un sogno a Digione

15 Giu

                                                                        

Girolamo attorno ai cinquant’anni cominciò a masticare amaro per il tempo andato e per quello che in meno gli restava. Aveva l’impressione di vivere su una catasta di tronchi messi male su cui diventava sempre più difficile mantenersi in equilibrio. Una vertigine l’età e un pericolo continuo andare avanti nella vita. Ed era proprio l’attaccamento che aveva sempre mostrato per la vita che gli faceva temere il peggio, come l’avaro che avvinghiato ai soldi pensa al ladro se qualcuno bussa alla sua porta. Lui temeva che avvenisse il crollo da un giorno all’altro e lo sognava ogni notte, uno starsene smarrito in cima al cumulo di legna fino a quel rumore sordo che preannunciava la catastrofe e che immancabilmente lo svegliava in un bagno di sudore. Si stava avvelenando la vita.

Ma quella notte il sogno si concluse in modo differente, lui si era arrampicato in cima alla pila di legna e da lì osservava i prati intorno ricchi di fiori. Mancava al sogno il clima usuale di pericolo, sostituito da un senso di sollievo sempre più preciso. A poco a poco la catasta si era assottigliata senza crolli, fino a permettergli di chinarsi su primule e violette, sfiorarne i petali, stendersi pacifico sull’erba. E per una volta il suo risveglio fu gradevole.

Quella sensazione di ottimismo, per lui inusuale, non scomparve nemmeno quando l’uomo, ancora seduto sul letto, si ricordò dove si trovasse: dopo una partenza che era sembrata una fuga e dopo un viaggio burrascoso per treni sbagliati e incomprensioni di lingua era approdato nella capitale della Borgogna che era già notte.

Girolamo si sorprese a fischiettare mentre si vestiva. Fece colazione in albergo e poi uscì a gironzolare senza meta per la città con al collo la fida macchina fotografica.

Sbucando da una viuzza era capitato in una piccola piazza dominata da un edificio neoclassico: di fronte a lui, sulla scalinata del teatro una nuvola bianca illuminata dal primo sole del mattino. La nuvola che lo aveva abbagliato era formata da una decina di ragazze di varia età che tra le colonne avevano pose ispirate nei loro candidi tutù. Girolamo le guardò da lontano. Una troupe sparuta stava allestendo una seduta fotografica sistemando cavi elettrici, grandi pannelli riflettenti e qualche fonte di luce supplementare di cui non c’era alcun bisogno.

Lui si avvicinò a passi lenti, sempre guardando avanti. L’impressione a mano a mano che avanzava era che tutto quel bianco abbagliato dal sole non trasmettesse purezza ma malizia. Alcune ragazze, le più anziane, avevano il tulle che arrivava fino alle caviglie, altre indossavano il tutù classico a mezza coscia. Tutte si muovevano docili agli ordini dei fotografi. La mattina era ancora fredda e loro, a braccia e spalle nude, sembravano impegnate soprattutto a non tremare. Ma forse era l’emozione più del freddo che tentavano di nascondere. Girolamo tirò fuori la propria macchina e si mise in un angolo, anche lui a inquadrare le ballerine. Era sola curiosità e desiderio di studiarle più da vicino con l’aiuto delle zoom. Una ragazzina si accorse di lui e scambiandolo forse per uno della troupe lo fissò con attenzione: sembrava attendere i suoi ordini. Girolamo allora provò a suggerire a gesti una posa che lei assunse docilmente. Qualche scatto poi le fece cambiare posizione. Iniziò così un’intesa che non si capiva se fosse basata su un equivoco o su un affiatamento istintivo. La ballerina aveva un viso poco regolare, stretto alle tempie si allargava in due guance piene ed una bocca non proprio minuta. Aveva, come tutte, i capelli raccolti in uno chignon. Le spalle erano ossute, ancora infantili, ma l’impressione era che sotto il corpetto il seno ruggisse prepotente. Era difficile darle un’età perché era stata truccata pesantemente, ma di certo non doveva arrivare a diciott’anni. Girolamo le fece segno di chinarsi in avanti e lei si immobilizzò in un grazioso inchino: con una zoomata sfrontata sulla scollatura inquadrò il biancore di un seno ben fatto.

Un’altra ragazza si avvicinò alla prima e le chiese qualcosa in un orecchio. La ragazzetta rispose stringendosi nelle spalle e facendo una smorfia, come dire non ne ho idea. Parlavano di lui, c’era da giurarci. Lo si capiva da come lo fissavano e dai risolini dietro una mano che le due amiche si scambiavano. La seconda ragazza entrò di prepotenza in scena. Fece un cenno esplicito a Girolamo perché fotografasse anche lei. Decise da sola la posa da assumere ed attese immobile che lui scattasse. Era più grande della prima, lineamenti dolci e sguardo volitivo. Passò un braccio attorno alla vita dell’altra ed accennò con questa un passo di danza in coppia. L’uomo esplose una raffica di fotogrammi in rapida successione. Ormai non staccava più l’occhio dal mirino, non aveva bisogno di dirigere ma solo di essere rapido nello scatto. Le due amiche assunsero pose più ambigue ed era sempre la maggiore a decidere, ma l’altra stava al gioco e sembrava divertirsi. Mentre Girolamo stava inquadrando i due volti che si sfioravano intervenne uno tipo della troupe che inveendo e spintonando gli fece capire che doveva smettere. Lui alzò le spalle come a sostenere la propria innocenza, ma non insistette a rimanere lì. Diede un’ultima occhiata alla scalinata e si allontanò.

