la terza D

19 Lug

c.calati

 

 

Mario alla fine ce l’ha fatta. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, proprio quando pensavo che si fosse rassegnato e avevo rallentato l’attenzione, è riuscito nel suo intento. Questa è stata la sua ultima vittoria, a scorno di nemici e amici.

Di Mario ero amico dai tempi dell’oro, quando ogni affare era un successo e ogni donna una scopata. Da lui avevo imparato l’arte e gli artifici, lo stile e i trucchi a raccogliere quattrini e sesso dove gli altri non battevano che un chiodo. Con lui era sempre un’avventura, vissuta con un sottile patema da parte mia che ne godevo ma temevo l’onda lunga di creditori e mariti traditi, e con leggerezza scriteriata da parte sua che già progettava nuove scorribande in borsa o a letto mentre scappavamo con le braghe in mano, vere o metaforiche che fossero, e tanti bigliettoni stretti tra i denti.
La nostra è una vita a 3D, mi diceva spesso con un sorrisetto ironico che gli distendeva i baffi biondi ben curati. Intendeva non solo che avevamo una vita piena, a tre dimensioni, ma anche che questa pacchia non sarebbe durata in eterno. Perché se i nomi delle prime due D, donne e denaro, erano eccitanti e li gridava a squarciagola, il terzo me lo bisbigliava in un orecchio, come a prepararmi a una conclusione inevitabile, la Dannazione.
E la dannazione arrivò per lui puntuale, o forse un po’in ritardo, che già eravamo ricchi e sazi. Nessun rovescio finanziario, nessun uomo tradito pronto a ucciderci per recuperare portafogli o moglie. Fu una cosa più ambigua che si sviluppò nascosta dentro Mario, come un cancro che non vedi e che ti spolpa.
Già da tempo mi ero accorto di come l’ironia con cui era solito punzecchiare se stesso e gli altri senza fare davvero male, anzi quasi con un’indulgenza allegra, avesse lasciato il posto a un sarcasmo via via più greve, vero veleno che gli usciva di bocca per ferire me o chi altro avesse a tiro. Per sé riservava un rancore ancor più amaro, impastato di fastidio e odio. Non mi capacitavo di questa evoluzione del carattere, lui da sempre esuberante, ora era diventato taciturno. Faceva ancora affari, ancora cercava e trovava facilmente chi gli scaldasse il letto e il corpo, ma la soddisfazione a fare, qualunque fosse il fare, quella era sparita. Non mi resi conto che stavo osservando l’inizio di una spirale a scendere che, dapprima lentamente poi a precipizio, l’avrebbe avvitato su se stesso. Era l’avvitamento del biplano colpito a morte nei cieli dell’Europa in guerra. Lo guardavano da terra volteggiare in tondo con brandelli d’ala al vento, impennarsi e rigirarsi, e credevano che fosse un virtuosismo del pilota. Fino a quando non vedevano l’aereo conficcarsi con la punta nel terreno e poi sfasciarsi. Allora sbigottivano.
Il primo tentativo anche io lo scambiai per virtuosismo. Mi ero convinto che fosse riuscito ad evitare guai peggiori con l’auto che una notte si era stampata contro un palo. Poi vidi in ospedale la sua faccia insoddisfatta. Mario non sembrava uno scampato a morte certa per grazia ricevuta, piuttosto aveva l’aria di quello a cui le cose sono andate per un verso non previsto. Solo quel giorno, davanti al suo letto muto che assomigliava più a una bara che a una scialuppa, capii che per lui era arrivata una terza D, malefica e speciale, la Depressione. Lui che era stato un mattatore, ora si sentiva minimo e in sovrappiù al mondo.
Difficile da crederci, eppure…
Eppure ci riprovò subito dopo, appena rientrato a casa, e questa volta non ebbi più dubbi. Mario era davvero determinato a uccidersi, doveva essere aiutato. I soldi non mancavano né a me né a lui per ottenere le migliori cure. Lo convinsi, per quanto riluttante, a farsi ricoverare in un centro specializzato in malattie mentali.
Passi felpati, soffici moquette, minigonne da vertigine, la Clinica Il Faggeto sembrava un hotel a cinque stelle. Mentre cercavo il mio amico incrociai nei corridoi unicamente personale femminile, giovane e affabile. Di sicuro quei sorrisi e quelle scollature facevano parte della cura. Mario però, quando lo vidi, aveva l’aspetto di un recluso senza vie di fuga e senza più nemmeno la voglia di fuggire. Era vicino a una finestra e fissava il boschetto di betulle, o forse erano faggi, visto il nome. Aveva dipinta in volto un’espressione attonita e nostalgica, come stesse rimpiangendo qualcosa che non ricordava cosa fosse. Provai a scuoterlo:
Ciao Mario, hai visto quanta figa qui in giro?
Lui non si volse verso di me e se non fosse stato per la palpebra sollevatasi impercettibilmente avrei pensato che non mi avesse udito. I farmaci lo avevano intontito o forse era un’evoluzione del suo male. C’era un brutto silenzio che non sapevo come rompere. Gli passai un braccio sulle spalle a stringerlo in abbraccio, ma ebbi la sensazione di uno scricchiolio di ossa vuote. Cristo, il Mario mio non c’era più, come evaporato! Lo scossi quasi di rabbia e finalmente mi guardò. Un vetro appannato, quello sguardo, in fondo al quale mi sembrava di scorgere solo un desiderio di silenzio eterno.
Si avvicinò a noi una specie di hostess tutta in tiro, con tanto di foulard della compagnia:

