parole&pistole

23 Ott

by web

Se oggi racconto questa mia storia è proprio per ciò che da essa non si può imparare, i contrattempi e i contraccolpi della vita, quell’insieme di eventi assurdi che per comodità chiamiamo la banalità del caso. Puoi solo raccontarla, la sua banalità, per il resto la subisci, con il crescente dubbio che niente sia banale e niente sia casuale, che quel che hai detto caso sia stato il disegno di qualcuno che a suo tempo ti ha manovrato bene a suo favore. 
Nicola è ricomparso nella mia vita questa mattina, dopo oltre vent’anni, così dal nulla. Come abbia fatto a rintracciarmi a Gibilterra non me l’ha voluto dire, ha fatto solo un gesto vago con la mano, come usava un tempo quando noi lo pressavamo di domande e lui non voleva fornire troppi dettagli; noi, dopo quel gesto, non si chiedeva oltre. Non è messo bene Nicola, ha il ventre gonfio e il volto giallo, tanto che finchè non ha parlato non l’ho riconosciuto. Mi si è parato davanti mentre servivo una cliente e mi ha chiamato, ehi, Riccardo, facendomi sobbalzare perchè qui nessuno mi conosce con quel nome, io stesso l’avevo dimenticato.
L’ho guardato, ho sentito la sua voce entrarmi nel cervello e mi è tornato in mente il nome mio, insieme al suo. Ha abbozzato un abbraccio ma io ho fatto un passo indietro. Non ha insistito, ha infilato le mani nelle tasche di una giacca stazzonata e mi ha fissato con un mezzo ghigno: “Ti devo parlare.” “Non qui.”, ho risposto secco. Poi gli ho indicato la Rocca, “Troviamoci lassù tra un’ora. Puoi prendere la funivia, io verrò comunque a piedi.
Mi sono tolto il grembiule da lavoro e l’ho dato a Myrta, dicendole che dovevo andare via per qualche ora. Tu sai, mi ha risposto sistemandomi i capelli troppo lunghi dietro le orecchie. Non fa domande Myrta, Myrta ha la fiducia grande. Non le ho mai raccontato il mio passato, eppure certe volte ho l’impressione che lei legga il mio silenzio come un libro quando siamo insieme a sera.
Il sentiero che sale alla rocca è il mio luogo a Gibilterra, ci vengo spesso e spesso mi fermo a metà strada. Mi sistemo su una roccia e guardo il mare che si sconfina oltre lo stretto e l’Africa così vicina e immensa che ti sembra di toccarla. Qui c’è sempre un vento teso dall’Atlantico che spettina i cespugli di ginestra e mi riordina i pensieri. Allora mi diventa tutto chiaro, quasi sereno, e torno volentieri verso Myrta senza salire fino in vetta.
Anche oggi non ho fretta di arrivare in cima, più o meno immagino che cosa voglia dirmi Nicola, non è questo che mi preme, ma il passato che credevo di avere seppellito. Così salgo lentamente, indugio al panorama, guardo le bertucce che s’inseguono indifferenti al vento, sosto a sentire sotto i piedi le radici che con fatica ho messo tra queste pietre: ho bisogno di sentirmi saldo qui, come i cespugli che il vento scompiglia ma non sradica. Ecco, devo sentirmi radicato, io qui, prima di potermi voltare indietro.
Tra i tavolacci e il vino dello stanzone in fondo al corridoio buio in quella bettola di via della Quadriga noi parlavano della rivoluzione come i nostri coetanei delle ragazze che la davano ed era sempre a qualcun altro. Così, a noi sembrava che fosse nostra la rivoluzione quando ci scontravamo con la polizia, ma poi, sciolto il corteo, lasciati i cubetti sul selciato e sfumati i lacrimogeni, ci accorgevamo che il mondo non era cambiato di una virgola e lei, la nostra amata idea, per quel mattino almeno, non ce l’aveva data. Eppure a sera ci ritrovavamo ancora lì, di nuovo innamorati di quel sogno. Il pugno chiuso, la kefia al collo, facevamo rotolare le parole sopra i tavoli e le guardavamo affascinati. Il cambiamento radicale, la nuova società, l’uomo diverso, l’uguaglianza dei bisogni, la giustizia proletaria, parole poi triturate dalla storia, ma allora ci sembravano coniate e coniugate solo da noi. E non si andava molto oltre le parole, appena qualche scazzottata con i poliziotti, giusto per sentirci veri e poi qualche ora su in questura, le foto segnaletiche, le impronte, le domande, quel corredo di rituali per ottenere la patente di rivoluzionari. Insomma giocavamo credendo di esser seri.
Nicola si era avvicinato una sera al nostro tavolo come per noia e, col tono distaccato di chi sa, s’era messo a discutere con noi. Ci aveva lasciato parlare, sorridendo ironico alle parole grosse e ai progetti ingenui e poi prese a stroncare i nostri discorsi con poche battute ben distribuite.
Il giorno seguente lo trovammo che ci aspettava con un bottiglione da due litri. Ci versò bicchieri su bicchieri fino a vuotarlo per poterci sbalordire con una frase Questa è l’arma di cui avevate bisogno, disse brandendo il bottiglione per il collo.
Sì, da rompere sulla testa di un pulotto, risposi infervorato.
No, da riempire di benzina e dargli fuoco, al tuo pulotto insieme al cingolato.
Così iniziò il nostro catechismo, rapido e terribile. L’età, dieci anni almeno più di noi, l’aspetto, impassibile e imponente, la grinta che metteva nelle parole, fecero di lui il nostro capo carismatico. Nicola ci fece fare il salto dal gioco all’azione, lui lo battezzò “il grande balzo”, scimmiottando Mao, per noi anche quella frase era un’invenzione straordinaria.

