fa così grande e terrificante, perché in certi casi le regole “certe e giuste” sono solo camicie di forza inflitte alla disperazione.
    Penso che in determinati momenti, situazioni, occorre affidarsi solo a quella che tu hai chiamato “umanità vera”, un insieme di capacità di ascolto, di partecipazione, di empatia, di intuito del sentimento anche, poiché, quando crollano le barriere della logica, non rimane altra risorsa: un po’ come quelli che riescono ad affidarsi alla fede in Dio…ecco, io credo alla divinità dell’umanità.
    Tu ci hai regalato tutti i passaggi d’animo del “soccorritore”, tutte le sue contraddizioni, le sue diffidenze, i pregiudizi, e li hai versati tutti nell’alveo accogliente della parola “umanità”, l’unica possibile in situazioni così.
    Se posso permettermi, vorrei suggerire un possibile sinonimo di questa “umanità vera”, usando “latinamente” la parola compassione, intesa come partecipazione, vicinanza, rispetto dell’unicità di ogni individuo, così come delle sue scelte rispetto alle tragedie più grandi che lo possono colpire. E questa credo sia l’unica unità di misura applicabile in certi casi: il rispetto della dignità di ognuno, per come ciascuno la sente e la vive su sé stesso e per sé stesso.
    Chi ha la fortuna di uscire dalla tragedia, in una parola di guarire e sopravvivere, difficilmente si sentirà di giudicare: attraversando la tragedia si acquisisce un senso concretissimo del proprio limite e della propria relatività, che ti rende incapace per sempre di giudicare con spietatezza e cecità di cuore chi non è ancora fuori dal guado o, peggio, sa di non avere scampo.
    Spesso penso che solo i medici possano essere altrettanto capaci di comprendere, di partecipare, se non altro per la vicinanza quotidiana alla malattia, anche se non tutti i medici ne sono capaci: tu di certo lo sei.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:13 #

      Qui sottolinei anche tutti i passaggi emotivi del soccorritore, dal gesto, al pregiudizio, dalla comprensione alla scelta finale, quindi non cancello questo tuo doppione che doppione non e’ 🙂

  16. Sabina_K 31 luglio 2018 a 16:05 #

    …incredibile!
    ora che ho pubblicato per la seconda volta vedo il mio primo commento!
    che figura!

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:14 #

      Colpa mia, appena rientrato ti ho recuperata dagli spam dov’eri finita, ma poi preso da altro, ti ho lasciato li’ a bagno maria senza avvisarti 🙂

  17. newwhitebear 31 luglio 2018 a 16:11 #

    non credo che tu debba rimediare niente. Hai fatto quello che si dovrebbe fare di fronte a una situazione del genere. Restare in vita solo per soffrire sapendo che lei è dietro la porta non è vivere ma un vegetare aspettando il momento.
    Aiutare una persona senza speranze a morire in modo dignitoso è un atto di grande forza.

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:19 #

      La penso come te, GianPaolo, ma non e’ ancora una scelta cosi’ scontata per tutti
      Grazie, ciao
      ml

  18. rodixidor 31 luglio 2018 a 16:59 #

    Bella provocazione la tua.

  19. yourcenar11 31 luglio 2018 a 17:03 #

    Io spero soltanto di trovare – quando sarà il momento – un umano che non mi faccia soffrire, che non mi faccia arrivare al punto di abbandonarmi da un ponte, al di là di tutto ciò che si scrive in un testamento biologico o si dice confidenzialmente. Leggendo questo tuo post, è proprio il senso di umanità che mi colpisce, dall’inizio (niente 118, per non rendere pubblica la situazione) fino al termine ultimo, quando nemmeno la morfina serve più. Inutile dirti, caro Massimo, che è il dolore invincibile che mi fa più paura, insieme alla perdita dell’autonomia. Quante volte ci penso… ma non ne faccio parola in genere con nessuno. Almeno finché la mia terapia funziona (“fino a tossicità” leggo ogni 14 gg. sul foglio che consegno all’infermiera dell’ambulatorio).
    Amo la tua scrittura, sempre piena di vita e di umanità, senza la paura di affrontare anche il dolore e la morte. Ti sono grata!
    Cristina

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 19:24 #

      Posso abbracciarti? Mi commuove questa tua adesione al racconto, sapendo quanto tu ci passi in mezzo.
      Grazie davvero per le parole sentite
      Ciao Cristina (abbraccio!)
      ml

      • yourcenar11 1 agosto 2018 a 00:08 #

        Il tuo abbraccio è la risposta più bella alla mia riflessione, scritta con tutto il cuore. Ricambio Massimo! E buonanotte
        Cristina 🤗

      • massimolegnani 1 agosto 2018 a 00:11 #

        un sorriso caldo
        buonanotte, Cristina

  20. Valeria Minciullo 31 luglio 2018 a 23:04 #

    Al di là del discorso su cui ci si è dilungati nei commenti (la faccio breve dicendo che, dal mio punto di vista, la morte dovrebbe essere un diritto quando la vita diventa invivibile), ti dico che mi ha colpito anche l’aver affrontato la superficialità con la quale ci lasciamo andare ai giudizi affrettati, agendo di conseguenza. Se la donna non avesse mai rivelato la sua motivazione, lui avrebbe continuato a trattarla con disprezzo.
    Forse ciò che trovo un po’ inverosimile è la rapidità con cui l’uomo entra in empatia totale con la sofferenza della donna, a tal punto da assecondarla nel suo volere.

