la nostalgia delle sirene

18 Dic

dal web

 

 

 

Cammino nel primo buio di città, che vero buio non è mai, tra una folla in fervore natalizio, la folla, non io, che devo solo fare una commissione che col Natale non c’entra nulla e ho scelto l’ora peggiore per farla.

Passi affrettati a togliermi d’impiccio e un umore nero che mi serpeggia dentro, quando una sirena  improvvisamente squarcia i canti d’atmosfera diffusi da ogni dove per la via: un’ambulanza si destreggia nel traffico e presto ne resta intrappolata, nelle auto musica palla o chiacchiere distratte, bambini che strepitano, genitori che litigano e nessuno che si sposta. Adulti, anziani e piccoli si tappano le orecchie infastiditi dal persistere del sibilo come fosse colpa della lettiga l’essere lì bloccata. Io le orecchie le dilato al bel suono del soccorso e provo un furore da highlander, potessi ammonticchierei le macchine ai lati della strada per aprire un varco come quell’altro le acque del MarRosso. Poi per fortuna l’ambulanza non so come riprende la sua corsa e la sirena si fa sempre più lontana. La gente torna a muoversi stupidamente trafelata, tutto riprende a scorrere e a correre, solo io resto lì sul marciapiede scosso da un tremito che non è di freddo. È che mi emoziono al suono bitonale e a quello acuto, allo sfolgorare dei lampeggianti blù,  alle tante manifestazioni dell’urgenza, sono un cane di Pavlov che scodinzola a quel sibilo che mi riporta a quando da bambino sognavo di salirci sull’ambulanza e a tutti gli anni in cui poi lì sopra ci sono salito veramente.

Abitavo in corso Sempione, vicino all’Ospedale, e ogni volta che sentivo l’ululato di una sirena correvo alla finestra per non perdermi il passaggio. Guardavo l’ambulanza, immaginavo dentro la persona sofferente e mi esaltavo al pensiero che di lì a poco papà, che era chirurgo, le avrebbe risolto ogni male e malattia. Forse fu allora che, per la magia di quella macchina speciale che raccattava in giro feriti e moribondi e di corsa li portava a riparare in quell’altro luogo miracoloso dove per me la riparazione, la guarigione, erano l’unica ipotesi possibile, decisi di diventare medico.

E vent’anni dopo ho cominciato a far trasporti verso una qualunque meta, Torino, Genova, Alessandria, Milano, ovunque ci fosse qualche speranza di salvezza in più. Viaggi veloci quando erano neonati dal respiro flebile, e febbrilmente lenti sul pavè di città quando era una testa in cocci che reggevo tra le mani, viaggi solitari con le mani dentro l’incubatrice a ventilare e a fare terapia gridando all’autista di sbrigarsi o viaggi assieme alla disperazione delle madri, i gesti misurati a non sommarle angoscia e le parole calibrate che non suonassero di beffa se vedevano la vita del figlio appesa a un filo, viaggi bestemmiando gli imprevisti e i guasti, la corrente che scompare, l’ossigeno che si esaurisce e allora ti inventavi elettricista a ripristinare i contatti e non so quale mestiere a sostituire la bombola con una chiave inglese di fortuna, e viaggi pregando tutti i santi che a volte ti smarrivi  e ti scoprivi senza più risorse, viaggi in piena notte con le strade vuote e in un battibaleno sei a destinazione e viaggi in piena festa che ti monta un odio viscerale per tutta quella gente che fa baldoria per le strade o vuol tornare presto a casa e in ogni caso se ne fotte d’intralciaciarti, viaggi in ambulanze supertecnologiche con il rianimatore con cui dividere l’affanno, e viaggi su un furgone, il mio primo appena laureato, adibito per l’occasione ad ambulanza,  la bambina su una barella in tela e manici di legno adagiata sul pianale, io inginocchiato al pavimento, una mano alta a reggere una flebo e l’altra a carezzare la bambina spaventata, sembrava tempo di guerra ed era l’inizio degli ottanta.

Non mi sono mai abituato alla trepidazione di quei viaggi, non ho mai raggiunto quel distacco dagli eventi che forse ti fa agire a mente più lucida, ma che certo rischia di trasformare l’emozione in disincanto e i bambini in merce da spostare da un magazzino all’altro. Non mi erano mai estranei quei bambini, li avevo visti nascere e subito declinare o li avevo curati per giorni in reparto senza ottenere un miglioramento oppure li avevo accolti in pronto soccorso, gravi da subito, allora erano cure concitate per stabilizzarli prima del trasferimento.

