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una cosa alla volta

17 Apr
c.calati

                                              

Mi devo rassegnare, non sono una donna. Hai presente quegli esseri alieni che si dipingono le unghie e intanto friggono i calamari, parlano al telefono, sbucciano una mela, scrivono un post e la lista della spesa (a volte per non perdere tempo unificano post e lista), fumano un cigarillo, bevono una birra,  e in tutto questo agire non sbagliano una mossa?

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di mongolfiere e bolle di sapone

11 Apr
by web

                                        

Camillo stava lì sprofondato in una poltrona, avvolto nel panciotto giallo di suo nonno, incongruo, lui più del panciotto, come un reperto storico, sempre lui, in mezzo a cose nuove. In effetti per la casa andava e veniva tanta gente nuova, chi con un bicchiere in mano, chi stringendo tra le mani i fianchi di una donna, chi discutendo a spanne di massimi sistemi. Lui li guardava scorrere e mai fermarsi. Emise un lungo sospiro, tipo lo sfiato di una vecchia caldaia necessario per non scoppiare, la caldaia, lui semmai si afflosciava.

Che poi…, disse.

E tacque.

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il vino, il pane e le parole (5?)

8 Apr
c.calati

                                             

Una trasvolata atlantica, pionieri come Lindbergh, una migrazione di anatre stremate, un peregrinare medioevale sulla via francigena, dov’è più facile morire che arrivare vivi a Roma.

È questo il nostro viaggio.

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Mo Ashnoe Ra

3 Apr
photo by c.calati

                                                        

Giovanni Prestanome era stato un ragazzo bruttino e un adulto scialbo, di quelli che non sapresti dire se quel giorno c’erano. Ma poi il tempo aveva lavorato a suo favore come fa il sale con certi marinai a scolpirgli le rughe e ammorbidirgli l’anima. Non che Giovanni assomigliasse a un marinaio, niente di più lontano dalla ruvidezza fisica degli uomini di mare in cui leggere una vita faticosa e affascinante. No, con lui il tempo aveva lavorato in altro modo, rendendo più espressivo il volto, rughe sottili solo attorno agli occhi a regalare vivacità allo sguardo, pochi capelli a contornare un cranio stretto e regolare, dal sapore antico, un cappello di feltro scuro portato estate e inverno, e un pallore che non sapeva di malato ma di velo malinconico sul mondo appena attraversato. E più che pallore era uno sfumare lento dal bianco lattescente della barba a quello giallastro di tanta nicotina ai baffi, al bianco levigato del resto del volto a mala pena rosato, come sulla neve la patina sporca di sabbia che un vento di mistero porta talvolta dal Sahara. E sopra tutta questa neve, due rovi di more, scuri, intricati, a sormontare gli occhi.
Non era un bel vecchio, ma quel volto pallido emanava un candore speciale. Capivi subito che non era il candore dell’innocenza, non quella sorta di ingenuità fuori del tempo che fa dell’anziano un personaggio patetico. No, era altro, ti bastava osservarlo pochi minuti per comprendere, specie se eri donna e sapevi lasciarti incuriosire da ciò che forse cova sotto una superficie semplice. La sua era una volontaria assenza di colore, una rinuncia al mimetismo del colore.

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ti ho sorriso, una volta

27 Mar
c.calati

                                     

La terra baciata dai piedi, i miei piedi e chi prima di me, chi scalzo, chi nudo.

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tra l’asino e il maiale

20 Mar
c.calati

                                            

Il mastodonte che ci portiamo dentro, i pesi asfittici e insensati, quel carico d’affanni ricordi e nullità, sai i detriti che il fiume raccatta in giro, quando è gonfio d’acqua e d’ira, e  che si trascina a denti stretti fino al primo ponte e lì, smarrito, si soffoca da solo. Un suicidio che diresti ben riuscito.
Ecco, io, al contrario, vorrei essere ruscello sottile e lieve e vivo, per quanto sia tortuoso il mio percorso, e non quel fiume ingordo e scriteriato. Vorrei viaggiar leggero ma non so scrollarmi di dosso il peso dell’eccesso come l’asino la soma, lotta, s’impunta, scorreggia e scalcia che sembra DonChisciotte, ma poi s’arrende sotto i colpi di bastone e riprende rassegnato il suo sentiero.

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primo giorno di Rosso*

15 Mar
by web

                                                 

Ubbidire? Riconoscere il senso proibito del rosso? Oppure fottersene? Soffrire in silenzio sul limite? O vedere tutto come un divertente gioco rischioso?

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quattro opzioni più una

14 Mar
c.calati

                                               

La vita è qualcosa che fa tremare i polsi, dapprima ti sembra tanta, troppa per come ti senti insufficiente, poi diventa poca per tutto quello che vorresti fare.

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ma perchè salire?

6 Mar
c.calati

                                              

Me lo chiedo tutte le volte che mi spolmono sui tornanti di strade solitarie che non finiscono mai. Che cosa mi porta a salire oltre l’anagrafe e i muscoli infiacchiti? Non ho uno spirito che ambisca ad elevarsi, semmai ama stare a contatto con la terra, smuoverla, frugarla come fa il verme in cerca di sorprese. Né ho la tendenza a competere, sai il confronto con il rischio di soccombere, tant’è che in queste occasioni sono sempre solo. Eppure ci deve essere qualcosa che mi spinge, nessuno mi costringe a salire con una fatica illogica fino al punto in cui la resa o la conquista della cima hanno il medesimo sapore amaro della troppa sofferenza.

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breve storia del pollice

23 Feb
c.calati

                                                              

Mi è venuto questo vezzo di tenere il pollice infilato tra indice e medio. Non saprei dire quando e come abbia cominciato, credo non da molto, ma so che ultimamente il gesto si è fatto più frequente; appena le mani sono libere da impegni ecco che il pollice si pone nel tepore delle altre due dita, come un gatto che d’istinto si rifugia nell’angolo più confortevole della casa.

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