Signor Clementi, la sua medicina, disse con una voce flautata che avrebbe resuscitato un morto. A Mario dovette ripeterlo due volte prima che lui porgesse meccanicamente una mano aperta e poi portasse la pastiglia alla bocca. Di guardare l’infermiera non ci pensò proprio.
Me ne andai pieno di sconforto.

Lasciai passare qualche giorno, poi tornai a trovarlo.
Gli occhi erano più vigili, quasi furbi, come il sorrisetto con cui mi accolse. Mi venne incontro e mi abbracciò. Andammo a far due passi nel parco e quando incrociammo un’infermiera, Mario mi diede di gomito:
Ehi, Giorgio, hai visto quanta figa qui in giro?
Restai di stucco, sembrava tornato il vecchio Mario.
Ripensandoci, però, c’era qualcosa di artificioso in quelle parole, come se stesse recitando la battuta esatta che io speravo di sentire da lui. Avrei dovuto essere più accorto, invece presi per buono quell’atteggiamento così uguale al tempo andato. Non chiedevo altro che di portarlo via da lì, guarito.
Sai, ti trovo proprio bene.
Sì, sto meglio, le cure mi aiutano e mi sto impegnando per uscire presto di qui.
Ti trattano bene?
Puoi dirlo. Mi pesa solo il non far niente tutto il giorno. Avrei voglia di agire.
Continua così e presto ritorneremo in pista, più forti di prima. Te lo prometto.

Mario per risposta mi diede un enigmatico buffetto su una guancia.

Anche la visita successiva confermò il progressivo miglioramento, così andai a parlare con il direttore della clinica. Questi ribadì il buon andamento del suo paziente e si dichiarò disposto a dimetterlo se mi fossi assunto il compito di tenerlo sotto controllo una volta fuori di lì. Così, d’accordo con Mario, decisi di stabilirmi per qualche tempo a casa sua.
Fu una festa venata di malinconia il ritorno a casa. C’era allegria, voglia di ricominciare a vivere, o almeno così interpretavo i suoi scoppi di euforia. Mario era frenetico, di continuo dentro e fuori dalle stanze, come a riappropriarsene, musica, televisione, fornelli accesi, voleva prepararmi lui la cena e che non fosse un piatto alla bell’e meglio. Frenetico, sì, ma ogni tanto, quando era lontano dal mio sguardo, rallentava fino a fermarsi. Cadeva un breve silenzio, poi, quando sentiva i miei passi avvicinarsi o la mia voce sondarlo con una domanda stupida, riprendeva la sua danza spavalda come caricato a molla. Chissà se mi stava ingannando con premeditazione o se quell’euforia era un sincero tentativo di normalità.
Rivedendo le cose adesso, penso che Mario non avesse mai rinunciato al suo proposito di morte, ma aspettava, seminascosto, il momento più opportuno. Eppure non mi sento ingannato da lui. Non poteva agire altrimenti. Ero il suo cane da guardia, l’unico ostacolo sul suo percorso. E come tale andavo aggirato, non raggirato.

Mario alla fine ce l’ha fatta, ma non l’ha fatta a me. Intuivo la sua sofferenza che cercava di mimetizzare dietro risate d’ordinanza. Era una pena inconfessata, per entrambi. La mia distrazione dell’altra sera forse è stato un gesto d’amicizia, non del tutto involontario.Come avessi sciolto io l’ormeggio alla sua barca che ora scivola nell’acqua scura. Non è una bara la sua barca, la guardo mentre gli altri bisbigliano preghiere, è una scialuppa che lo sta portando in luoghi più sereni.

20 Risposte a “la terza D”

  1. franco battaglia 19 luglio 2020 a 10:56 #

    Non riesco a concepire la depressione degli altri. Ed è una mancanza. perché a non concepirla non riesci neanche ad aiutare, ammesso si possa.

    • massimolegnani 19 luglio 2020 a 22:03 #

      in effetti è quasi impossibile aiutare, anche nel racconto va così.
      ciao, Franco
      ml

  2. annamariaarvia 19 luglio 2020 a 12:01 #

    Una bella storia. Mi ha tenuto con gli occhi attaccati al monitor fino alla fine.

