il cigno e la farfalla (la scatola di balsa)

20 Mar

c.calati

 

Quel rasentare i muri quasi ad appiattircisi come un antico egizio nonostante la mole non indifferente, quello sguardo rivolto perennemente a terra a contare sassi e formiche, quel cappellaccio informe calato in testa estate e inverno come non volesse farsi riconoscere e che lo rendeva immediatamente riconoscibile, quello scantonare lesto se vedeva da lontano un conoscente, quei passetti frettolosi con cui attraversava lo spazio aperto della piazza e quel sorrisetto ebete con cui tentava di sottrarsi al dialogo. Tutto contribuiva a fare di lui un personaggio che ondeggiava tra il ridicolo e il penoso.

Di Osvaldo Occorsi nel quartiere dicevano che era molle.

Avessero avuto maggiore proprietà di linguaggio avrebbero detto che era amorfo, perché probabilmente è questo che intendevano, un’assenza di forma e di costrutto. Naturalmente lui aveva una sua fisionomia e qualcosa negli anni aveva pur costruito, ma dava l’impressione di attraversare la vita come fosse liquido, acqua che prende la forma della brocca o del bicchiere, acqua che ci puoi guardare attraverso in trasparenza, acqua forse limpida ma che scorre inutile tra i passi della gente.

Ma quando rientrava in casa e si chiudeva la porta alle spalle in Osvaldo avveniva una piccola metamorfosi. Spariva dal viso lo smarrimento della lepre braccata, i tratti e le rughe si distendevano, aleggiava un sorriso tra le labbra, gli occhi divenivano sereni, come se dentro casa lo accogliesse una musica sublime. Ecco, nel suo guscio, l’uomo ridicolo si ammantava di sublime. Diveniva lui stesso sublime perché proteso con tutto il suo essere verso una piccola perfezione.

Osvaldo ogni giorno si sedeva al tavolo da lavoro con l’involontaria solennità del virtuoso che si accosta al pianoforte. E come quello fissando i tasti sente già la musica che ne trarrà, così lui fissava le risme di fogli di diverso formato e sapeva già quali avrebbe utilizzato, quali sarebbero state le linee di piega e quale il risultato finale.

Ma prima di iniziare prendeva un vecchio giornale, ne stirava con cura un foglio e con una lentezza esasperante lo piegava secondo linee elementari appartenute a suo padre, quando costruiva per il suo bambino barchette o bustine di quel materiale incantato. Nei gesti di Osvaldo vi era l’umile accostarsi al padre e alla materia, c’era in quei gesti, eseguiti con tanto rigore, un misticismo orientale, come un breve rito per ingraziarsi e ringraziare gli dei.

Solo dopo essersi messo in testa quella buffa bustina che lo riportava a essere figlio, Osvaldo si sentiva pronto ad iniziare. Allora sceglieva il foglio adatto e lo accarezzava a lungo. Poi incominciava a lavorarlo, lo piegava e ripiegava senza mai forzarlo, seguendo linee invisibili che solo lui sapeva. Le mani sudaticce divenivano asciutte, le dita grassocce acquistavano un’imprevista agilità, erano sicure e precise. In pochi istanti o nel giro di ore se quel giorno preferiva la lentezza, il foglio immacolato, anonimo, piatto, prendeva la forma tridimensionale a cui era predestinato. Acquistava fisionomia e anima. Che rappresentasse un sasso o una pianta, un animale o una persona, nelle sue mani quel sottile strato bianco diveniva carta animata. E ad opera finita ciò che colpiva era la purezza della forma, l’assenza della minima sgualcitura fuori dalle ripiegature consentite, come se in lui vi fosse innanzitutto il rispetto per la materia usata.

C’è qualcosa di voluttuoso nel nostro operare, noi pieghiamo la carta alla nostra volontà, gli aveva scritto un amico francese con cui condivideva la medesima passione. Gli aveva risposto con puntiglio e stizza che l’origami consisteva in altro, nessun possesso, nessuna violenza sulla carta, ma cura e capacità di estrarre da questa ciò che in questa già era presente. Non siamo che levatrici, anche se abili, aveva concluso quella sua prima lettera, a cui nel tempo ne erano seguite altre, in una discussione senza fine tra due posizioni inconciliabili.