Fu un crescendo da stordire, come una bevuta che non si riesce a smettere, dalle molotov alla guerriglia urbana, dalla dinamite sui tralicci alla semiclandestinità. Ad ogni progetto era un seguirlo cecamente, io forse anche più cieco degli altri. Fino alla volta della pistola.

L’aveva messa sul tavolo dicendo Riccardo, tocca a te.

La guardai, nera, lucente, incredibilmente vera. Presi in mano l’arma, la maneggiai con un brivido, già mi vedevo nella lotta in piazza, una battaglia ad armi pari, finalmente, loro armati fino ai denti, io la pistola in pugno a restituire colpo su colpo. Ero entusiasta, lo confesso. Ma Nicola aveva in mente altro: Devi giustiziare Tommasi, quel sindacalista venduto che vuole andare a patti coi padroni e non ci vuole in fabbrica. Occorre un segnale forte per gli altri come lui.
La sbornia di follia mi passò di colpo: Uccidere un compagno? A tradimento? Ero inorridito. Impugnavo ancora la pistola, ma mi bruciava tra le mani. Guardai i miei amici, non mostravano il mio stesso orrore. Lasciai l’arma sul tavolo e scappai via. Nessuno m’inseguì. Rimasi nascosto qualche giorno, non mi fidavo più di Nicola, io sapevo troppe cose.

Poi tutto precipitò.

Tommasi venne ucciso ugualmente, ma gli assassini nella fuga avevano perso la pistola, così diceva un giornale. Le mie impronte sulla pistola da confrontare con quelle conservate in questura. Prima che facessero due più due, e non avevo modo di dimostrare che non faceva quattro, quella notte stessa m’imbarcai su un mercantile greco.
E adesso su questa salita aspra mi sto chiedendo, come allora, quanto sia stato il caso, quanto il disegno. Soprattutto nella perdita della pistola. La risposta forse me la darà Nicola che vedo passeggiare nervosamente ai piedi della Rocca. Lo guardo, ha perso la spavalderia di un tempo o forse sono io che ho cambiato gli occhi.
Scegliamo il tavolo più appartato, all’aperto, sotto un grande ombrellone rettangolare. Siamo seduti uno di fronte all’altro, ma fra noi c’è una distanza di vent’anni. Gli tengo gli occhi addosso, poco concilianti, forse cattivi. Lui si guarda intorno, si finge interessato al panorama, è evidente che non sa come cominciare. Poi sceglie una via di mezzo tra la frase lacrimevole e l’umorismo macabro, non so quanto volontario:
– Ho poco da campare, dicono che non vedrò il nuovo millennio. Peccato, sarà un bel botto!
Lascia perdere, Nicola. La tua salute non m’interessa. 
– E sbagli. Non fossi malato, non sarei qui.
– Se tu non fossi qui, io starei in pace con me stesso. La tua presenza mi costringe a voltarmi indietro. E fatico a riconoscermi.
– Mi sono chiesto spesso se tu abbia abbandonato la lotta per vigliaccheria o perché avessi capito qualcosa.
– Che cosa dovevo capire? Che la pistola l’avevate abbandonata lì per incastrarmi? Se sei qui, è per alleggerirti la coscienza, non vedo altro motivo. Quindi sputa quello che hai da dirmi e poi sparisci.
Riccardo, Riccardo, ti credi tanto intelligente ma quello che già ti sembra un sospetto devastante è solo una minima parte della verità. Per esempio, non ti sei mai chiesto perché dopo il tuo rifiuto non t’abbia fatto uccidere? In teoria rappresentavi un pericolo per l’organizzazione. Se ti avessero arrestato, avevi cose e nomi da confessare. Eppure ti ho lasciato vivere. Perché? Te lo sei chiesto, Riccardino? Forse perché io non correvo alcun rischio, ti pare? 

Lontano, nell’oceano, un punto si ingrossa all’improvviso, s’allunga verso il cielo, diventa un segno verticale, sembra un punto esclamativo, per un istante fermo sull’acqua, e poi scompare. Una balena, probabilmente. Peccato non aver portato il binocolo. Mi alzo e faccio per andarmene.
Ma come, ti accontenti del dubbio? Non vuoi sapere la verità? 
– Ma chi l’ha detto che la verità è rivoluzionaria? La verità è una schifezza che non serve più a nessuno.
– Una mia confessione potrebbe riabilitarti. Potresti rientrare in Italia..
– Ciao Nicola, cerca di crepare in fretta. 

