l’umiltà della pietra

29 Set

c.calati

Tutto era nato da un errore, quello che chiamiamo il caso della vita.

Camillo avrebbe dovuto recarsi per lavoro alla diga in costruzione in Valle Anzasca per verificare una spesa per il calcestruzzo che non gli tornava (ragioniere nella ditta appaltatrice raramente si muoveva dal suo ufficio, questa volta però doveva controllare sul posto quantitativi e spese) ma incredibilmente, fidandosi della sua  memoria distratta e diffidando del navigatore, aveva imboccato una valle sbagliata, vicina e parallela all’altra. Aveva impiegato parecchi chilometri ad accorgersi dello sbaglio. Invertita la direzione, si era messo a guidare a una velocità per lui sconsiderata per recuperare il tempo perso, ma dopo poco aveva nuovamente inchiodato la macchina. Fatta una breve retromarcia,  si era fermato davanti a una casupola che occhieggiava solitaria, un centinaio di metri lontana dalla strada, ai margini di un boschetto. Era una costruzione spartana in pietra, vecchia di uno due secoli ma dall’aspetto ancora solido. Camillo ne era rimasto affascinato, sarebbe voluto scendere dall’auto, andare ad ammirarla da vicino come si fa di fronte a un’opera d’arte, sfiorare quei semplici muri, toccare la patina di muschio che la ricopriva, immaginare la sua storia, ma l’appuntamento di lavoro incombeva, così si era limitato a scattare alcune foto col cellulare ed era ripartito.

Tutto era nato da un errore e tutto sembrava essere morto lì, perché Camillo si era presto dimenticato del vecchio rustico su cui pure aveva fatto qualche sogno fugace. Poi un giorno gli capitarono sotto gli occhi le foto che aveva scattato. Era un giorno balordo, di quelli malinconici che ti prendono alle spalle, dove niente di quello che fai sembra avere senso e dare soddisfazione. Forse per questo Camillo fissò le foto con una sorta di nostalgia, come se quelle quattro pietre che erano state  posate con perizia tanto tempo addietro potessero costituire un’alternativa alla sua situazione attuale.

Uscì prima del solito dall’ufficio e guidò veloce verso la valle “sbagliata”, come avesse un appuntamento. Nulla era cambiato, la casetta dagli angoli solidi, la finestrella con la grata, l’uscio di legno massiccio, l’albero che con i suoi rami sembrava proteggerla dalle intemperie, la betulla a incorniciarla sull’altro lato, il prato incolto, sul davanti, la boscaglia informe, sul retro, ogni cosa, ogni dettaglio sembrava fosse lì ad aspettarlo. Camillo trasse un sospiro di sollievo e si accostò alle pietre, ne ammirò l’incastro perfetto, accarezzò la loro ruvidezza, ne annusò l’odore antico, altro che il Duomo di Milano, pensò, altro che la prosopopea del marmo, è nell’umiltà della pietra la vera arte del passato.

A cena ne parlò con Irene, non le mostrò le foto ma le descrisse con entusiasmo la suggestione del luogo e il proprio rapimento per quella semplice costruzione. Ne ricevette in cambio una condivisione piuttosto tiepida. Lui non si preoccupò, aveva già deciso i passi successivi. Andò nel paese-capoluogo della valle, si informò in comune chi fosse l’attuale proprietario, un contadino del luogo, lo rintracciò e in pochi giorni si accordò con lui sull’acquisto.

Solo allora accompagnò Irene a vedere quella che stava per diventare la sua nuova proprietà.

Dovremo trovare un buon architetto che renda abitabile questo rudere, magari dopo averlo demolito e ricostruito riutilizzando le stesse pietre in una struttura più ampia e funzionale, disse la donna, rimanendo guardinga sulla porta.

Camillo fu drastico: non toccheremo nulla. Basterà un muratore esperto che verifichi la tenuta dei muri e delle assi del pavimento e provveda eventualmente a minimi interventi.

Assurdo, sbuffò lei. Non ci sono né luce né acqua corrente. Non c’è un cesso, nemmeno alla turca, cazzo!

L’uomo allora precisò il suo pensiero: queste pietre hanno senso solo se le rispettiamo, dobbiamo essere noi ad adattarci ad esse, non il contrario. Altrimenti diverrebbe tutto una finzione, una pagliacciata.

La distanza tra le intenzioni di Irene e le idee  di Camillo era incolmabile. Fu chiaro che a quelle condizioni lei non ci avrebbe mai messo piede.

Una brandina, un saccoapelo , un tavolo, una seggiola, due lampade a petrolio, qualche libro, qualche attrezzo da giardino e delle provviste alimentari furono le prime cose che portò nel rustico. Poche altre ne seguirono perchè Camillo nel frattempo aveva scoperto il fascino della frugalità, il piacere sottile di decidere che cosa fosse davvero necessario, la soddisfazione nello scartare con facilità molti oggetti che aveva sempre ritenuto indispensabili.

