il mercato della minima gioia

28 Nov

dal web

 

 

Riccardino era un bambino solitario, unico prezioso figlio di genitori timorosi della vita. Il suo mondo era una campana di vetro che dava sulla piazza sotto casa. Lì vedeva i suoi coetanei scorrazzare in bicicletta e poi cadere, sbucciarsi le ginocchia e ritornare in sella, stringere amicizie e litigare a sangue per una figurina, giocare agli indiani e fare a botte coi cowboy.

Quanti pericoli ti evitiamo con i nostri divieti all’apparenza severi, gli diceva la mamma quando lo affiancava alla finestra accarezzandogli la testa. Lui rispondeva sempre, sì mamma, però si stupiva che quelle facce malconce fossero allegre a sera  quando tornavano alle loro case.
Non avresti scommesso un soldo sul futuro di Riccardo.
Ma per sua fortuna c’era il mercato al sabato.
Arrivavano a frotte gli ambulanti con macchine sfiatate e residuati bellici, carretti a mano e tricicli coi pedali su cui ammassavano ogni bene. C’era anche un mulo con il basto, carico di cose come solo un mulo. Ognuno occupava il proprio spazio segnato con il gesso sui cubetti di porfido e con quattro pali e un telo costruiva la sua isola. Il bambino guardava con stupore quel veloce nascere di un’isola dal nulla, guardava le tende rattoppate, le assi, i cavalletti, guardava le mercanzie cavate fuori dall’interno delle auto, miniere senza fine di continue meraviglie.
Del mercato in sè non gl’importava nulla, per tutto il giorno evitava la finestra e anche il vociare della gente era solo un brusio di sottofondo al gioco.

Ma alle cinque qualunque gioco veniva interrotto per tornare alla finestra. A quell’ora c’era la magia a rovescio, le merci, i teli, gli scatoloni e i cavalletti, l’intera costruzione del mattino spariva nei camioncini e nei carretti. Sua madre una volta aveva usato una parola per dire quel far stare tutto dentro, in ordine o ammassato: stipano.

Gli ambulanti stipano ogni cosa e vanno. Finalmente!

Per lei, che tanto si serviva nei negozi, poter dire “stipano e vanno” segnava la liberazione da una giornata di troppo caos. Per Riccardino quelle due stesse parole chiudevano il cerchio magico iniziato di buon mattino. Nella sua mente di bambino non avrebbe saputo dire che cosa l’attirasse in quei gesti del sabato, ma certo provava una minima gioia, un senso di piccola perfezione, nell’osservare la costruzione e lo smontaggio delle bancarelle. Lui stesso ogni tanto provava nei suoi giochi a imitare gli ambulanti. Aveva una macchinetta a pedali che caricava di vecchie lenzuola, strofinacci, cianfrusaglie, due scope sottratte al ripostiglio, qualche cuscino raccattato per le stanze. Il resto lo faceva la fantasia.

Riccardo crebbe e cambiò casa insieme ai genitori. Dimenticò ben presto i sabati rituali, divenne ragioniere. Casa, banca e pochi svaghi, esattamente quel futuro scialbo che gli avevamo predetto.

Quando mamma e papà morirono a poca distanza di tempo uno dall’altro, Riccardo aveva poco meno di trent’anni. Ora era libero, ma ancora era portato a guardare la vita solo dietro i vetri, un cardellino che non osa andare oltre le sbarre della gabbia aperta. Non era soddisfatto del suo vivere appiattito, ma aveva l’impressione che la vita fosse un gran gomitolo di cui ancora non aveva afferrato il bandolo.

Il bandolo lo trovò quasi per caso, come spesso succede, l’anno seguente quando, dopo tanti tentennamenti, decise di fare un breve viaggio con zaino e sacco a pelo. Pochi giorni di vita spartana a contatto con la natura.
Si era portato un libro, un taccuino, qualche cambio, un fornelletto e una canadese. Dalla prima sera nel montare la tenda gli sembrò di rivivere qualcosa di piacevole che non sapeva cosa fosse. La stessa sensazione gradevole lo prese il mattino seguente nel riporre le sue cose nello zaino, le stipava. Per ultimo smontava i pali, arrotolava i teli e andava. E ogni giorno quei due riti segnavano il principio e la fine di ore intense ed essenziali, un cerchio che finalmente racchiudeva vita.

Quando tornò dalla breve vacanza si rese conto che quell’esperienza l’aveva segnato come una folgorazione e niente sarebbe più potuto essere come prima.

Così lasciò il lavoro in banca, vendette l’auto e comprò un biglietto che lo portasse lontano, oltre i confini della propria immaginazione.

Imparò mestieri, apprezzò lingue e luoghi sconosciuti, conobbe gente diversa e si accorse che era in qualche modo uguale.  Si spostava a piedi o in treno seguendo itinerari improvvisati, dormiva in tenda o in alberghetti fuori mano, mangiava dove capitava. Una vita provvisoria che lo soddisfaceva in pieno.

Gli capitava a volte di incontrare una donna che lo colpiva per qualche piccola bellezza o per il modo tutto suo di essere gentile.  A lui bastava poco per incantarsi, una caviglia affusolata che saliva i gradini pochi passi avanti a sé, una mano a mezz’aria che gesticolando era più efficace delle parole nell’indicare una via, il sorriso gratuito della ragazza che lo stava servendo in trattoria, l’orecchio liberato dai capelli di una sconosciuta.