Era stato il periodo di fitti scambi epistolari con altri cultori della stessa arte sparsi per il mondo. Per un accordo mai pattuito nessuno di loro usava i rapidi mezzi elettronici per incrociare opinioni e suggerimenti, solo la carta scritta e lenta per parlare della carta. E questa rete a maglie larghe e salde lo riempiva di soddisfazione: la scrittura riflessiva che richiedeva tempo e i tempi lunghi delle risposte scandivano il tempo di Osvaldo in una quiete quasi perfetta.

Poi venne il periodo della scatola di balsa.

Irina abitava a Riga, lui aveva dovuto cercare la città baltica sull’atlante. Lei con una delle prime lettere gli aveva mandato una foto di qualche sua opera. Per giorni Osvaldo aveva rigirato tra le mani quell’immagine sfocata che non rendeva merito ma che lasciava intuire la bravura e la passione. La fotografia era diventata presto un’ossessione, ne subiva il fascino e ne percepiva il limite. Così prese carta e penna con un ardore che non si conosceva e le scrisse d’impeto: non mi basta vedere, voglio toccare, conoscere, sapere. Tutto.

Dopo un mese gli arrivò per posta una scatola di balsa senza un rigo di accompagnamento, solo il mittente non lasciava spazio alle incertezze. All’interno un unico origami. Una farfalla dalle ali chiuse, lui la trattò come fosse viva. Aspettò due giorni prima di tirarla fuori dalla scatola, si limitava ad osservarla dal bordo, il mento appoggiato ai pugni, stava chino sul tavolo dove l’aveva messa e più spostata. Poi quando prese confidenza la sfiorò con un polpastrello intimidito, percepì il liscio della carta, la perfezione delle pieghe, la delicatezza dei dettagli, annusò l’odore di fiori sconosciuti, sentì la vicinanza salmastra del mare, gli sembrò di distinguere una venatura d’ambra, non sapeva se nell’olfatto o nel colore della carta.

Fu preso dal bisogno di rispondere in modo adeguato, con un silenzio di carta che avesse senso e significato. Una frenesia immobile a pensare e scartare una dopo l’altra mille immagini che non rendevano a sufficienza quello che avrebbe voluto esprimere. Una ricerca estenuante, ma alla fine un’idea folgorante.

Il cigno trombettiere!

Non lo aveva mai osato. Ne aveva alcune fotografie, ma lui che temeva di attraversare una piazza avrebbe voluto volare nell’Hokkaido per vederli da vicino quei cigni maestosi, le loro danze d’amore, i nidi nella neve, il faticoso librarsi in volo. Ma non c’era più tempo per sognare, per la prima volta si sentì in preda all’urgenza, doveva rispondere, e subito, e bene.

Fu un lavoro febbrile ed accurato, la cura, d’altronde, era sempre stato il suo tratto distintivo.

Mentre riponeva il cigno nella scatola si chiese se lei avrebbe mai capito che quello non era solo un origami, ma la propria immagine o quanto meno quello che avrebbe voluto essere.

Furono due mesi di dubbi ed apprensione, la scatola non si decideva a ritornare. Quando finalmente questa arrivò, come un piccione viaggiatore che sempre sa dove tornare, Osvaldo capì di non essersi sbagliato, qualcosa lo univa alla sconosciuta di Riga. Di nuovo una farfalla, questa volta con le ali aperte che sembravano quattro petali al primo sole del mattino.

E sotto l’origami un bigliettino, io sono la farfalla inafferrabile.

Iniziò così uno scambio intenso, silenzioso eppure ricco di simboli e passione.

Solo e sempre la farfalla e il cigno.

Lei ad ali spiegate o chiuse ma come in attesa di essere dischiuse, apparentemente vulnerabile, lui il collo proteso nello sforzo del decollo, o rilassato in un volo sontuoso.

