Calfosch

16 Ago

g.gunda

 

 

Il paesetto era un incrocio di lingue, tutte locali, una piccola babele in cui i valligiani sembravano muoversi a loro agio. A lui si rivolgevano in italiano mentre tra loro usavano indifferentemente il tedesco o il ladino, e a volte gli era parso che parlassero un dialetto ancora diverso, che forse era la sintesi dei due precedenti. Anche le insegne dei negozi e i cartelli stradali erano ripetuti nelle tre lingue, il nome stesso del paese prevedeva la triplice dizione applicata pedantemente persino sui segnavia in legno lungo i sentieri che dall’abitato si distribuivano in ogni direzione, chè in ogni direzione c’erano boschi da attraversare, cascate da raggiungere, rocce su cui inerpicarsi.

A Camillo non dispiaceva questa particolarità della valle che costituiva una minoranza etnico-linguistica all’interno di un’altra minoranza assai più ampia, insomma gli sembrava un gioco divertente di scatole incastrate una nell’altra, cinesi forse. Lui stesso era una minoranza in albergo, dove prevalevano turisti tedeschi e inglesi, e questo lo faceva sentire simile e vicino agli abitanti del luogo. Quello che invece gli dispiaceva era il non aver ancora individuato il cuore antico del paese, il nucleo storico che pure doveva esistere da ben prima dell’avvento del turismo. Lui era circondato da costruzioni relativamente moderne, tutte rigorosamente in stile altoatesino, facciate candide, balconi in legno, profusione di gerani, tetti come cappelli calcati sulla fronte, ma comunque troppo nuove per il suo gusto, le più vecchie risalivano al massimo a metà del novecento.

Dov’erano le case di un tempo, i masi contadini e le abitazioni eleganti dei più abbienti, dove la chiesa, dove il municipio?Possibile che fosse scomparsa ogni traccia di antico?

Domandò, gli rispose il gestore dell’albergo, sì, esisteva un paese vecchio, poca roba, disse quasi a scusarsi, ma era situato un poco più in alto e spostato rispetto alle nuove case, appena oltre quel dosso, e indicò una strada che scavalcava una gobba della collina.

Quella sera stessa Camillo si avviò per la strada in salita. Non un lampione che invitasse al cammino, non una persona che si avventurasse per quella via. Superato il dosso lo vide: poca roba, in effetti, ma a lui sembrò subito tanto. Non mancava nulla di ciò che avrebbe voluto vedere, una staccionata vetusta che limitava un prato scosceso e faceva da parapetto alla vista sulla valle, un vecchio casolare che sfruttava sapientemente la pendenza del terreno, la parte superiore, a livello della strada, in legno scurito dalle intemperie, era fienile e stalla, la parte inferiore, in pietra, dava sul prato ed era adibita ad abitazione civile, poco più in alto un semicerchio di case dall’aspetto tuttora dignitoso e, dietro a queste, altre piuttosto malandate solcate da stretti vicoli in terra battuta che odoravano di muffa e di rancido (ma Camillo annusava quell’aria stantia come se in essa cercasse, e trovasse, tracce di odori più nobili). E, al centro di questo schieramento di antichi edifici, belli e meno belli, la vecchia chiesa parrocchiale, bianca, squadrata, severa, sormontata da un campanile tozzo che stranamente partiva dalla navata e non di lato all’edificio. Un recinto in ferro battuto delimitava l’area sacra e un unico riflettore proiettava dal basso verso la chiesa una luce fredda, spettrale. Camillo varcò il cancelletto e fu come entrare in un’altra dimensione: a ridosso dei muri della chiesa vi erano le tombe di un piccolo cimitero di montagna, tombe senza sfoggio di marmo, la pietra stessa ridotta all’essenziale, una croce in ferro, un cero, qualche fiore, il resto era prato sulle sepolture a creare fratellanza tra un defunto e l’altro. E tutti, agli occhi di Camillo, costituivano quel cuore antico del luogo che aveva cercato con ostinazione.

Si accorse che il riflettore proiettava la sua ombra contro il bianco del muro. Lui, ombra tra le tombe, si sentì una sorta di ponte tra il passato e il presente. E non era un pensiero lugubre il suo, anzi gli sfuggì un sorrisetto soddisfatto mentre usciva dal recinto.

g.gunda

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30 Risposte a “Calfosch”

  1. attornoallago 16 agosto 2020 a 21:46 #

    Luoghi meravigliosi che conosco bene!

  2. Berica 17 agosto 2020 a 13:27 #

    Colfosco in val Badia!

  3. vittynablog 17 agosto 2020 a 16:20 #

    Che bel racconto! E’ bello quando ci si sente parte del terrotorio, come quando si ritrovano le proprie radici ❤

    • massimolegnani 17 agosto 2020 a 22:54 #

      ecco, c’è universalità nelle radici, Camillo cercava quelle del paese e indirettamente è come avesse trovato anche le proprie.
      grazie Vitty
      ml

  4. newwhitebear 17 agosto 2020 a 20:40 #

    hai descritto benissimo un paesino dell’Alto Adige, dove il tedesco è un lontano parente del tedesco studiato a scuola. Sanno parlarlo quello vero, ma tra loro usano questo dialetto. Se l’area è ladina, allora la babele diventa come la descrive Camillo.
    Grandi ricordi hanno suscitato questo racconto di Camillo.