Riprendo il sentiero che scende alla baia. Mi sento leggero come quella balena che ho visto danzare sull’acqua. Saltello tra le rocce, corro veloce e le bertucce scappano infastidite al mio passaggio. Ho fretta di arrivare a Myrta.

28 Risposte a “parole&pistole”

  1. cuoreruotante 23 ottobre 2018 a 11:05 #

    Davvero un bel racconto 😊

  2. quasi40anni 23 ottobre 2018 a 11:10 #

    Molto bello!

  3. alemarcotti 23 ottobre 2018 a 11:29 #

    Bellooooooooo😊

  4. LaDama Bianca 23 ottobre 2018 a 12:12 #

    Ottimo racconto. Ormai ho preso confidenza con la tua penna brillante e dire che l’adoro è sminuire il senso di piacevolezza che avverto.

  5. marilenamonti 23 ottobre 2018 a 12:16 #

    Molto su cui riflettere…
    Complimenti!

  6. lamelasbacata 23 ottobre 2018 a 14:56 #

    Bellissimo. Racconti di cose che hai visto accadere, di anni difficile e di un’aria che hai respirato. Non parli per sentito dire e questo offre un valore aggiunto alle tue parole. Mi hai fatto immergere nella trama a tal punto che avrei voluto leggere ancora!

    • massimolegnani 23 ottobre 2018 a 17:26 #

      Per fortuna non è direttamente autobiografico ma, come dici tu, riguarda cose che ho visto accadere.
      Grazie Mela per le belle parole
      un abbraccio
      ml

  7. Harley 23 ottobre 2018 a 15:20 #

    Ciao ML
    Mi piace il tuo spazio blog… se ti fa piacere ti seguo…
    Grazie a presto

    • massimolegnani 23 ottobre 2018 a 17:27 #

      Grazie a te, mi fa piacere il tuo apprezzamento
      Benvenuto
      Ciao 🙂
      ml

  8. tramedipensieri 23 ottobre 2018 a 22:52 #

    Letto sino alla fine, d’un fiato…
    (Rientrare in Italia …ma quando? Ora? ….)

    Complimenti Massimo 🌺

    • massimolegnani 23 ottobre 2018 a 23:22 #

      felice che tu l’abbia trovato avvincente
      (eheh, ora non ci vorrebbe proprio tornare, ma il racconto è ambientato alla fine degli anni 90 🙂 )
      un sorriso .marta
      ml

  9. newwhitebear 23 ottobre 2018 a 23:10 #

    un gran bel pezzo di un?italia che voleva rivoluzionare l’Italia ma alla fine ha sparso sangue senza costruire nulla.
    Chissà cosa voleva in cambio Nicola da Riccardo. Una confessione? Se voleva l’avrebbe fatta in Italia. Riccardo è stato leale. Ha taciuto e pagato il suo debito ma adesso è libero di correre da Myrta. Il suo debito l’ha già pagato.

    • massimolegnani 23 ottobre 2018 a 23:41 #

      credo che il viaggio di Nicola a Gibilterra fosse per ottenere, lui prossimo alla morte, la riconoscenza di Riccardo a cui offriva la propria confessione (o meglio, visto il soggetto ambiguo, probabile doppiogiochista, la riabilitazione di Riccardo per vie traverse)
      grazie GianPaolo
      ml

  10. franco battaglia 24 ottobre 2018 a 05:49 #

    Forse era Myrta che il caso aveva disegnato per Riccardo, forse il suo sogno era solo farsi spettinare i capelli da una brezza atlantica, come io ho sognato infinite volte di passeggiarmene per la mia Ponza in un tramonto del mio tempo, e forse accadranno altre mille cose, e tutte ogni volta diverse da come ce le eravamo mai immaginate.. ma intanto tracciarne un sentiero – su carta, su blog, o solo nel cuore – ne farà un qualcosa che esiste, e che resiste. Grazie sempre! 😉

    • massimolegnani 24 ottobre 2018 a 09:17 #

      bè, aprire il blog al mattino e trovare parole sentite come le tue è una piacevolissima sensazione.
      Grazie Franco
      ml

  11. STEFAN RIZNIC 26 ottobre 2018 a 11:26 #

    Sono stato giovane in quegli anni e mi sono trovato in mezzo a cose sgradevoli quindi l’ambientazione mi affascina, un po’ “Arrivederci amore ciao”.
    Ottimo il reincontro a Gibilterra, terra di frontiera e di ogni genere di traffico, contrabbando e lavanderia possibile e immaginabile (esperienza diretta).
    Bello.

    • massimolegnani 26 ottobre 2018 a 11:43 #

      mi fa molto piacere il tuo intervento che dà una patente di credibilità al racconto e alla sua ambientazione.
      grazie Stefan
      ml

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