Allora Riccardo dimenticava la smania di partire e si fermava in quel luogo per qualche tempo in più a coltivare come un orto la conoscenza della donna. E se, dopo tanti tentativi, sorrisi e insistenze, riusciva a invitarla nella propria tenda, immancabilmente le bisbigliava  una frase in italiano che sarebbe potuta suonare offensiva, ma non lo era: sei la più bella mercanzia del mercato. Lei, che fosse indiana peruviana o turca, non capiva una parola ma gli sorrideva per la calda armonia della sua voce. E talvolta, come a dare un seguito alle parole di lui, la donna scioglieva i nodi delle vesti a mostrare la stoffa sua più preziosa.

 

30 Risposte a “il mercato della minima gioia”

  1. Giuliana 28 novembre 2019 a 21:30 #

    Ma che meraviglia!

  2. tramedipensieri 29 novembre 2019 a 10:33 #

    Ohhhh…..la libertà! …gran bella cosa
    Ma il coraggio di lasciare tutto….chi?
    E così “ci accontentiamo” di leggere sogni che sono più che condivisi…

    complimenti Massimo
    buona giornata 🙂

    • massimolegnani 29 novembre 2019 a 22:37 #

      …di leggerli o di scriverli, quei sogni 🙂
      Buona serata a te, .marta
      ml

  3. quasi40anni 29 novembre 2019 a 11:25 #

    Mamma mia che bello Massimo! Hai la poesia nel cuore

  4. teti900 29 novembre 2019 a 11:36 #

    certo che a te quelli che prendono e partono piacciono assai:)
    e condivido. i racconti avventurosi vengono meglio prendendo spunto da quei tipi lì.
    vuoi mettere la poesia che ci sarebbe stata nel dire dello sviluppo di riccardino che entra in banca fino alla pensione?

    • massimolegnani 29 novembre 2019 a 22:40 #

      Ahah verissimo, li faccio partire spesso all’avventura:)
      Ciao Teti
      ml

  5. newwhitebear 29 novembre 2019 a 21:51 #

    molto bello questo racconto di iniziale emarginazione e di successivo riscatto. Riccardo trova le parole giuste per vedere le più preziose mercanzie delle donne.

    • massimolegnani 29 novembre 2019 a 22:43 #

      Sono convinto che qualcosa ci resta dentro dell’infanzia, anche quando ci sembra di non ricordarcene.
      Grazie GianPaolo
      ml

      • newwhitebear 29 novembre 2019 a 23:41 #

        Sicuramente restano tracce nel subconscio.
        Buona serata

      • massimolegnani 30 novembre 2019 a 20:10 #

        sono d’accordo.
        e il subconscio è un setaccio strano, trattiene dettagli che sembrerebbero irrilevanti (ma che evidentemente così non sono) e lascia passare, dimentica, ricordi ben più consistenti.
        buona serata a te

      • newwhitebear 30 novembre 2019 a 21:22 #

        verissimo quello che dici. Buona serata

      • massimolegnani 30 novembre 2019 a 23:44 #

        🙂

  6. elettasenso 1 dicembre 2019 a 19:36 #

    Bel racconto sulla trasformazione. Da dietro il vetro alla rottura del vetro. Fuori. La vita è fuori ❄😉

    • massimolegnani 2 dicembre 2019 a 12:46 #

      come sempre hai centrato il punto, bisogna rompere il vetro della campana, il mondo è fuori.
      un abbraccio, Eletta cara
      ml

  7. sguardiepercorsi 1 dicembre 2019 a 20:14 #

    Bellissimo!
    Una curiosità: la foto dal web è il mercato di Porta Palazzo a Torino?
    Ciao Massimo, è sempre un piacere leggerti… 😘

    • massimolegnani 2 dicembre 2019 a 12:48 #

      felice di trovarti qui, Chiara.
      sì, è il mercato di porta palazzo 🙂
      ml

  8. S. 2 dicembre 2019 a 16:36 #

    Bellissimo racconto Massimo, complimenti 🙂

  9. vittynablog 6 dicembre 2019 a 23:37 #

    che splendida magia hai saputo creare con questo racconto!!! Sono rapita…

    • massimolegnani 7 dicembre 2019 a 13:37 #

      Contento che tu ti sia soffermata e abbia apprezzato questo brano a cui tengo molto.
      Grazie 🙂
      ml

  10. Deserthouse 24 gennaio 2020 a 12:53 #

    bello questo racconto e sensuale alla fine. Certo il bandolo non è così facile da afferrare e tenere stretto soprattutto ma ci si deve provare

    • massimolegnani 24 gennaio 2020 a 14:45 #

      sì, non è facile trovare il bandolo della matassa che ci ha avvolto e quasi soffocato.
      per una volta ho voluto essere ottimista emi sono figurato un lieto fine 🙂
      un sorriso e un grazie per le tue letture
      ml

      • Deserthouse 24 gennaio 2020 a 15:18 #

        lo sai ti leggo piano piano ma li leggo tutti 🙂

      • massimolegnani 24 gennaio 2020 a 15:54 #

        è un onore per me questo tuo modo di leggermi
        🙂

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