una storia cilena

30 Lug

c.calati

 

 

La luce nel locale si diffonde a macchie, come faticasse a conquistare spazio al fumo e al pulviscolo che aleggiano nell’aria.

Ricardo Reis siede al suo tavolo in un alone di penombra. Ha un berretto tondo calcato in testa da cui spuntano sui lati e sulla nuca pochi capelli, grigi e sottili, come una lanetta. Infinite piccole rughe attorno agli occhi sembrano le tacche che la costanza di un ergastolano ha segnato sul muro. La barba è trasandata, tra le labbra ha un mozzicone spento come un delinquente, ma in volto l’espressione è così mite che non ti fa paura nemmeno il coltellaccio insanguinato che tiene tra le mani. Più che un assassino sembra un uomo sereno, forse buono, come ce ne sono pochi. E ti vien voglia di sederti con lui al tavolo e chiedergli che cosa hai combinato, Ricardo?, con l’affetto di un fratello, anche se non sai nemmeno chi egli sia.
– Ora non mi resta che aspettare. Da Valparaiso la polizia impiegherà ore ad arrivare. Offrimi una birra, amico, che intanto ti racconto.
Così ti alzi e vai al bancone dove però non c’è nessuno. Lasci qualche spicciolo sul banco e raccatti due lattine. Ricardo beve con avidità a estinguere un’arsura intima.
– Tu la conosci Regina, la padrona di questa bettola? Chissà cosa l’aveva spinta anni fa ad aprire un locale in un posto sperduto come questo! Non gliel’ho mai chiesto, forse era di suo padre, quando la miniera offriva ancora vita, e a volte regalava morte. Sono capitato qui per caso. Mi erano venuti a noia il mare e la costa sconfinata, interminabile sia che puntassi a sud sia che mi spingessi a nord, così avevo cominciato a girare i paesi dell’interno, la fisarmonica a tracolla, le Ande a porre un limite ai miei occhi; mercati, chiese, locande, ogni luogo era buono per suonare e cavarne da campare. Sono entrato qui un pomeriggio dopo un cammino fatto di polvere e di vento. Mi sono seduto e ho attaccato con la musica. C’era poca gente e quella poca non badava certo a me, non mi sarei arricchito quella sera. Lei non ricordo se stava dietro al bancone o nel retrobottega, non l’avevo proprio notata, strano, perchè io per le donne belle ho un’attenzione naturale. Fatto sta che me la sono trovata davanti con un boccale in mano, “questo è per te, bevi alla mia salute e torna a suonare quando vuoi.” Il tempo di alzare lo sguardo per vederla in faccia e già ero costretto a guardarle il culo, non che mi dispiacesse, che ormai si stava allontanando. Questo è diventato il mio tavolo e questo è diventato il mio ritorno, se sai cosa voglio dire. Sì, il luogo a cui pensare mentre battevo il Cile in lungo e in stretto per sagre e fiere, il posto dove la nostalgia mi riportava sempre. I primi tempi capitava che, mentre suonavo per i pochi avventori che avevano voglia di sentirmi, Regina scivolasse nel retrobottega con un uomo, quando gli affari andavano male o semplicemente quando le piaceva.

Una sera Regina mi ha chiesto di salire a suonare da lei. Regina mi coglieva sempre impreparato, nessuno era mai salito nelle sue stanze. Emozionato attacco un motivo sui tasti, piegando il capo sulla fisarmonica e chiudendo gli occhi a trovare la concentrazione, sai, stavo suonando per lei. Quando riapro gli occhi lei è lì nuda che mi aspetta, immagina il mio stupore.

Fai l’amore come suoni” mi disse dopo la prima volta e io che suonavo a orecchio, musica imparata in mezzo ai pesci, ci rimasi male. Idiota che sono, ho impiegato del tempo per capire. Sì, sono salito altre volte prima di capire che erano parole da una volta sola nella vita, che non aveva importanza quanto bene o male suonassi, ma come. E io forse con lei suonavo d’anima, se riesci a capire cosa voglio dire. Ero l’unico a salire di sopra e divenni anche l’unico uomo di Regina, senza che ci fossimo scambiati una promessa. E io che non sono bravo con le parole le dicevo “tu sei la mia fisarmonica” e ogni tanto mi facevo ardito e storpiavo la parola, che avesse più significato, se intendi, amico, che cosa le dicevo, che non volevo essere volgare, ma sincero. Perchè Regina era così.-

