un viaggio a nord del cuore

16 Ott

                           

Capitava lì non più di una volta ogni due o tre anni, portatovi dal caso, così almeno gli sembrava, come un relitto che cavalca inconsapevolmente l’onda fino a riva. Altri avrebbero scritto andava in vacanza una volta ogni tanto. E avrebbero sbagliato. Una vacanza è qualcosa di pianificato, richiede una meta e un programma di viaggio, tutte cose che Camillo evitava accuratamente, perché lui aveva innanzitutto bisogno di ingannarsi: tutto doveva succedere per caso.

E succedeva che Camillo ciclicamente si smarrisse: si perdeva nella ragnatela del quotidiano, come un ragno, appunto, che s’ingarbugli nella propria tela. Allora gli divenivano insopportabili i gesti di ogni giorno, rinunciava al caffè di metà mattina per non subire le chiacchiere del bar, cercava percorsi alternativi verso la sua bottega per sottrarsi all’ovvietà dei luoghi, si chiudeva in un mutismo ostinato anche con i clienti, limitandosi a qualche gesto con le mani, un cenno del capo, un sospiro. Resisteva qualche giorno, ma alla fine bastava una frase incauta, di quelle con risposta pagata, un che dici, Camillo, pioverà nel pomeriggio? oppure vi hanno regalato un rigore, sei d’accordo?, parole dette da qualcuno tanto per ciarlare, perché lui sbottasse. Nel più assoluto silenzio, naturalmente.

Allora andava al negozio, non tirava su la serranda ma ci appiccicava sopra un biglietto con scritto in pennarello nero CHIUSO.

E già si sentiva più leggero.

Tornava a casa, buttava quattro cose in valigia e si precipitava in stazione come l’attendesse l’ultimo treno utile. Comprava un biglietto solo fino a Milano, anche se il viaggio sarebbe stato molto più lungo. Fingeva di non sapere quali fossero distanza e destinazione, nascondeva la meta sotto tante tappe intermedie come dovesse disorientare degli inseguitori, se stesso soprattutto.

Per due giorni procedeva a tratti, un pezzo alla volta, Zurigo, Berlino, Danzica e poi ancora più lontano, come se la decisione per il tratto successivo sortisse solamente in biglietteria, scorrendo orari e destinazioni.

Così sbarcava nella cittadina del Baltico come per caso.

Annusava l’aria salmastra ed era una folata di euforia.

Ancora con la valigia in mano gironzolava per strade quasi dimenticate da una volta all’altra, recuperando una verginità dei luoghi. Sfiorava con la medesima gioia palazzi signorili appena ridipinti e casermoni dai muri scrostati, in un’accozzaglia di stili davvero disturbante ma che lui gradiva, come il neo che sciupa per i più la bellezza di un volto e solo per pochi è il tratto distintivo di quello stesso volto, il difetto piccolo o vistoso da guardare con indulgenza e affetto. Marja aveva una brutta cicatrice sulla guancia destra che cercava di coprire con una ciocca di capelli e che lui andava a scoprire con dita piene di premura e baciava devotamente.

Camminava per ore Camillo prima di scegliere la pensione in cui fermarsi. Era una scelta accurata, guidata non dalla ricerca del lusso o della pulizia, ma dal bisogno di una buona vista dalla finestra della camera. Di solito si inerpicava per le stradine scoscese del quartiere ebraico, o anche sull’altra collinetta, quella che dominava a strapiombo il porto. Saliva in stanza, apriva la finestra e controllava che da lì si vedesse il mare e uno scorcio di città, fino al fiume che la traversava. Allora confermava la stanza e di nuovo usciva a zonzo.

Dopo poche ore di soggiorno Camillo diveniva ciarliero. Parlava ai marinai che scaricavano le cassette di merluzzo dai pescherecci, ai camerieri nelle trattorie, ai passeggeri del tram che lo sballottava da un capo all’altro della città, alla gente che incontrava al parco. Parlava allegramente del tempo che volgeva al peggio, del restauro incompiuto della torre medioevale, dei propri piedi stanchi, della bellezza dei boschi che facevano corona all’abitato. Naturalmente nessuno lo capiva, erano sguardi attoniti e gesti vagamente infastiditi, sbuffi e borbottii. Lui di rimando sorrideva divertito. Marja i primi tempi gli diceva “no capisco, ma tu parla, io impara” e lui parlava, oh quanto parlava, guardandola negli occhi e baciandole la guancia destra.