E mai una riga che traducesse e tradisse in modo esplicito il loro sentire in sintonia, che affidavano esclusivamente alla grazia muta degli origami.

Durò un tempo sospeso, difficile da misurare, fatto di attese e di progetti, di consuetudini e di piccole innovazioni ardite: la farfalla per una volta delicatamente colorata a pastello, a cui lui volle rispondere con un cigno crollato miseramente nella neve perché è nell’ammissione delle proprie debolezze che un animale e un uomo sono davvero grandi.

Quando, un giorno di gennaio, la scatola gli tornò vuota l’uomo comprese che la farfalla era volata via.

Il tempo era finito.

Allora Osvaldo radunò tutte le copie ricevute, tutte le farfalle che erano vissute solo per lui, e le bruciò senza rammarico. Per un senso di rispetto verso la donna di Riga e per poterle sopravvivere.

 

 

38 Risposte a “il cigno e la farfalla (la scatola di balsa)”

  1. ilmestieredileggereblog 20 marzo 2019 a 14:51 #

    l’arte dell’origami non potrebbe che essere nata tra i popoli orientali…. e questo racconto rispecchia la stessa atmosfera che ti aspetti da un autore giapponese…. ci nascondi qualcosa?

    • massimolegnani 20 marzo 2019 a 17:42 #

      eheh, no, non nascondo nulla
      Forse un po’ di spirito orientale aleggia anche da noi 🙂
      Grazie Pina della lettura e del divertente commento
      ml

  2. Ghiandaia blog 20 marzo 2019 a 17:55 #

    Se il tempo è finito, bruciare tutto per sopravvivere a un grande amore.🐝🐝🐤💚

  3. Walter Carrettoni 20 marzo 2019 a 19:39 #

    Bellissimo.

  4. Giuliana 20 marzo 2019 a 21:52 #

    È così intensa e intima. Bellissima 😊

    • massimolegnani 20 marzo 2019 a 22:35 #

      Felice delle tue parole
      ml

    • Elle Vit 21 marzo 2019 a 11:18 #

      Intensa è proprio la parola giusta

      • Giuliana 21 marzo 2019 a 12:25 #

        Si 😊

      • massimolegnani 21 marzo 2019 a 12:52 #

        🙂

      • massimolegnani 21 marzo 2019 a 12:52 #

        ho voluto dare luce all’intensità che sanno raggiungere certe anime sensibili in ambiti ristretti, piccoli apici di bravura in vite per il resto piatte.
        grazie Elle 🙂
        ml

      • Elle Vit 21 marzo 2019 a 16:12 #

        E ci sei riuscito benissimo… Come sempre

      • massimolegnani 21 marzo 2019 a 17:10 #

        !!grazie!!

  5. arroccodelriccio 20 marzo 2019 a 22:56 #

    Mi affascina sempre chi sa costruire qualcosa con le proprie mani – che sia una statua, un origami, un racconto. Io so solo fare barchette di carta, ma mi vengono piuttosto bene 😉

    • massimolegnani 20 marzo 2019 a 23:37 #

      Osvaldo ti direbbe che sei sulla buona strada, anche lui ha iniziato così 🙂
      ml

      • arroccodelriccio 21 marzo 2019 a 07:50 #

        Finirò col fare amicizia con tutti i personaggi dei tuoi racconti! 😛

      • massimolegnani 21 marzo 2019 a 10:57 #

        eheh, dal mio punto di vista la trovo una bella prospettiva gratificante 🙂

  6. biondograno70 21 marzo 2019 a 12:30 #

    o mamma…..

    che la dolcezza ti è familiare, per poi con le tue chiuse malinconiche lasciarci in balia di tanti ma se invece….

    ma non sei tu, per cui …

    un bacio alla farfalla…. la cenere che ne è rimasta.

    m.

