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i disperati di Forte Alamo

30 Lug
c.calati

                                           

Erano in cinque a spartirsi i rami bassi delle querce che ogni pomeriggio cavalcavano scorticandosi le cosce per inseguire gli indiani o radunare le mandrie sperse. Ognuno di loro aveva il proprio ramo, sempre quello, a cui aveva dato un nome di poca fantasia, Fulmine, Turbine, Lampo,  Briciola. Antonio che aveva una cultura da Enciclopedia dei Ragazzi, aveva battezzato il suo: Potomac.

Potoma? Ma cos’è? Chiesero in coro gli altri, lui scrollò le spalle con sufficienza, un fiume americano che ha conservato l’antico nome indiano.

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una rosa sola

27 Lug
c.calati

                                                   

Nello specchio di una foto mi vedo bella, una vanità che mi concedo raramente.

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rileggendo emmeelle

22 Lug
photo by c. calati

                                           

(In questa estate già di per sè strana, e per me ferma a fermentare, ripenso a un luglio di pochi anni fa in Provenza. Rileggo un brano di allora perché ho bisogno di rivivere quell’esperienza come stesse accadendo ora.)

Sono salito al Col du Canadel.

Vabbè, se guardate sulla cartina la sua (misera) altitudine,  dovrei  vergognarmi tanto è basso, anziché parlarne come si trattasse di un’impresa epica. 

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un calorifero in estate

17 Lug
c.calati

                                            

Camillo occupava il letto più vicino al finestrone della piccola camerata ed era il primo ad essere svegliato dalla luce opaca che da esso penetrava. Fuori dai vetri vedeva un cielo lombardo uniformemente grigio, così brutto quando è brutto, come gli sembrava sostenesse anche il Manzoni.

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a spolpar ciliegie all’osso

14 Lug
c.calati

                                         

Si era seduto su una pietra a lato del cammino, di fronte al fiume, con un sacchetto in mano e gli occhi già lontani. Infilò una mano nel cartoccio, pescò due ciliegie e se le mise in bocca.

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gorgheggi e gargarismi

4 Lug
c.calati

         

Al primo chiarore, mentre i galli ancora dormono, i merli salutano il nuovo giorno con un cinguettio di poche note reiterate che rimbalzano da un uccello all’altro, in un vero virtuosismo da contralto.

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le capre di Ephrem (r)

26 Giu
by web

                                             

Tutti nascono con qualche talento ed Ephrem scoprì presto di possederne due, del tutto inutili, il pensiero originale e la parola morbida. Che il ragazzo avesse qualche dote nessuno al villaggio se ne accorse, né quando ancora sgambettava nella polvere e giocava con i sassi, né più avanti quando a otto anni iniziò a condurre le capre al pascolo.

Giocava con i sassi e li metteva in fila, lui seduto sopra un masso a raccontare, loro, i sassi, immobili come fossero uomini in ascolto. Perché Ephrem aveva pensieri assai profondi e parole in abbondanza, una sorgente che sgorgava di continuo e limpida scorreva tra quei sassi attoniti, unico pubblico disposto allo stupore.

Un calcio di suo padre, ben dosato tra le natiche, lo distolse da quei giochi e lo proiettò nel mondo del lavoro, che si cresceva in fretta in Palestina, tra una terra troppo dura e un cielo senza sogni.

Così fu il tempo delle capre.

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la collezionista*

22 Giu
c.calati

                                               

Clelia, cinquantenne colta e crudele, capelli corti, clavicole caparbie, cosce cortesi, coltiva con candore cinici cerimoniali.

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un sogno a Digione

15 Giu

                                                                        

Girolamo attorno ai cinquant’anni cominciò a masticare amaro per il tempo andato e per quello che in meno gli restava. Aveva l’impressione di vivere su una catasta di tronchi messi male su cui diventava sempre più difficile mantenersi in equilibrio. Una vertigine l’età e un pericolo continuo andare avanti nella vita. Ed era proprio l’attaccamento che aveva sempre mostrato per la vita che gli faceva temere il peggio, come l’avaro che avvinghiato ai soldi pensa al ladro se qualcuno bussa alla sua porta. Lui temeva che avvenisse il crollo da un giorno all’altro e lo sognava ogni notte, uno starsene smarrito in cima al cumulo di legna fino a quel rumore sordo che preannunciava la catastrofe e che immancabilmente lo svegliava in un bagno di sudore. Si stava avvelenando la vita.

Ma quella notte il sogno si concluse in modo differente, lui si era arrampicato in cima alla pila di legna e da lì osservava i prati intorno ricchi di fiori. Mancava al sogno il clima usuale di pericolo, sostituito da un senso di sollievo sempre più preciso. A poco a poco la catasta si era assottigliata senza crolli, fino a permettergli di chinarsi su primule e violette, sfiorarne i petali, stendersi pacifico sull’erba. E per una volta il suo risveglio fu gradevole.

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il pittore di Orta

11 Giu

c.calati

                                                 

Solo dopo il pensionamento ho iniziato a interessarmi di pittura. Non che mi sia messo a frequentare mostre e pinacoteche, non ho la sensibilità nè la cultura sufficienti per apprezzare le opere d’arte. No, cercavo un interesse concreto che mi riempisse le giornate, così mi sono iscritto a dei corsi per anziani che insegnavano a dipingere.

Ho imparato qualche rudimento ma non sono certo diventato un bravo pittore, mi limito a dipingere qualche paesaggio senza riuscire ad imprimere nella tela l’impronta di quel determinato luogo. Le mie vedute mancano di personalità, come me del resto, e un lago, una montagna, non sono mai quel lago, quella montagna, né tantomeno potreste scoprire in essi un mio tratto distintivo, sapete quando si dice ecco la pennellata dell’artista!

Eppure ai mercatini o nelle fiere di paese qualche quadro lo vendo, quel che basta per concedermi brevi viaggi in cerca d’ispirazione.

È così che sono capitato ad Orta.

E non me ne sono più andato.

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