Passeggiava instancabilmente a scoprire ciò che già conosceva, toccava le pietre e i prati, seguiva le linee sghembe dei tetti, assaporava i colori della città, anche il grigio che a quelle latitudini fa parte del paesaggio, come un’accettazione del meno, non solo del più. Passeggiava Camillo, a proprio agio, senza nostalgia. E a sera dalla finestra guardava il fiume e il suo stretto estuario che si confondeva con il mare. I ponti gli sembravano una sutura chirurgica che riaccostava i lembi della città ricucendo saldamente quello strappo d’acqua. Non si diceva mai questa immagine, la sutura, l’ho pensata uguale anche l’ultima volta e la precedente e via più indietro, forse già la prima volta che sono venuto qua. No, lui guardava i ponti e si diceva sembrano una sutura chirurgica, soddisfatto ogni volta di aver trovato quell’immagine.

I lampioni sul lungofiume erano i primi ad accendersi, poi quelli delle piazze e per ultime le luci nelle case, in lenta successione, dai quartieri centrali, più ricchi, a quelli periferici, dove anche quella mezz’ora di resistenza alla penombra era un piccolo risparmio.

A quell’ora dalla finestra gli sembrava di penetrare più a fondo l’anima della piccola città, ne vedeva cambiare la fisionomia sotto il crepuscolo e forse anche l’umore si modificava nella breve frenesia del rientro degli abitanti a casa. Era come poter osservare una donna a proprio piacimento, conquistare poco alla volta i dettagli del viso, cogliere i particolari della figura intera che fanno la differenza, era, il suo, un guardare attento e sornione. Marja gli diceva “non mi guardare mentre mi cambio, non sono bella in sottoveste”, ma lui dalla poltrona o seduto sulla sponda del letto non si perdeva un fotogramma, l’ascella con un accenno di peluria, l’ombelico che occhieggiava al centro di un addome appena prominente, una coscia forte ancora non ingentilita dalla seta, tutto guardava e gli piaceva, “le tue perfette imperfezioni” le bisbigliava baciandola in punti poco ortodossi.

Solo dopo qualche giorno di permanenza, quando si sentiva ormai meglio che a casa, Camillo si decideva ad affrontare il ponticello pedonale che scavalcava il fiume quasi alla foce. Anche lì avrebbe detto di esserci capitato per caso, attirato dalla forma slanciata e dall’assenza di veicoli. Non era vero. Questo era un vero appuntamento, ma non si doveva sapere. Procedeva a passo distratto e si fermava giunto a metà della passerella nonostante il vento fastidioso che spirava dal mare. Appoggiava i gomiti alla ringhiera, rivolto al mare aperto e aspettava, fissando l’acqua sotto di sé.

Il mare che si era ritirato nelle ore precedenti, avanzava baldanzoso verso la città. Lui vedeva montare l’onda dell’alta marea e aspettava, con una trepidazione che poteva sembrare un brivido di freddo, il momento esatto in cui la foce e il mare avrebbero mescolato le loro acque. Avanzava il mare e la foce lo accoglieva invertendo supinamente la propria corrente, l’estuario sembrava dilatarsi per fargli posto, lo lasciava risalire fin dove voleva arrivare. Lo aveva accolto così Marja dentro di sé, silenziosamente e senza limiti. Poi, tenendosi stretta a lui, aveva mormorato poche parole in un sussurro poco comprensibile. Sei il mio amore, pare avesse bisbigliato, o forse sei il mio mare. Camillo non aveva mai compreso quale delle due affermazioni in realtà ci fosse in quel soffio. Ma non gli importava perché entrambe erano talmente al di sopra della sua più ardita speranza da rimanerne ogni volta tramortito.

Camillo dal ponticello guardava stupefatto il verde cupo del mare fondersi all’acqua ocra del fiume e si abbandonava a un lungo gemito di nostalgia, quasi un muggito, che nel vento nessuno udiva. Ora il viaggio aveva un senso compiuto e lui poteva tornare alla sua vita quotidiana.

28 Risposte a “un viaggio a nord del cuore”

  1. Walter Carrettoni 16 ottobre 2020 a 09:53 #

    Leggo molto qui su wordpress e spesso dimostro apprezzamento con un semplice clic sulla stellina. Ma qui non basta. Questo racconto è una piccola perla. Grazie.

    • massimolegnani 16 ottobre 2020 a 11:23 #

      questo tuo apprezzamento schietto, inequivocabile vale mille letture silenti.
      grazie a te, davvero, Walter
      ml

  2. sibillla5 NADIA ALBERICI 16 ottobre 2020 a 14:44 #

    Ma dai che bello! Ma sei tu Camillo?!? Il desiderio di vita alternativa..