Girovagò per la città, soffermandosi tra i banchi del mercato alimentare e nei negozietti del centro storico, fino a che si trovò di nuovo nella piazza del teatro. Non sembrava lo stesso luogo: le ballerine erano rientrate e la troupe aveva già smontato le proprie attrezzature. Anche il sole non aveva più la lucentezza del primo mattino e l’aria aveva perso il frizzante delle ore precedenti. Attraversò la piazza in diagonale faticando a ritrovare l’eccitazione che l’aveva accompagnato. Infilò deluso una stradina laterale chiedendosi se non avesse sognato. Fu richiamato da due voci squillanti. Monsieur, monsieur, gridavano due ragazze che lo inseguivano trafelate. Nonostante i giacconi e i borsoni a tracolla, Girolamo non impiegò più di un istante a riconoscere le “sue” ballerine. Volevano vedere le fotografie. Lui spiegò che avrebbe sviluppato i rullini solo al suo rientro in Italia, ma che in ogni caso loro già avevano le foto ufficiali. Le ragazze non sentivano ragioni, erano le sue fotografie che volevano e subito, lo blandivano, pestavano i piedi sul pavè, lo pregavano, in preda ad un’eccitazione che lo sbalordiva. Alla fine fu quasi costretto a promettere che le avrebbe fatte sviluppare quel giorno stesso, lì a Digione. Diede l’indirizzo del suo albergo e loro lo abbracciarono riconoscenti, sarebbero andate da lui quella sera dopo cena.

Girolamo, di nuovo solo, ripensò ai fiori del sogno, le primule e le violette di cui aveva sfiorato i petali.

24 Risposte a “un sogno a Digione”

  1. teti900 15 giugno 2021 a 13:34 #

    spetta che cerco il numero di un bravo psicoterapeuta e te lo mando… 🙂

  2. vittynablog 15 giugno 2021 a 17:31 #

    Ora mi hai incuriosita, c’è un seguito?

    • massimolegnani 15 giugno 2021 a 17:38 #

      no no, nessun seguito, è già andato ben oltre la realtà così 🙂
      buona serata Vitty
      ml

      • vittynablog 15 giugno 2021 a 17:56 #

        Allora possiamo dire che ha avuto un sogno premonitore e che le ballerine sono una metafora dei fiori? ( spero nom voglia dire qualcosa di peggio! ) 🙂

      • massimolegnani 15 giugno 2021 a 18:34 #

        la tua lettura mi sembra perfetta 🙂

  3. Bloom2489 15 giugno 2021 a 20:42 #

    C’è qualcosa di poetico e malinconico, in più le stradine che sbucano sulle piazze illuminate portano spesso rivelazioni, mi è capitato (la mia rivelazione era meno piacevole), una sorta di magia. E gli occhi di Girolamo cercano magia, questa la mia impressione 🙂

    • massimolegnani 15 giugno 2021 a 21:50 #

      sicuramente Girolamo cerca la magia e questa volta se la trova servita nel piatto 🙂
      buona serata Bloom
      ml

  4. Walter Carrettoni 16 giugno 2021 a 07:47 #

    E poi si risvegliò la mattina dopo senza un rene… 😁

    • massimolegnani 16 giugno 2021 a 10:03 #

      ahah, già, è così che finiscono le favole 🙂
      ciao Walter
      ml

  5. franco battaglia 16 giugno 2021 a 08:33 #

    Stamperà anche la foto intrufolata nella scollatura? O quello scatto non lo fece mai?

    • massimolegnani 16 giugno 2021 a 10:05 #

      quella Girolamo se la terrà per sè, anche se magari proprio quella volevano le ragazze 🙂
      buona giornata, Franco
      ml

  6. Neda 16 giugno 2021 a 11:00 #

    Buongiorno “Degas”… Un bel sogno “a occhi aperti”.

    • massimolegnani 16 giugno 2021 a 11:38 #

      mi è sembrato che le ballerine di Degas rispecchiassero l’atmosfera eterea, forse onirica, del racconto.
      buona giornata Neda
      ml

  7. Anna Bernasconi Art 16 giugno 2021 a 11:06 #

    “L’impressione di vivere su una catasta di tronchi messi male” rende ottimamente la sensazione, bella idea!

    Ed anche “L’impressione a mano a mano che avanzava era che tutto quel bianco abbagliato dal sole non trasmettesse purezza ma malizia” mi pare un’idea azzeccata, in effetti le luci di un set fotografico cercano di rendere alla perfezione il soggetto ma se l’atmosfera è irreale forse possiamo dire che si ottiene una finzione e possiamo percepire questo come un risultato purissimo o come falsato, a seconda di cosa intendiamo con “purezza”. Probabilmente è nel dubbio, nello stare in bilico tra un punto di vista e l’altro, che sta la malizia.
    Comunque, anche senza stare a rifletterci tanto 😂, quella frase è un’ottima premessa per il seguito della storia!

    Delizioso racconto. 🙂

    • massimolegnani 16 giugno 2021 a 11:44 #

      c’era quel mattino una tale limpidezza nell’aria (sì, il racconto prende spunto da un episodio reale), una tale perfezione nella luce che mi sembrava un sacrilegio che usassero luci artificiali (come dici tu, io lo trovavo un risultato falsato)
      grazie Anna per le tue riflessioni e per l’apprezzamento 🙂
      ml

  8. newwhitebear 17 giugno 2021 a 22:16 #

    questa volta è Girolamo che immortala le persone.
    Bello lo sviluppo e un finale per lui a sognare primule.

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