    Quanto alla scrittura mi è piaciuto tantissimo questo pezzo:
    “Le prendo la mano ossuta, me la porto alle labbra. Improvvisamente vorrei regalarle amore, vorrei rimediare. Non provo orrore per quel corpo in sfacelo, vorrei farle l’amore dolce per ricongiungerla alla vita. Lei mi passa dita faticose tra la barba e scuote la testa con un sorriso mesto, come avesse letto i miei pensieri.”

    • massimolegnani 31 luglio 2018 a 23:40 #

      intanto mi lecco i baffi per la sostanziosa corposità del tuo commento e poi provo a risponderti:
      giusta l’osservazione del cambiamento troppo repentino dello stato d’animo da disprezzo a sintonia. in condizioni normali non accadrebbe, ma qui il protagonista è in uno stato di sovraeccitazione, ha appena salvato una vita umana e da quel momento è un succedersi di rivelazioni a cui reagisci con emotività fino a quel bisogno sempre più impellente di “rimediare”
      mi fa piacere che sottolinei l’aspetto del pregiudizio che era voluto (le cantonate che si prendono a giudicare di fretta le persone)
      e naturalmente mi fa piacere (tanto) l’apprezzamento che esprimi per la scrittura
      ml

  21. Ghiandaia blog 1 agosto 2018 a 10:17 #

    Secondo me, la vera umanità è nel suo comportamento che condivido. 🖤

    • massimolegnani 1 agosto 2018 a 11:14 #

      lo penso anch’io, il protagonista ha un atteggiamento umano non solo nell’atto finale ma da quando tenta di comprendere le motivazioni della donna.
      grazie del tuo intervento, Lucia
      ml

  22. Pendolante 2 agosto 2018 a 09:34 #

    un tema difficile che colpisce allo stomaco. L’umanità di questo racconto fa quasi male. Nessuno dovrebbe essere costretto a gesti simili, né per malattia, né per “rimediare” (che poi nulla ha da rimediare). Dovrebbe essere una scelta serenamente accompagnata da strutture competenti. Scusa la freddezza del ragionamento, ma è una difesa

    • massimolegnani 2 agosto 2018 a 11:05 #

      comprendo la tua difesa 🙂 e condivido, sul piano teorico, le tue riflessioni.
      purtroppo, nella realtà, non è ancora così. E poi qui mi premevano le scelte individuali più delle carenze sociali, uno scenario complesso di responsabilità e decisioni di fronte a cui ciascuno potrebbe trovarsi. Come ho detto altrove non è che io sostenga che il protagonista ha sbagliato a salvare la donna (sono gesti istintivi, altruistici e benedetti), ma indubbiamente il suo intervento non è stato salvifico, di qui il suo bisogno (un po’ estremizzato, ne convengo) di “rimediare”.
      grazie Katia per le tue parole di saggezza
      ml

      • Pendolante 2 agosto 2018 a 14:48 #

        Credo che se ne potrebbe discutere a lungo, ma solo trovandocisi si scoprirebbe come agire. Grazie a te Massimo perchè dai sempre motivo di riflessione

      • massimolegnani 2 agosto 2018 a 15:51 #

        sicuramente, potremmo parlarne e riparlarne, avere posizioni contrapposte o vicine, per poi accorgerci che nel frangente concreto (in cui spero di non trovarmi mai) ci comporteremmo in maniera differente dal teorizzato.
        un sorriso

      • Pendolante 6 agosto 2018 a 11:41 #

        ricambio

  23. Maria 4 agosto 2018 a 16:22 #

    Un racconto che ho sentito sempre più vicino! Nel senso del tempo proprio, ma non solo. Ho percepito la lontananza dei due personaggi, prima estranei, poi sempre più uniti attraverso l’empatia, il dolore, l’amore forse. E poi quelle parole, “pochi minuti fa”, hanno reso vicino anche il tempo… pian piano mi è piombata addosso la vicenda, è così che è stata la sensazione! Non so se mi sono spiegata 😀
    Riguardo il gesto di Massimo, sono sicura che l’ha fatto a fin di bene… anche se non è veramente da tutti.