    • massimolegnani 17 agosto 2020 a 22:57 #

      sì, una babele la val Badia dove loro, i locali, tra loro si intendono benissimo, qualunque lingua utilizzino 🙂
      Grazie GianPaolo
      ml

      • newwhitebear 18 agosto 2020 a 15:12 #

        aver abitato per tre anni a Bolzano partecipando alla vita cittadina mi ha permesso di capire il senso del post.
        Il loro tedesco può mettere in difficoltà anche un tedesco originale. A volte quando parlavano, faticavo a capire il senso delle parole, eppure conoscevo il tedesco parlato e scritto – lavoravo per un’azienda tedesca e avevo frequenti contatti con la casa madre.

      • massimolegnani 18 agosto 2020 a 17:34 #

        deve essere stato interessante vivere a lungo in altoadige non da turista

      • newwhitebear 18 agosto 2020 a 18:02 #

        Sì, in effetti sono stati tre anni splendidi.

      • massimolegnani 18 agosto 2020 a 20:10 #

        immagino 🙂

      • newwhitebear 18 agosto 2020 a 20:40 #

        ciao

      • massimolegnani 18 agosto 2020 a 21:04 #

        ciao a te

  5. Bloom2489 17 agosto 2020 a 22:35 #

    E al ritorno a Camillo è parsa diversa la zona ‘nuova’? Io penso di sì…

    • massimolegnani 17 agosto 2020 a 23:00 #

      lo penso anch’io 🙂
      ora che ha visto la parte vecchia, la nuova gli sembrerà ancor più artificiosa, per quanto ben curata e in stile.
      ciao Bianca 🙂
      ml

      • Bloom2489 17 agosto 2020 a 23:09 #

        Ma anche il tizio che dice “poca roba”… Si è perso qualcosa di profondo oltre la staccionata
        Ciao!

      • massimolegnani 18 agosto 2020 a 00:02 #

        vero 🙂

  6. Neda 18 agosto 2020 a 09:50 #

    Buongiorno “Camillo”…grazie per il tuo bel racconto e per le immagini suggestive.

    • massimolegnani 18 agosto 2020 a 12:03 #

      “Camillo” ringrazia te per la tua condivisione
      buona giornata Neda 🙂
      ml

  7. silvia 19 agosto 2020 a 16:14 #

    ci sono stata un paio di anni fa, molto bello come tutte le dolomiti ma troppo turistico per i miei gusti, troppa gente, ricordo una camminata lungo il fiume che sembrava di partecipare a una processione … quel che mi stupì favorevolmente, un giorno, fu di entrare in un negozio di sport e sentire le commesse giovanissime parlare tra loro in ladino … da noi i giovani non parlano il dialetto.

    • massimolegnani 19 agosto 2020 a 17:54 #

      sì, troppo turistico, “affollato e “finto” per quanto bello, per questo Camillo cercava il luogo autentico, appartato.
      ciao Silvia
      ml

  8. elettasenso 19 agosto 2020 a 17:15 #

    Bellissima la penultima fotografia

    • massimolegnani 19 agosto 2020 a 18:07 #

      sì, delle tre è la migliore, con la montagna che incombe sulla chiesa.
      un sorriso Eletta cara
      ml

  9. Giorgio Giorgi 21 agosto 2020 a 20:06 #

    Bellissimo racconto! C’è tutta l’anima dell’alto Adige che io adoro. Una cultura contadina ricchissima di miti, riti e tradizioni. Un’identità che hanno conservato nonostante tutto.

    • massimolegnani 22 agosto 2020 a 14:58 #

      grazie!
      quello che cercava (e ha trovato) Camillo aldilà della bellezza patinata di facciata è proprio ciò che descrivi, l’anima autentica e un poco stropicciata della valle, il dialetto, il cimitero, i vecchi masi.
      buona giornata, Giorgio
      ml

  10. Sabina_K 7 settembre 2020 a 13:09 #

    Hai chiuso in modo ineccepibile questo post con l’accenno/visione dell’ombra di Camillo: l’ombra come segnale, che lo posiziona quale “ombra in vita” tra “le ombre dei morti”.
    L’ombra qui diviene un pass-partout, una sorta di lasciapassare, il simbolo di uno stato ibrido e transitorio.
    E’ una sorta di parola chiave nella lingua di scambio tra vivi e morti- visto che di lingue diverse si parla- un lampo visivo direi, che unisce Camillo ai trapassati attraverso il (di)segno grafico dell’ombra.

    • massimolegnani 7 settembre 2020 a 17:00 #

      bellissimo il tuo commento che pone l’accento su un passaggio del racconto a cui tenevo molto, l’ombra come punto di contatto tra i vivi e i morti.
      grazie per le tue parole, felice di averti ritrovata qui, Sabina.
      ml

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