    • massimolegnani 21 marzo 2019 a 12:59 #

      nulla è per sempre specie se è stato intenso, per questo le chiuse non possono che essere “crepuscolari”, di luce che va spegnendosi.
      un abbraccio, Monica
      ml
      (non sono io, ma qualche briciola mia lascio sempre)

  7. newwhitebear 21 marzo 2019 a 18:22 #

    veramente splendido questo racconto che descrive le sensazioni e le emozioni di un uomo che si sentiva tale solo quando componeva gli origami.
    Ma ancor più splendido è quel rapporto misterioso ma tangibile tra la sconosciuta Irina e Osvaldo che è amore non virtuale ma tangibile attraverso la farfalla e il cigno.
    Mi ha completamente avvolto nella sua atmosfera questo racconto che potrebbe essere un grande omaggio alla giornata mondiale della poesia

    • massimolegnani 21 marzo 2019 a 19:33 #

      Al di là degli elogi di cui ti ringrazio, apprezzo molto il tuo commento perché pone l’accento su un aspetto che anch’io considero importante: la tangibilità del loro legame attraverso gli origami che si scambiano e che diventano un vero linguaggio d’amore, il loro.
      Ciao GianPaolo, grazie di tutto
      ml

  8. elettasenso 22 marzo 2019 a 08:25 #

    Struggente racconto pieno di silenzio e di fruscio di carta. Adoro l’arte dell’origami. Tempo fa sono rimasta incantata nell’osservare la maestria di un bambino di soli sei anni che produceva con sicuri taglienti gesti: animali e forme da un quadrato di carta. Tempo fa ho scritto un pezzo che magari rimetterò in circolo. Sarebbe bello fare un libro con questo tema. Affascinante.
    Buona giornata caro amico 🌷

    • massimolegnani 22 marzo 2019 a 09:11 #

      Sì il fruscio della carta, l’abilità delle dita, il rigore delle linee, il linguaggio delle forme a cui danno vita, c’è un’arte quasi ascetica nell’origami.
      Buongiorno a te cara Eletta
      ml

  9. elettasenso 22 marzo 2019 a 08:25 #

    P.s. Bambino giapponese

    • massimolegnani 22 marzo 2019 a 09:21 #

      Tu il bambino giapponese io il mio primario storico. Mi ha ispirato il racconto: persona sapiente e timida aveva tra le altre straordinarietà la capacità di maneggiare la carta con cura e naturalezza

  10. cisonduecoccodrilli 22 marzo 2019 a 13:19 #

    Com’è tutto effimero e s’ha da vivere ogni istante con passione e attenzione senza illudersi di poter cristallizzare qualcosa. Tutto vola via, in fretta, molto in fretta. 🙂 Ciao Massimo

    • massimolegnani 22 marzo 2019 a 13:33 #

      comprendo la tua constatazione desolata scaturita dalla lettura.
      però secondo me Osvaldo, per paradosso, brucia le piccole opere di Irene per conservarne intatta la memoria.
      ciao coccodrilla, felice del tuo passaggio
      ml

  11. lamelasbacata 27 marzo 2019 a 01:01 #

    Un racconto meraviglioso che mi è ancora più caro perché gli origami mi affascinano da sempre. Di solito creo gru. La sera, prima di spegnere la luce, pesco un foglietto colorato dalla provvista che tengo sul comodino e lascio che le dita percorrano in automatico il sentiero di pieghe. A volte hanno le ali aperte e il becco piccolo, altre una coda sfrontata, spesso riflettono la mia stanchezza e nascono un po’ sbilenche. Ho il vezzo di bruciarle, non le butto via semplicemente accartocciandole. Mi sembra che quel piccolo rogo sia un segno di rispetto, un funerale simbolico.
    Notte mio caro, la gru di stasera è per te 🙂

    • massimolegnani 27 marzo 2019 a 01:22 #

      la tua gru ha la stessa nobiltà del cigno e della farfalla e ti rende in qualche modo parte del racconto perchè con il tuo commento lo completi, con le specularità tra i tuoi gesti e quelli della trama, l’abbruciatura, il funerale simbolico, il senso di rispetto per le figure di carta.
      grazie Mela per la gru ma soprattutto grazie per questo commento.
      un abbraccio
      ml

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