    • massimolegnani 16 ottobre 2020 a 18:02 #

      eheh, no, non sono io Camillo, ma a lui affido ricordi e fantasie.
      ciao Nadia 🙂
      ml

  3. franco battaglia 16 ottobre 2020 a 19:21 #

    Non lo so..sai che ti leggo sempre con piacere, ma stavolta non mi hai portato con te, chissà..sono rimasto a qualche stazione intermedia con la biglietteria chiusa e l’incapacità di arrivare con te sul ponticello.. ma so che ci saranno altre occasioni.. 😉

    • massimolegnani 16 ottobre 2020 a 19:28 #

      mi piace la tua franchezza (bè ti chiami Franco non per niente!) rende più credibili gli apprezzamenti quando li fai.
      allora alla prossima occasione 🙂
      ciao Franco
      ml

  4. newwhitebear 16 ottobre 2020 a 21:32 #

    Camillo è sempre speciale. Oggi è alla ricerca della serenità perduta, del buon umore, di se stesso. Lo trova viaggiando verso un posto dove marja lo accoglie dentro di sé. Una catarsi per purificare lo spirito.

    • massimolegnani 17 ottobre 2020 a 11:04 #

      Sì è tutto così come dici, tranne che in questo viaggio Camillo non incontra Marja ma il ricordo di lei. E mi piace il termine che usi, catarsi, per esprimere il senso del suo viaggio che è una sorta pellegrinaggio laico.
      Grazie GianPaolo per il bel commento.
      ml

      • newwhitebear 17 ottobre 2020 a 17:42 #

        Sarà anche il ricordo ma è talmente veritiero che pare abbia compiuto veramente il viaggio
        Buon pomeriggio

      • massimolegnani 17 ottobre 2020 a 18:59 #

        Scusa non mi sono spiegato: il viaggio lo effettua davvero, ma non incontra Marja che appartiene al suo passato

      • newwhitebear 17 ottobre 2020 a 21:01 #

        chiaro adesso. Questo passaggio non l’avevo capito.

      • massimolegnani 17 ottobre 2020 a 23:59 #

        era poco chiaro:)

      • newwhitebear 18 ottobre 2020 a 17:04 #

        😀

      • massimolegnani 18 ottobre 2020 a 22:25 #

        🙂

  5. attornoallago 16 ottobre 2020 a 22:10 #

    Un racconto che racchiude in sé un romanzo. Veramente splendido!

    • massimolegnani 17 ottobre 2020 a 11:06 #

      Ti ringrazio, sono contento che il racconto ti sia piaciuto.
      🙂
      ml

  6. maxilpoeta 17 ottobre 2020 a 01:02 #

    molto bello questo racconto…

  7. Neda 17 ottobre 2020 a 11:47 #

    Bello questo tuo racconto: incantevole.
    Sono tornata indietro nel tempo, tanti anni fa quando, finita la stagione lavorativa stavo a casa per qualche mese in attesa della stagione successiva. Dopo un po’, capitava l’insofferenza e allora sbattevo quattro cose in valigia e partivo, così, dicendo ai miei genitori che avrei fatto loro sapere dove andavo a finire. Però non sono mai stata a Danzica, che peccato.

    • massimolegnani 17 ottobre 2020 a 15:36 #

      Hai descritto bene quell’inquietudine che a un certo punto, come succedeva a Camillo, ti spingeva a partire.
      Grazie, Neda, per l’apprezzamento.
      Buona giornata
      ml

  8. lamelasbacata 17 ottobre 2020 a 13:44 #

    Un viaggio a riscoprire la parte migliore di sé stesso, quella che il quotidiano opacizza di grigio.
    Un racconto bello e commovente pur nella sobrietà con cui hai tratteggiato sentimenti che si intuiscono forti. Bravissimo amico mio!

    • massimolegnani 17 ottobre 2020 a 15:38 #

      Felice per la tua lettura e per le tue parole.
      Un abbraccio amica cara
      ml

  9. Luigi Catillo 18 ottobre 2020 a 17:50 #

    Grazie anche per questo racconto Massimo. Mi ha portato a riflettere anche su alcuni andamenti dell’ esistenza. Buona serata! 🙂

    • massimolegnani 18 ottobre 2020 a 22:27 #

      Grazie a te per là lettura e le riflessione che ti ha suscitato
      🙂
      ml

  10. Deserthouse 19 ottobre 2020 a 13:24 #

    ho letto questo tuo racconto a voce alta al pupo in pancia, ad entrambi è piaciuta la bellezza e la sensualità. Chi non vorrebbe una Marja da cui scappare, con cui immergersi e unirsi silenziosamente come il mare al fiume e una città vergine da esplorare e di cui innamorarsi ogni volta, perdutamente?! questi tipi di “inganni” mi piacciono molto.

    • massimolegnani 19 ottobre 2020 a 16:12 #

      chissà, con questa lettura forse hai insegnato al tuo pupo in pancia ad amare la nostalgia e questi “inganni”.
      un sorriso commosso a te e alla bellezza del tuo commento.
      grazie “Desert”
      ml

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