L’ultima sirena è stata per un bambino che me l’ha chiesta risvegliandosi da un torpore preoccupante, non era necessaria, poco più di un gioco per giocare insieme a lui, una musica per me che segnava un lieto fine e che mi è rimasta dentro.

 

72 Risposte a “la nostalgia delle sirene”

  1. Non Solo Campagna - Il blog di Elena 18 dicembre 2018 a 11:09 #

    Il medico di pronto soccorso è una categoria a parte. Ho fatto, purtroppo, due viaggi in ambulanza, ma c’erano solo i paramedici.

  2. fleurerose 18 dicembre 2018 a 11:43 #

    Vivo, da tre anni, di fronte ad un grande ospedale. Il suono delle sirene è una costante. Mai abituata. L’unico e angosciante viaggio in ambulanza: quello con mio figlio. Aveva due anni e una febbre a 40 che non scendeva da troppi giorni. Siamo dovuti arrivare al Bambin Gesù di Palidoro (appena fuori Roma), è stata la corsa più lunga della mia vita!

    • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 15:10 #

      abitandoci così vicino capisco che diventi solo un rumore molesto.
      (quante madri su quello strapuntino, non due che affrontassero il viaggio allo stesso modo, ma tutte che fremevano perchè il trasferimento sembrava un tempo senza fine)
      ml

      • fleurerose 18 dicembre 2018 a 15:16 #

        Non mi sono mai abituata, nonostante la vicinanza. Il suono della sirena rappresenta sempre qualcosa di angosciante. Il richiamo al dolore umano, fisico e non solo.

      • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 15:30 #

        ah, ecco, avevo frainteso.
        d’altra parte se sei stata sopra un’ambulanza una volta con l’ansia di madre è quasi inevitabile riprovare un’emozione ogni volta che senti una sirena.
        un sorriso

      • fleurerose 18 dicembre 2018 a 16:24 #

        Esatto e non solo per quello. Purtroppo, la vita è stata abbastanza complicata (dal punto di vista salute). Un sorriso e un abbraccio 🙂

      • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 16:56 #

        Mi dispiace per la tua salute che però fortunatamente (o meglio grazie al tuo entusiasmo) non ti impedisce di vivere appieno la vita 🙂
        Un abbraccio a te

  3. LaDama Bianca 18 dicembre 2018 a 12:54 #

    Il fatto che non ci si abitui al distacco è sinonimo di umanità.
    Che fa rima con rarità.

  4. NientedispeciAle 18 dicembre 2018 a 13:02 #

    Ho viaggiato con te.
    Grazie.

    • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 15:18 #

      che bello questo calarti nelle mie parole, condividerne il senso e il reale.
      grazie a te, Ale
      ml

  5. Giuliana 18 dicembre 2018 a 13:39 #

    Il tuo raccontare fa fremere sempre di emozioni sulla pelle e nel cuore

  6. pino 18 dicembre 2018 a 15:02 #

    Apprezzo questa tua sensibilità nei confronti di chi soffre. Purtroppo In una grande città nessuno fa più caso alle sirene di un’ambulanza imbottigliata nel traffico. Diventa quasi un intralcio che ci fa perdere tempo, perchè abbiamo fretta, dobbiamo comprare i regali di Natale. Nessuno pensa a quel carico di sofferenza che corre verso un ospedale. Invece mi è capitato di vedere questo mezzo di salvezza arrivare a sirene spiegate in un piccolo paese e devo dire che la reazione umana è di tutt’altro genere: la gente si ferma, partecipa, vive con sofferenza lo squarcio di quelle sirene. E’ proprio vero: la città ci rende violenti e disumani.

    • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 15:23 #

      molto vero quello che dici, la città rende cinici e insofferenti.
      grazie Pino delle tue belle parole
      ml

  7. Viaggiando con Bea 18 dicembre 2018 a 15:35 #

    L’ospedale è a due passi da casa ma non ci ho fatto l’abitudine e, ahimé, non smetterò mai di sobbalzare al suono di una sirena che sfreccia veloce. Un cuore buono ed umano come il tuo non si abituerà mai alla “trepidazione di quei viaggi”.
    In te vedo il vero medico che di questa professione ne fa una missione e non un lavoro come un altro. Scrivi bene!!! Mi piacerebbe avere questo dono e trasmettere agli altri ciò che oggi tu hai trasmesso a me. Unico neo che non condivido è sentirti dire “quell’altro le acque del MarRosso”. Perchè “quell’altro” spero con tutto il cuore che ci sia perché è a Lui che ci rivolgiamo quando il mondo intorno a Noi cade a pezzi, è a Lui che rivolgiamo una preghiera accorata quando la disperazione ci assale, è a Lui che chiediamo d’incontrare persone come te. Forse ho esagerato 😦 Un caro saluto da un’inguaribile sognatrice 🙂

    • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 16:53 #

      Cara sognatrice, è una fortuna che tu non sia guaribile 🙂
      Ho troppo rispetto per chi crede per definire Dio “quell’altro”. Io alludevo a Mose’
      Ti ringrazio per le parole piene di sentimento che mi hai dedicato
      Un abbraccio sentito
      ml

      • Viaggiando con Bea 18 dicembre 2018 a 17:52 #

        Caspitina che figura. È vero era Mosè, dai mi vergogno troppo. Cmque quell’altro è riuscito a passare invocando Dio. Adesso non vado oltre prima di sprofondare del tutto. 🤔😥

      • massimolegnani 18 dicembre 2018 a 19:11 #

        Perché vergogna? Mica hai detto una fesseria, era plausibile pensare che mi riferissi a Dio.
        E poi ti dirò che mi ha fatto davvero piacere che tu oltre ad apprezzamento mi esprimessi un rimprovero con estremo garbo.
        Un sorriso di cuore

      • Viaggiando con Bea 19 dicembre 2018 a 00:20 #

        😘

      • massimolegnani 19 dicembre 2018 a 01:07 #

        🙂

  8. Maria 18 dicembre 2018 a 18:00 #

    Davvero commovente❤
    E sono d’accordo con Dama 🙂

  9. Ghiandaia blog 19 dicembre 2018 a 09:53 #

    Ammiro la passione e l’ emozione che hai sempre mostrato nel tuo lavoro. Da giovane uomo hai salvato vite inginocchiato al pavimento per assistere una bambina, sei stato elettricista e meccanico di ambulanze scalcinate, hai fatto tornare il sorriso a bambini e ai loro genitori che, sicuramente, non ti dimenticheranno mai.

    • massimolegnani 19 dicembre 2018 a 11:49 #

      cara Lucia mi dipingi migliore di quanto sia stato in realtà, ma di una cosa vado effettivamente fiero, il buon rapporto che ho avuto quasi sempre con bambini e madri anche in frangenti difficili.
      grazie 🙂
      ml

  10. Neda 19 dicembre 2018 a 12:06 #

    Ho gli occhi lucidi per questo tuo scritto così intenso e pieno di cuore e di anima, Grazie.
    Mi hai riportato a tutte quelle volte che l’ambulanza è venuta a casa mia di notte, a salvare quel mio compagno di vita, con i medici, rassicuranti e attenti, preparati e veloci. Fino a quell’ultima volta in cui, purtroppo, dall’ospedale non poté più uscire vivo e ho dovuto io consolare quei medici e quegli infermieri che lo conoscevano da anni.
    Ti auguro feste serene.

    • massimolegnani 19 dicembre 2018 a 12:28 #

      tenere e commoventi le tue parole.
      mi conforta sempre quando c’è un sentire comune, sintonico, confidenziale, tra paziente, parenti e personale sanitario.
      grazie delle tue parole, Neda, ti abbraccio
      ml
      (e buone feste ate, naturalmente)

  11. tramedipensieri 19 dicembre 2018 a 16:18 #

    Quando la professione è una missione non si può agire nè essere diversi.

    lascio qui gli auguri di buon Natale 🙂
    Auguri Massimo
    .marta

  12. Harley 19 dicembre 2018 a 17:16 #

    La tua è una missione a vita. E la gente dovrebbe stendere un tappeto di rose al tuo passaggio perchè tu hai la capacità di aiutare e di sopportare il dolore che altrui hanno e provano.

    • massimolegnani 19 dicembre 2018 a 18:37 #

      Sai il mio è soprattutto un mestiere fortunato che ti porta a contatto con le persone, ti permette di essere di aiuto e di ricevere in ritorno tutto quello che dai.
      Grazie Harley
      buona serata
      ml

  13. newwhitebear 19 dicembre 2018 a 21:57 #

    una sorta di amarcord questo post dove si ripercorre la strada che ha portato la voce narrante a diventare medico.
    Bello e struggente.

    • massimolegnani 19 dicembre 2018 a 23:35 #

      sì un amarcord improvviso innescato dall’episodio che ho raccontato all’inizio del brano.
      grazie, GianPaolo
      ml

  14. Bloom2489 20 dicembre 2018 a 11:58 #

    È un articolo bellissimo

  15. biondograno70 20 dicembre 2018 a 14:56 #

    ….che ci hai portato con te… a sentir suonare le sirene, a raccontare storie, a correre come un pazzo, a sperare…. ancora una volta…

    che sei speciale.

    m.