20 Risposte a “l’umiltà della pietra”

  1. ilmestieredileggereblog 30 settembre 2020 a 00:49 #

    A volte sembra proprio che siano le case a scegliere i proprietari, anziché il contrario….

  2. teti900 30 settembre 2020 a 07:06 #

    abitando un luogo zeppo di muretti a secco e case simili a quella penso spesso alle abilità ‘comuni’ degli umani ‘antichi’… oggi se viene giù una pietra da un muretto non siamo neanche capaci di rimetterla sù in sicurezza e trovare esperti di quell’arte è un’impresa difficile, costosa e, spesso, fallimentare…
    ai tempi, si racconta che nel risalire dalla città ciascuno si caricasse in spalla i massi trovati lungo i sentieri scegliendo tra quelli che a occhio si stimava fossero adatti e si adattassero meglio a quelli già posizionati.
    un lavoro immane che le pietre sembrano ricambiare resistendo più tenacemente di altre costruzioni più recenti e allo stesso emanando un fascino che cattura e riluce anche e nonostante le intemperie e l’abbandono…

    • massimolegnani 30 settembre 2020 a 08:50 #

      condivido il tuo pensiero e la tua ammirazione per la maestria degli antichi. Ci vogliono occhio e talento nell’incastrare una sull’altra pietre assai diverse tra loro. Giustamente i muretti a secco sono diventati patrimonio dell’umanità (ricordo un tuo sostanzioso articolo su questo)
      ciao Teti 🙂
      ml

  3. Walter Carrettoni 30 settembre 2020 a 13:41 #

    Ecco, ci vado io a vivere con Camillo. Porto il sacco a pelo. E basta.

    • massimolegnani 30 settembre 2020 a 15:35 #

      camillo sarà contento di avere un compagno altrettanto spartano.
      ciao Walter 🙂
      ml

  4. Franco Battaglia 30 settembre 2020 a 14:10 #

    La casina mi sembra davvero meravigliosa, poi come scusa iniziale per liberarsi di una moglie rompiballe.. ancora più utile, oltre che umile!!

    • massimolegnani 30 settembre 2020 a 15:39 #

      eheh, umile e utile!
      sai che ho pensato a te mentre pubblicavo la foto? mi ero accorto che nel margine superiore compariva un cavo orizzontale e mi sono ricordato di un tuo cazziatone per un’analoga svista in un’altra mia foto 🙂
      ciao Franco
      ml

  5. newwhitebear 30 settembre 2020 a 17:06 #

    Irene guarda alla mdernità e alle comodità, Camillo ai suoi sogni e alla semplicità delle cose. Due mondi inconciliabili e così è stato.
    Bello

    • massimolegnani 30 settembre 2020 a 17:39 #

      esattamente così, Irene non rinuncia alle sue comodità, Camillo non rinuncia alla sua utopia.
      grazie GianPaolo, mi fa piacere ti sia piaciuto.
      ml

  6. elettasenso 1 ottobre 2020 a 12:33 #

    Esattamente quello che penso io: rimango sempre incantata davanti a pietre che “parlano”: di storie e vite. Lontanissime dai grattacieli lucidi di Milano. Ruderi caldi

    • massimolegnani 1 ottobre 2020 a 14:31 #

      condividiamo, io e te, la medesima passione per le antiche pietre, preziose davvero perchè ci parlano e ci danno calore.
      un sorriso Eletta cara
      ml

  7. pino 1 ottobre 2020 a 13:26 #

    Quanto mi piace quella casetta di pietra in mezzo al bosco! Mi manca solo il coraggio – quello che invece ha trovato Camillo – per fuggire dal mondo e dalla tecnologia e dalle macchine e dai rumori sempre più invadenti, e ritirarmi come un eremita in un posto simile. Resto sempre affascinato quando mi trovo al cospetto di questi manufatti costruiti con una tecnica semplice e sopraffina, solo apparentemente primitiva, frutto di antica sapienza e del lavoro caparbio e certosino dei nostri contadini, spariti o inglobati nella civiltà dei consumi. Tra una casupola, come quella da te riportata, e un grattacielo di cento piani io non ho dubbi: scelgo la prima. E come un novello Thoreau, ci porterei tre seggiole: una per la solitudine, due per l’amicizia e tre per la compagnia. 🙂 Un caro saluto

    • massimolegnani 1 ottobre 2020 a 14:35 #

      ho subito la tua medesima fascinazione quando l’ho vista dal vivo. Trovo che, per tipi come noi, le sue pietre emanino un’attrazione irresistibile. Ho incaricato Camillo di rappresentare e realizzare quella che per noi resterà sempre un’utopia.
      grazie Pino delle belle parole.
      ml

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