Finora hai ascoltato in silenzio il fluire lento delle parole di Ricardo che ogni tanto si prende lunghe pause come perso tra pensieri e nostalgia. Ma ora vorresti fargli fretta, perchè vuoi sapere cosa è successo e ti guardi intorno e vorresti incontrare gli occhi della regina sconosciuta che… Ma non c’è traccia della donna nel locale. E ti ronza un dubbio molesto, che quasi non hai il coraggio di chiedere:
– Ricardo perchè dici “era”? Regina è morta? L’hai uccisa tu?
– Io uccidere Regina? Ma allora che ti parlo a fare? Come posso spiegarti quel che è successo se non hai capito chi è per me Regina?
Ricardo tace, scuotendo la testa. Rigira tra le mani quel coltello come un oggetto estraneo e poi lo stringe forte come a volerci imprimere le impronte.
Gli offri un’altra birra e aspetti che la voglia di dire abbia il sopravvento sul timore di non essere compreso.
– Non ero triste quando partivo per i miei giri perchè me la portavo dentro e quando ritornavo da lei, beh, lei fingeva che fosse nulla il mio ritorno. Mi portava la birra come a un cliente, la sbatteva sul tavolo con un rumore secco senza guardarmi in faccia, e poi da dietro il banco sembrava che nemmeno ascoltasse la mia musica, e le prime volte a me prendeva la rabbia. Mi prendeva la rabbia dell’escluso e poi lo stupore bello, ogni volta che arrivava un segno a svelare intesa. Ma qualche volta per tutta la sera neanche un gesto. Ed era stupendo, ormai avevo imparato, significava che non poteva, che era troppo il desiderio, che se solo ci pensava sarebbe esplosa e io seguivo i suoi movimenti irrequieti, la fretta nel servire che si sbrigassero a bere e andare. E quando anche l’ultimo ubriacone era uscito dal locale, chiudeva la porta a chiave, mi veniva incontro muta sulle ultime mie note sbigottite, sollevava la gonna e si calava a cavalcioni su di me, senza sfilarmi la fisarmonica. E fissandomi negli occhi mi prendeva. Perchè era sempre lei che prendeva me.
Che carattere, Regina!
E come teneva a bada gli uomini, che le potevano dire di tutto, ma mai mancarle di rispetto nell’essenza, che allora diventava feroce nelle parole e nelle mani. Le ho visto spaccare una bottiglia al banco e minacciare con i cocci chi s’era allargato troppo. Mai avuto bisogno che la difendessi, io suonavo e vedevo i suoi sorrisi e i suoi rifiuti, entrambi privi d’incertezze, suonavo e la sentivo ridere di cuore e di cuore raffreddare chi aveva troppo fuoco. Mai avuto bisogno di difenderla, fino ad oggi, quando è arrivato quel bastardo. Il locale era vuoto e lui già ubriaco. Voleva farsela, perchè già un tempo l’aveva avuta, pagandola. Regina ha tagliato corto dicendogli che non era più cosa, di lasciarla in pace. E lui a sbraitare che le puttane restano puttane a vita. Era un bestione, il doppio di lei, l’ha picchiata all’improvviso e l’è saltato addosso a prendersi quello che voleva. Questa volta Regina non poteva difendersi da sola. Ho afferrato un coltello che era sul bancone e l’ho ficcato nella schiena a quel bastardo. Ce ne ha impiegato di tempo per morire, affogando nel suo sangue, ma non mi ha fatto pena.-

Di nuovo tace Ricardo e ti scruta ansioso, aspetta il tuo giudizio, come un attore alla prima audizione scruta lo sguardo del regista, dalla cui approvazione dipende il suo futuro. E tu gli guardi i vestiti privi di macchie di sangue e le mani piene d’imbarazzo a star vicine a quel coltello, gli guardi gli occhi che sono troppo limpidi e il volto che non ha la cattiveria necessaria per uccidere. Gli sfiori un braccio, con l’affetto di chi ha compreso.
– Perché non sei fuggito con Regina?
– Sarebbe stata un’ammissione di colpa per entrambi e io non voglio che Regina…
– Però così tu pagherai per tutti e due. I poliziotti non ti faranno tante domande, a loro basta avere un colpevole. Ma tu sei convinto di quello che stai facendo?
– Sì, amico, non ho dubbi.
– Anch’io non ho più dubbi su quello che è successo.

-Vuoi dire che mi credi?

-Voglio dire che non ti credo. Tu hai la stoffa di un poeta più che di un assassino. Ma a loro andrà bene così come l’hai raccontata a me.

 

Ti allontani dopo un abbraccio malinconico, per te la storia di Ricardo è già scritta.Regina avrà il regalo di una vita, forse se lo merita.

 

32 Risposte to “una storia cilena”

  1. le hérisson 30 luglio 2020 a 09:35 #

    brivido!

    • massimolegnani 30 luglio 2020 a 13:50 #

      d’estate un brivido non fa neanche male 🙂
      grazie Herisson
      ml

  2. Walter Carrettoni 30 luglio 2020 a 11:00 #

    Bravo.

  3. teti900 30 luglio 2020 a 12:02 #

    beh, in fondo è legittima difesa…

    • massimolegnani 30 luglio 2020 a 13:57 #

      vero, ma Ricardo non fidandosi della giustizia cilena (una donna che uccide per difendersi da uno stupro è sospetta, indagherebbero sui suoi trascorsi non proprio virginali, farebbero mille distinguo e l’esito finale del giudizio sarebbe incerto…un po’ come capita(va) da noi) ha preferito accollarsi il delitto in prima persona.
      ciao Teti
      ml

  4. vittynablog 30 luglio 2020 a 14:42 #

    Questo è un amore senza confini…. bellissimo racconto, grazie!!! ❤

  5. newwhitebear 30 luglio 2020 a 16:15 #

    un bel racconto che si snoda lieve e sonnolento ma che tiene desta l’attenzione del lettore.
    Bravo come sempre.