    • massimolegnani 4 agosto 2018 a 20:39 #

      Non solo ti sei spiegata, ma considero il tuo commento uno dei migliori apparsi sotto questo racconto. Il tuo progressivo avvicinamento empatico alla narrazione a mano a mano che i due protagonisti si avvicinano tra loro, quell’esserti fatta sedurre dal “pochi minuti fa” per percepire una vicinanza anche temporale tra narrato e letto..beh, non potevo chiedere di meglio.
      Un sorriso grato
      ml

      • Maria 4 agosto 2018 a 20:58 #

        Mi fa piacere! 😀 e grazie a te per le emozioni!
        Un sorriso e una buona serata a te 🌸

      • massimolegnani 4 agosto 2018 a 21:13 #

        Ciao M.aria
        🙂

      • Maria 4 agosto 2018 a 21:17 #

        😀

  24. franco battaglia 4 agosto 2018 a 18:17 #

    Storia tostissima.. mi ha richiamato un altro tuo racconto simile con un elettricista.. stavolta l’ho trovato tirato, avrebbe avuto bisogno di più respiro, per far comprendere come si possa passare da salvatore a giustiziere, fino a far coincidere le due missioni.. ma resta il tema di fondo, che ha coinvolto nella realtà, più o meno intensamente, quasi ognuno di noi.. c’è da riflettere, da tirare somme e considerazioni, da rileggersi nei panni di mille reazioni, e di altrettante soluzioni…e poi c’è l’ “a caldo”.
    Ovvero una situazione spiazzante che può ribaltare ogni riflessione frutto di mille pensieri. E questa è un’altra storia…

    • massimolegnani 4 agosto 2018 a 20:50 #

      Giusta la tua osservazione sul respiro troppo breve, avrei forse dovuto dilatare i tempi e la scrittura. Ma volevo che risultasse il cambiamento repentino del protagonista, una vera folgorazione sulla via della salvezza che credeva di aver appena dato.
      L’altro racconto a cui alludi, l’elettricista grigio, aveva anch’esso una tematica “pesante” ma riguardava i trapianti d’organo, lui che lo attendeva, lei che aveva negato l’espianto alla morte del marito.
      Ciao Franco, buona serata
      ml

  25. Stefi 5 agosto 2018 a 19:01 #

    “…la ferocia di una scudisciata” è in questo fermo immagine che trovo il senso condensato di questa vera umanità.

    ps: .avevamo detto che non ci saremmo più stupiti, però stavolta non ci riesco.
    Ho letto la tua “vera umanità” dopo aver pubblicato la mia “Rossa è la scia”. Certo, contesti diversi, personaggi diversi però la tua chiosa è come la mia chiosa….insomma, ml, siamo sintonizzati anche sugli omicidi?

    • massimolegnani 5 agosto 2018 a 19:37 #

      Sembra proprio di sì, è non basta la morte ma anche il concetto di rimedio legato a questa è identico, sebbene in due contesti differenti.
      Straordinario coincidere,
      un abbraccio, Ste’
      ml

  26. marilenamonti 8 agosto 2018 a 12:22 #

    La grande, umana, necessaria pietà che traspare da questo racconto, mi turba e mi emoziona. Grazie.

    • massimolegnani 8 agosto 2018 a 15:34 #

      sono io a ringraziarti per questa lettura sensibile
      Benvenuta 🙂
      ml

  27. Tati 9 agosto 2018 a 10:28 #

    Questa è la delicatezza che ci dovrebbe essere nei dibattiti sui temi più disparati; il tuo scrivere è sempre accogliente ed è una delle cose che più adoro nel passare da qui…
    PS: sai che stamattina, uscendo di casa per andare al lavoro, ho incrociato tre ciclipedi… uno, nella mia testa, eri tu… ma credo sia impossibile che fossi da queste parti 🙂

    • massimolegnani 9 agosto 2018 a 11:28 #

      amo proporre, raccontando, temi che non prevedono giudizi bianchi o neri ma riflessioni appena sussurrate.
      Grazie Tati mi hanno fatto davvero piacere le tue parole
      ml
      PS eheh, non importanza che fossi io, ma che vedendolo abbia pensato a me 🙂

      • Tati 10 agosto 2018 a 10:03 #

        Stavo pensando come trattiamo in modo differente il dolore del corpo rispetto al dolore dell’animo: al primo diamo una dignità mentre il secondo, molto spesso, è trattato quasi come un capriccio. In fondo l’autodistruzione tramite la tossicodipendenza non è altro che l’espressione di un dolore che deve essere in qualche modo soffocato, no?

      • massimolegnani 10 agosto 2018 a 19:06 #

        Se ti riferisci alle tossicodipendenze in genere sono d’accordo, ma se alludi alla morfina autogestita dal paziente, il discorso e’ piu’ complesso e non parlerei di tossicodipendenza ma di dipendenza necessaria da un farmaco efficace

      • Tati 10 agosto 2018 a 22:34 #

        Esatto mi riferisco proprio alle tossicodipendenze, a come facciano sempre ( o quasi) nascere quel fastidio piuttosto che la compassione per il dolore… ( e nemmeno io mi assolvo)

      • massimolegnani 11 agosto 2018 a 00:12 #

        è vero, il nostro sentimento prevalente è il fastidio, non la compassione, forse perchè loro ci fanno vedere il baratro dove anche noi saremmo potuti cadere se la vita fosse stata un po’ diversa

      • Tati 11 agosto 2018 a 02:28 #

        Esattamente. Diventano uno specchio possibile e fa una paura terribile. E la paura rende ” incattiviti”

      • massimolegnani 11 agosto 2018 a 09:33 #

        Si’, poco bello ma siamo cosi’

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