  3. teti900 19 luglio 2020 a 16:49 #

    esistesse un interruttore avrei avuto diverse occasioni e motivi per decidere di premerlo, invece come racconti nel post, ci vuole pazienza anche per aspettare il momento giusto… e fare pure finta di pensare ad altro così eviti che ti dicano: ‘ma che dici?’

    • massimolegnani 19 luglio 2020 a 22:06 #

      sì, in questi individui c’è determinazione paziente per sottrarsi al mondo quando questo si distrae.
      buona serata, Teti
      ml

  4. Donatella Calati 19 luglio 2020 a 19:36 #

    hai scolpito Mario in 3D, sappiamo pochissimo del suo aspetto esteriore ma ne seguiamo da vicino e con partecipazione le evoluzioni del carattere in ascesa e discesa fino al crash finale. uno dei tuoi ritratti più belli, nelle sua impotente malinconia e inconfessata complicità fino all’ultimo

    • massimolegnani 19 luglio 2020 a 22:08 #

      mi ha sempre colpito il più o meno improvviso afflosciarsi di persone fino a quel momento esuberanti e di successo.
      Grazie Dona delle belle parole
      io

  5. newwhitebear 19 luglio 2020 a 21:32 #

    non so qu8anta fantasia ci sia nel racconto o quanto vissuto personale. Questo non importa, perché hai tratteggiato con maestria Mario nella sua evoluzione fino a ottenere la morte voluta e desiderata.

    • massimolegnani 19 luglio 2020 a 22:10 #

      è un racconto di totale fantasia, anche se tutti abbiamo esempi di conoscenti che hanno disegnato quella spirale a scendere.
      grazie GianPaolo
      ml

  6. Neda 20 luglio 2020 a 15:41 #

    Sì, ne abbiamo tutti di racconti come questo e non di fantasia. E non si sa mai che fare…

    • massimolegnani 21 luglio 2020 a 09:55 #

      è una triste realtà constatare quanti si sentano inadatti alla vita, spesso in modo ingiustificato.
      buongiorno Neda
      ml

  7. Miriam Sol 23 luglio 2020 a 18:03 #

    Ciao ml! Conosco da vicino persone con problemi di depressione o psichici insorti da anni, aggravati da problemi economici e dall’impossibilità di curarsi, se non affidarsi a psicologi e psichiatri del servizio nazionale (che magari sono bravi ma sovraccarichi di lavoro, in ogni caso non te li scegli) o essere ricoverati in ospedale forzatamente. A volte l’angoscia non viene mimetizzata ma comunicata forse con la speranza di ricevere aiuto, ma è davvero difficile aiutare. La storia che tu racconti è totalmente diversa, la persona in questione è ricca, ha successo, potrebbe curarsi e ha di fianco un amico, a quanto pare non una famiglia. Sembra quasi che Mario percepisca lo svuotamento di senso della sua vita, ciò che prima rincorreva non gli interessa più, ma non riesce a trovare un altro orizzonte, nemmeno lo cerca. C’è un’incrinatura, qualcosa che non si sana e una tremenda solitudine. Ci sono anche suicidi così, morti che non si riescono a spiegare e a frenare,anche perché il motore interno che ci tiene vivi , che ci fa venir voglia di continuare, è misterioso e non basta l’interruttore della volontà per farlo ripartire, anzi a volte l’unica volontà che rimane è quella di morire come nel protagonista del racconto. Racconto che mi ha molto coinvolto; devo dire che fin dalle prime tre righe avevo capito quale era il finale ma questo non ha tolto nulla al coinvolgimento nella storia, anzi, forse nel continuare speravo che l’epilogo potesse essere diverso. ed era motivo di più per continuare a leggere.
    Bravo ml! Ciao!

    • massimolegnani 23 luglio 2020 a 21:29 #

      cara Miriam, grazie per la tua sentita analisi che condivido in pieno.
      ho volutamente scelto un personaggio che non aveva problemi economici, al contrario era ricco e all’apice del suo personalissimo successo, per rimarcare che la depressione non è una disperazione dettata da fatti contingenti ma qualcosa di più profondo e intimo (“il motore che ci tiene vivi” misteriosamente si inceppa). Molti anni fa mi aveva colpito la notizia che Gassman nel pieno della fama, lui così esuberante e vitale, soffriva di devastanti crisi depressive. Forse sono partito da lì per scrivere questo racconto.
      un abbraccio
      ml

  8. Luigi Catillo 15 agosto 2020 a 21:55 #

    Molto toccante! Ti auguro una buona serata Massimo! 🙂

    • massimolegnani 15 agosto 2020 a 23:14 #

      grazie per l’apprezzamento e per l’augurio che ricambio, Luigi
      🙂
      ml

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