    • massimolegnani 20 dicembre 2018 a 15:29 #

      più che speciale credo che sia normale 🙂
      grazie emme,
      un abbraccio
      ml

      • biondograno70 20 dicembre 2018 a 17:42 #

        …. hai capito, non fare il modesto.

      • massimolegnani 20 dicembre 2018 a 18:43 #

        eheh, certo che ho capito ( e l’abbraccio era per quello) ma sono convinto che il mio sentire è comune a tanti colleghi che magari non sanno esprimerlo a parole 🙂

      • biondograno70 20 dicembre 2018 a 21:11 #

        ….. se insisti…. 😛

      • massimolegnani 21 dicembre 2018 a 01:21 #

        🙂

  16. nina 20 dicembre 2018 a 17:08 #

    così si manifesta il mio dio, nelle persone che si ricordano di esserlo ogni giorno e sanno fare i miracoli.
    grazie per esserti fatto scoprire da me.

    • massimolegnani 20 dicembre 2018 a 17:23 #

      Sì bisogna sempre ricordarsi di essere persone, allora i miracoli arrivano da soli.
      Benvenuta Nina e grazie a te delle parole
      ml

  17. Rincorrendo foglie gialle nel vento 21 dicembre 2018 a 10:00 #

    Davvero toccante e profondo, traspare che ci hai messo l’anima nel tuo lavoro, negli anni. E’ sempre bello vedere come le parole che escono dalla tua penna, o forse dovrei dire tastiera in questo caso, dipingano perfettamente i colori delle mille emozioni che hai da comunicare. Grazie per averle condivise…a presto, Giulia.

  18. mocaiana 22 dicembre 2018 a 06:33 #

    Un brivido…Una grande pagina e un grande medico.

    • massimolegnani 22 dicembre 2018 a 11:28 #

      ti ringrazio Mocaiana per l’apprezzamento
      (niente di grande, è solo un medico che sa esternare le proprie emozioni)
      buona giornata
      ml

  19. Un cielo vispo di stelle 22 dicembre 2018 a 11:43 #

    Questi tuoi brani, veri e spontanei, portano sempre in alto, in superficie, ciò che ha più diritto di starci: il senso e il buono. Scrittura piena di sapore, spessa di sentimento. Una voce dentro che parla solo al cuore, tralasciando tutto il resto. Il finale, poi, è una carezza.

    • massimolegnani 22 dicembre 2018 a 12:05 #

      apprezzo molto quella tua definizione : “scrittura piena di sapore”. Ne vado orgoglioso 🙂
      grazie Paolo
      ml

  20. Prishilla 22 dicembre 2018 a 19:24 #

    Mi hai commosso tanto. Io ho fatto un viaggio in eliambulanza, molti anni fa.
    Ogni volta che sento il rumore dell’elicottero avverto immediatamente una sensazione di tranquillità. Sono arrivati. Andrà tutto bene.
    Quando lo racconto dico sempre anche io che è una reazione Pavloviana e che la dice lunga sull’atteggiamento dei medici che mi hanno soccorso. Secondo me sareste andati d’accordo 🙂

    • massimolegnani 22 dicembre 2018 a 23:23 #

      stupenda questa cosa che mi racconti. e la reazione pavloviana al sentire pale d’elicottero è più significativa di qualunque encomio a quei medici.
      un caldo abbraccio
      ben ritrovata, Prish
      🙂
      ml

  21. Patrizia Caffiero 26 dicembre 2018 a 15:13 #

    grazie per la condivisione
    pat

  22. Deserthouse 7 gennaio 2019 a 11:47 #

    emozionante leggerti, si sente la passione che hai messo nel tuo lavoro, e come la scelta di diventare medico sia diventata una vera missione. Ognuno di noi purtroppo ha un ricordo legato alle sirene d’ambulanze, il mio è legato a una sera di gennaio del 2015, ad aspettare all’accettazione che arrivasse l’Ambulanza e a chiedere il codice e ricordo ancora il medico che ci porta in una stanza a parte e ci dice di sederci. Ci vuole forza e tanto amore per la vita, tanto da doverla vedere scappare sotto gli occhi e continuare a resistere

    • massimolegnani 7 gennaio 2019 a 12:56 #

      emoziona come dalla mia nostalgia scaturiscano in te che leggi ricordi fibrillanti e indubbiamente tristi ma che credo abbiano in comune con quanto scritto qui il sottile senso di fratellanza colto in una voce, in un gesto, in una minima cortesia (il medico che vi fa accomodare in un’altra stanza) che rende un poco meno mesta una situazione di sofferenza.
      ml

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