  6. flampur 30 luglio 2020 a 17:58 #

    Ma se dico che ci scorgo tracce baricchiane ti offendi? Complimenti.. teso e tenero..

    • massimolegnani 30 luglio 2020 a 18:34 #

      assolutamente no, Baricco mi piace (quasi sempre)
      quindi, onorato 🙂
      ciao Franco
      ml

  7. Bloom2489 31 luglio 2020 a 18:57 #

    Poverino però… 😦

    • massimolegnani 1 agosto 2020 a 11:50 #

      eheh, ma a Ricardo è sembrata un’occasIone per rendere a Regina il bene ricevuto 🙂
      Ciao Bianca
      ml

      • Bloom2489 1 agosto 2020 a 17:46 #

        Si certo, è che in questo periodo della mia vita sto valutando fin dove è giusto dare la propria vita per qualcuno…

      • massimolegnani 1 agosto 2020 a 20:57 #

        comprendo la domanda che ti fai, in fondo guardi l’altra faccia della stessa moneta.
        io mi ero chiesto se esistessero uomini (intesi soprattutto come genere) capaci di provare riconoscenza, concreta e assoluta, per una donna. E attorno a questo ho voluto costruire una storia “estrema” e ottimistica 🙂

      • Bloom2489 1 agosto 2020 a 21:54 #

        Sicuramente allora ha funzionato l’intento perché la storia, almeno a me, ha lasciato questo interrogativo.
        Comunque mi ha ricordato la puntata di una serie americana che parla di una sezione speciale del servizio postale USA che si occupa di recapitare le lettere perdute. Quella volta di trattava della lettera di un tipo proprio come Ricardo che aveva una relazione proprio come questa, però la guerra o forse altro aveva costretto lei a chiudere il bar e trasferirsi. Lui l’ha aspettata per trent’anni suonando tutti i giorni sulle scale di un monumento sperando che un giorno tornasse. Alla fine lei viene ritrovata e si reca su quelle scale. Ora che ci penso le due storie non sono troppo differenti, insomma è anche quello un sacrificare la propria vita (il luogo è più piacevole)

      • massimolegnani 1 agosto 2020 a 22:27 #

        non ho visto la serie di cui parli, per cui vado un po’ a naso: ho la sensazione che nè Ricardo (e qui gioco in casa) nè il protagonista televisivo (e qui immagino) pensino che stiano “sacrificando” la propria vita, per loro è una scelta istintiva e in qualche modo obbligata, non potrebbero comportarsi altrimenti.

      • Bloom2489 1 agosto 2020 a 23:01 #

        Si certo, dal loro punto di vista non è un sacrificio, da fuori però ci si chiede quanto la scelta sia consapevole e accettata.

      • massimolegnani 1 agosto 2020 a 23:20 #

        il dialogo finale del racconto vorrebbe proprio mostrare la consapevolezza e la determinazione di Ricardo che ha valutato ed escluso le altre possibilità.
        da fuori può risultare assurdo il suo comportamento, pagare con anni di carcere qualche notte d’amore con una dal passato non certo immacolato, ma lui ha una valutazione differente di Regina e di ciò che lei gli ha fatto vivere.

      • Bloom2489 1 agosto 2020 a 23:27 #

        Si, si comprende come lui vede la cosa come un naturale prosieguo e sembra che sappia qualcosa, che veda qualcosa che nessuno riesce a vedere.

      • massimolegnani 1 agosto 2020 a 23:37 #

        condivido la tua definizione e il fatto è che in realtà (la realtà della finzione) lui vede ciò che vedono gli altri, non ci sono fatti segreti, ma sono diversi gli occhi (e il cuore) di Ricardo 🙂

      • Bloom2489 1 agosto 2020 a 23:48 #

        No non intendo fatti segreti, ma qualcosa che riguarda se stesso, la propria vita, il suo prosieguo…

      • massimolegnani 1 agosto 2020 a 23:57 #

        io l’ho immaginato poco più di un vagabondo, un artista da strada si direbbe adesso, con la dote della musica imparata chissà dove, abbastanza soddisfatto della propria esistenza, in pace con se stesso, voglio dire non era uno intimamente inquieto che senta quasi il bisogno di un castigo.

      • Bloom2489 2 agosto 2020 a 00:49 #

        Oppure una persona che si sente sempre in colpa per ogni male del mondo. Però è vero, Ricardo non è né inquieto né depresso 🙂

      • massimolegnani 2 agosto 2020 a 10:23 #

        giusto 🙂

  8. cuoreruotante 1 agosto 2020 a 17:59 #

    Il potere dell’amore… grazie per questa dolcissima e tristissima storia

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