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i disperati di Forte Alamo

30 Lug
c.calati

                                           

Erano in cinque a spartirsi i rami bassi delle querce che ogni pomeriggio cavalcavano scorticandosi le cosce per inseguire gli indiani o radunare le mandrie sperse. Ognuno di loro aveva il proprio ramo, sempre quello, a cui aveva dato un nome di poca fantasia, Fulmine, Turbine, Lampo,  Briciola. Antonio che aveva una cultura da Enciclopedia dei Ragazzi, aveva battezzato il suo: Potomac.

Potoma? Ma cos’è? Chiesero in coro gli altri, lui scrollò le spalle con sufficienza, un fiume americano che ha conservato l’antico nome indiano.

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un calorifero in estate

17 Lug
c.calati

                                            

Camillo occupava il letto più vicino al finestrone della piccola camerata ed era il primo ad essere svegliato dalla luce opaca che da esso penetrava. Fuori dai vetri vedeva un cielo lombardo uniformemente grigio, così brutto quando è brutto, come gli sembrava sostenesse anche il Manzoni.

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a spolpar ciliegie all’osso

14 Lug
c.calati

                                         

Si era seduto su una pietra a lato del cammino, di fronte al fiume, con un sacchetto in mano e gli occhi già lontani. Infilò una mano nel cartoccio, pescò due ciliegie e se le mise in bocca.

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una donna

30 Giu
c.calati

                          

Un tempo da lupi ha tenuto lontano i bagnanti dalla spiaggia. Piove a tratti, tira un vento traverso e la temperatura è incredibilmente bassa per la stagione.

Camillo è al riparo sotto la tettoia in cannicciato di un baruccio sul limitare della sabbia e guarda la pioggerella fine cadere sul piccolo golfo. Non c’è nessuno, tranne una donna che cammina sulla battigia. È da un po’ che la osserva, a occhio nudo o attraverso il mirino della macchina fotografica,  la vede procedere sicura come avesse una meta, ma ha già raggiunto un capo del golfo e ora sta andando nella direzione opposta con la medesima andatura.

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il pittore di Orta

11 Giu

c.calati

                                                 

Solo dopo il pensionamento ho iniziato a interessarmi di pittura. Non che mi sia messo a frequentare mostre e pinacoteche, non ho la sensibilità nè la cultura sufficienti per apprezzare le opere d’arte. No, cercavo un interesse concreto che mi riempisse le giornate, così mi sono iscritto a dei corsi per anziani che insegnavano a dipingere.

Ho imparato qualche rudimento ma non sono certo diventato un bravo pittore, mi limito a dipingere qualche paesaggio senza riuscire ad imprimere nella tela l’impronta di quel determinato luogo. Le mie vedute mancano di personalità, come me del resto, e un lago, una montagna, non sono mai quel lago, quella montagna, né tantomeno potreste scoprire in essi un mio tratto distintivo, sapete quando si dice ecco la pennellata dell’artista!

Eppure ai mercatini o nelle fiere di paese qualche quadro lo vendo, quel che basta per concedermi brevi viaggi in cerca d’ispirazione.

È così che sono capitato ad Orta.

E non me ne sono più andato.

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la tazzina dorata

6 Giu
c

                              

Del servizio da dodici che gli aveva lasciato sua nonna,  gli erano rimaste solo tre tazzine, le altre andate perse nei traslochi, sai i buchi neri delle cose che ci sono alla partenza e che non ci sono più all’arrivo, oppure si erano rotte per disattenzione o troppo zelo, sai quando lavi e asciughi con un eccesso di fervore e quelle, più fragili di un uovo, ti si frantumano tra le dita senza un grido e tu guardi i cocci stupefatto.

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la panettiera di via Sansovino

3 Giu
c.calati

                               

Le prime restrizioni anti-covid avevano gettato Camillo in ambasce, la spesa era diventata un’impresa, code fuori dagli alimentari come nella Russia di antica memoria e, quando finalmente entravi, spesso gli scaffali erano vuoti. Il peggio era la panetteria del centro dove si era sempre servito, mai una volta che in quei tempi cupi gli riuscisse di trovare i francesini, il suo pane preferito che lui si ostinava a chiamare le francesine in ricordo di un bel nasino all’insù conosciuto a Digione una vita prima. Una volta che provò a lamentarsi della scarsità del pane, la padrona addossò la colpa alla ragazza che gestiva il loro forno, mi manda pochi francesini, i più li tiene per i suoi clienti, come se quella vipera potesse decidere di testa sua. Così Camillo scoprì che in una strada di periferia assieme al forno c’era un’altra rivendita meno affollata e forse più rifornita.

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un mucchietto di lettere

28 Apr
c.calati

                                               

Camillo fissava con un lieve sgomento il mucchietto di lettere che provenivano da un’altra epoca. Le aveva lette tutte senza seguire un ordine e senza tentare di identificare i nomi e i luoghi, se non quello di suo padre e di un generico NordAfrica. Della lettura quello che gli premeva e lo agitava era altro dalla cronologia degli eventi o dalla ricostruzione degli affetti. Erano soprattutto la distanza e le condizioni.

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essere umano

14 Apr
by web

                                                     

S’è perso presto il senso alto di queste due parole, sproloquiate nel loro significato più plebeo di essere vivente superiore, come fosse un nostro merito vivere al di sopra di bestie e pietre. Così si è passati dal concetto di umanità a quello di pre-dominio sulla Terra, pur conservando inalterata nella forma la dizione di essere umano. Questo pensava Camillo masticando le due parole fino a macerarle, foglie di coca da cui trarre stordimento.

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di mongolfiere e bolle di sapone

11 Apr
by web

                                        

Camillo stava lì sprofondato in una poltrona, avvolto nel panciotto giallo di suo nonno, incongruo, lui più del panciotto, come un reperto storico, sempre lui, in mezzo a cose nuove. In effetti per la casa andava e veniva tanta gente nuova, chi con un bicchiere in mano, chi stringendo tra le mani i fianchi di una donna, chi discutendo a spanne di massimi sistemi. Lui li guardava scorrere e mai fermarsi. Emise un lungo sospiro, tipo lo sfiato di una vecchia caldaia necessario per non scoppiare, la caldaia, lui semmai si afflosciava.

Che poi…, disse.

E tacque.

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